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Piedi neri e Lakota

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«Augh! Io “Sedere che Tuona”, lui “Lumaca Sognante”, lei “Guancia che Ride”, lui “Pioggia che scende dagli Occhi”, lui “Voglia di Fuga”, lei “Pentola che Bolle”…». Il Gran Capo li presenta indicandoli uno a uno col dito:

«Augh! Io “Sedere che Tuona”, lui “Lumaca Sognante”, lei “Guancia che Ride”, lui “Pioggia che scende dagli Occhi”, lui “Voglia di Fuga”, lei “Pentola che Bolle”…».
Il Gran Capo li presenta indicandoli uno a uno col dito: sono i membri della tribù dei Piedi Neri, hanno righe blu sulle guance, trecce di crespo nero, tunica sfrangiata e un’altezza che varia dagli ottanta ai cento centimetri.
Siamo al “Piccolo Mandarino”, non in Giappone, no, ché Giappone e Nativi d’America non hanno molto in comune, ma a Roma, e precisamente a Spinaceto, quartiere della periferia romana. Certo, neppure con Roma i Nativi d’America hanno grandi affinità perché, a differenza dei romani, cacciano il bisonte, fumano il kalumet, si salutano facendo “o-o-o-o-o-o” con la mano che batte davanti alla bocca, e vivono nelle tende.
«No, mi dispiace, non vivono più nelle tende ma in casette di legno».
Chi lo afferma è Paola, bellissima Lakota, della tribù dei Sioux. E lei, a differenza dei piccoli Piedi Neri mascherati da pellerossa, è una vera indiana. Nel senso che di posticcio ha soltanto le due righe azzurre di traverso sulle guance, mentre è suo il sangue Sioux, il taglio degli occhi, le trecce nerissime, la forma degli zigomi e l’espressione identica a quella di Pocahontas.
Casette di legno? “Sedere che Tuona” non è convinto: gli indiani vivono nelle tende e lui ci scommetterebbe persino il Winnie the Pooh che gli hanno appena regalato. Dall’alto dei suoi quattro anni, sa bene, infatti, che questa delle casette di legno, delle riserve in cui gli indiani si esibiscono per i turisti e dei vestiti normali (“Vestono come voi” ha detto prima Paola) è una bugia. Perché gli indiani – “o-o-o-o-o-o” – cacciano il bisonte, mangiano il bisonte, lo scuoiano, ne prendono la pelle per farci le giacche, i cappotti…
«E anche i calzini» interviene “Voglia di Fuga”.
«Be’… i calzini di bisonte mi sembrano un po’ scomodi».
«No!». “Voglia di Fuga” lo sa benissimo, l’ha detto la maestra: gli indiani col bisonte ci fanno TUTTO, quindi pure i calzini.
«E va be’…» s’arrende lei. E continua: «Dunque cacciavano il bisonte, ma solo per nutrirsi…».
«Voi però eravate buoni?» chiede con un filo di voce “Gamba Tremante”.
Paola sorride:
«Sì, eravamo buoni. Poi è arrivato l’uomo bianco, ha cominciato a uccidere noi, a sterminare i bisonti, a rubare la nostra terra… e allora abbiamo dovuto difenderci, e anche noi abbiamo ucciso».
“Labbro Pendente” non è convinta. Ha una collana coloratissima che lei stessa ha costruito con pezzetti di cannucce e palline di das, due trecce vezzose:
«Voi uccidete… però siete buoni?» domanda anche lei. Come se questa storia dell’uccidere e dell’essere comunque buoni faccia corto circuito nella sua mente.
«Sì, siamo buoni» risponde Paola «e amiamo moltissimo la natura, la libertà. Perciò siamo diventati cattivi quando l’uomo bianco è venuto a prendersi quello che era nostro, a distruggere il nostro popolo».
Sorride, seduta a gambe incrociate intorno al bivacco, lascia che i Piedi Neri la subissino di domande. Indossa un paio di pantaloni scuri e una maglietta azzurra che ha sul petto il ritratto di Toro Seduto e sulle spalle, in rosso, la scritta: “Native American Experience”. E intanto che si avvicina al piccolo intervistatore di turno, ecco che lo prende in braccio, lo bacia, lo riempie di coccole.

«Avete mai provato a camminare a piedi nudi sull’erba?» chiede adesso.
Nessuno risponde, è tutto un incrociarsi di sguardi incerti, perché… ma sì, lo sappiamo tutti: Mamma non vuole! Nei prati ci sono i vetri, le siringhe, le popò dei cani.
“Pentola che bolle”, però, alza la mano. E Paola subito le chiede:
«Tu ci sei andata a piedi nudi sul prato?».
«Sì».
«E cos’hai sentito?».
Gli occhi di tutti, avidissimi, sono sopra di lei che pacifica risponde:
«Il solletico».
Si ride, soprattutto le maestre, che molto orgogliosamente hanno organizzato quest’incontro.
«Un’idea partita da…?» chiediamo curiosi, perché la scuola fa audience solo quando si macchia di un crimine, per esempio quando una maestra taglia la lingua a un bambino, o un’altra usa lo scotch come strumento di offesa e coercizione. Ma quando le maestre hanno occhi brillanti e guance segnate d’azzurro e tuniche sfrangiate e treccine da squaw, e sono riuscite a insegnare a bambini di tre, quattro e cinque anni, la storia dei Nativi d’America, e a portare qui a Spinaceto una bellissima Lakota… be’ questa è normale amministrazione.
«Il tutto è partito dai bambini» dice Stefania/Segnali di Fumo «dalla loro curiosità per gli indiani e dalla passione di alcune di noi, innamorate di questo popolo. Ci siamo documentate, abbiamo preparato cartelloni, disegni, tende e bivacchi e, giocando, siamo diventati indiani. Perché è col gioco che certi messaggi passano meglio: libertà, rispetto della natura, rispetto degli altri. Principî che non valgono solo per i Nativi d’America ma per l’intera umanità».
Intanto s’è fatta ora di merenda: la tribù si raccoglie intorno al fuoco, le Grandi Squaw offrono a ciascuno biscottini e crostata con la Nutella.
Ci avviciniamo a Paola, le chiediamo di raccontarci un po’ di lei.
«Il mio bisnonno andò in America e s’innamorò di un’indiana Lakota, la portò in Italia – a Castiglion Fiorentino per essere precisi – e lì vissero. Quindi mia nonna era una Lakota per parte di madre, e così mia madre. E anche io. Che all’inizio non sapevo nulla ed ero la disperazione di mio padre: mi arrampicavo sugli alberi, accendevo fuochi in giardino, andavo in giro scalza e non sopportavo alcun tipo di costrizione. Ero davvero uno spirito libero. E stavo malissimo, perché non capivo com’ero fatta, mi sentivo troppo diversa dagli altri bambini. Poi, un giorno, mia madre mi disse: “Figlia mia, c’è una cosa che devi sapere”. E mi raccontò di sua madre e della nonna Sioux. E finalmente mi fu tutto chiaro».
«Che età avevi?».
«Nove anni».
Ride: «Finalmente capii che non ero pazza, che la mia diversità dagli altri bambini l’avevo scritta nel sangue. Da grande ho cercato i miei cugini Sioux: ci sentiamo, ci scriviamo, andrò a trovarli presto».
«E tua figlia?» (ce l’ha detto prima che ha una figlia, una ragazzina di dodici anni).
«E’ uguale a me».

La merenda è finita e “Guancia che ride” viene a reclamare l’indiana (come i bambini continuano a chiamare questa donna che però non s’è vestita, mannaggia, non ha fatto la danza della pioggia e ha sfatato il mito della tenda):
«C’è una sorpresa per te» dice, e nel sorridere mostra la fossetta nella guancia che l’è valso il nome.
Comincia la cerimonia di commiato: un canto, un saluto – o-o-o-o-o-o-o – un discorso di Ombretta/Donna nel Buio:
«Sappiamo che i Nativi d’America avevano un grande rispetto per gli ospiti».
«Vero».
«E che amavano fare loro dei regali».
«Sì».
«Anche noi abbiamo un regalo per te».
«Ma dai!».
«Eh, sì».
Viene avanti il gran capo “Sedere che Tuona”, cerimoniosamente s’inchina, ha in mano uno scudo molto bello, decorato con piume multicolori.
«L’avete fatto voi?» domanda Paola.
Si ride. Un attimo di incertezza, un incrociarsi di sguardi, poi:
«Sììììì» risponde un coro.
Ma “Lumaca Sognante” piano piano:
«Non è vero… l’ha fatto Ombretta».

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