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I giardini di marzo…

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…si riempiono di nuovi colori… [Da un’idea originale di Mogol-Battisti] Qui i colori sono cambiati in una manciata di giorni. Le mimose, da giallo splendente sono diventate marroncine e spente...
…si riempiono di nuovi colori…
[Da un’idea originale di Mogol-Battisti]

Qui i colori sono cambiati in una manciata di giorni. Le mimose, da giallo splendente sono diventate marroncine e spente; hanno preso il loro posto, al centro della scena, le magnolie, quelle precoci che fioriscono sui rami nudi (Magnolia stellata, M. soulangeana).
Resistono le camelie (Camellia spp.): la loro fioritura di lunga durata – da gennaio a marzo nei nostri climi – si avverte come una nota lunga costante tra gli squilli di tanti rapidi cambiamenti; ma anche loro vacillano e cadono. Non sono amate le camelie, dai giapponesi che pure le hanno diffuse in tutto il mondo; vedono nei fiori caduti ancora integri, tante teste decapitate! Ma si sa, sono popoli diversi da noi… Basti pensare che laggiù il fiore dell’amore è il crisantemo, non la rosa!
È fiorita la cydonia (Chaenomeles japonica) che i fiorai vendono con il falso richiamo di ‘fiore di pesco’ (fa dei piccoli frutti simili alle mele, in realtà) e inizia la breve stagione del biancospino, nelle sue due varietà più comuni (Crataegus oxycantha, C. monogyna): croce e delizia degli amanti delle siepi (… e degli amanti nelle siepi!).
Che dire delle siepi di biancospino di questi giorni? L’ansia di andarli a cercare con gli occhi, una mattina dopo l’altra, per trattenerli: da quando sono appena in boccio, più che altro rami nudi e solo un’idea di fiori; poi all’improvviso un’esplosione di bianco. Qualche giorno ancora e il verde sovrasta il bianco: i fiori ora sono tutti caduti e il bianco si è spostato dai rami alla terra intorno. Se non viene il vento e si porta via tutto insieme…
Così è stato per le mimose; già la memoria sfuma sulla profusione di giallo delle settimane appena passate. Così i biancospini. Non ha senso sperare che durino un giorno ancora. Conviene goderseli quando ci sono, senza recriminare su vanità e cambiamenti.
Sono tornati a cantare gli uccelli, dopo lo sconcerto termico delle settimane passate e malgrado la presenza dei cacciatori.
Così cominciamo a riassaporare l’idea di primavera: la natura in tripudio, il creato a far da coro al nostro risveglio.
È appunto questo l’equivoco: che tutto sia qui per noi. Non canta l’allodola al mattino per annunciare l’alba a Romeo & Juliet, ma per suoi più prosaici motivi; non fiorisce la campagna per noi. Neanche il nostro giardino, che credevamo di aver addomesticato e convinto. Ma non ci impedirà, questo pensiero, di viverci in mezzo in armonia, senza scomodare teleologie impegnative.

Fioritura della magnolia soulangeana, accanto a quella delle camelie.
A fianco, particolare del fiore della magnolia

Il fiore di camelia non sfoglia a petali, come la rosa, ma cade tutto intero

Fioritura della cydonia (Chaenomeles japonica). A fianco, particolare del fiore.

Fioritura del biancospino (Crataegus monogyna). A fianco, particolare del fiore

Importanza botanica dei pensionati

Per i ‘guardatori delle piante’ è quasi impossibile non notarli – in alcune zone appena fuori città, ma spesso dentro la città stessa non appena le costruzioni si diradano – quei minuscoli appezzamenti di terra. Per esempio uscendo da Roma per la A 24, all’altezza di via Palmiro Togliatti; oppure quando si entra in treno a Milano, una sottile striscia di terra che costeggia i binari, tra questi e la strada. A volte sono iniziative spontanee; in alcune città – a Varsavia, mi dicono, dove sono anche organizzati con un piccolo mercatino – sono sponsorizzate da amministrazioni comunali illuminate, che trovano il modo di dare una motivazione e una piccola entrata economica ad una vasta popolazione di anziani, altrimenti destinati alla depressione. Questi piccoli poderi, il più delle volte non di proprietà, più spesso dati in gestione, si riconoscono a colpo d’occhio: sono recintati in modo fantasioso: reti, o anche brande di letti, assi di legno di recupero, canne, cancelletti fatiscenti. Ma la vegetazione è rigogliosa, i fiori non mancano mai, l’ordine interno è rigoroso pur nel caos generale dei vari appezzamenti. Se si guarda bene, spesso nelle ore del mattino si vede qualcuno al lavoro, a zappare, sarchiare, sfrondare, sistemare le canne in file ordinate.
Sono sempre stato curioso dei giardini degli altri; a saper leggere ci si ritrovano informazioni su chi ci lavora, come e più che su un volto.
Gli orti-giardini degli anziani sono i più interessanti, per quell’aura preindustriale che ne emana, le soluzioni inusuali che vi si vedono applicate, testimonianze di un tempo in cui per risolvere un problema pratico erano usati i materiali più vari, con un’inventiva e una capacità di adattamento che poi sono andate perdute. I contenitori per l’acqua, i ganci per appendere gli attrezzi: per ogni esigenza viene trovata una soluzione appropriata e originale. Dietro ogni orto ben curato c’è un pensionato. Da quel fazzoletto di terra traggono quasi tutte le verdure per il fabbisogno familiare, l’insalata e la ruchetta, i pomodori, le melanzane e i peperoni nelle stagioni giuste. Ma lungi dall’essere considerati benemeriti dell’umanità e della famiglia, questa negletta categoria di lavoratori vive in costante allerta nei confronti di mogli brontolone e figli distratti e impazienti. Vorrebbero essere solo lasciati in pace, ma si muovono su un filo di lama. Qualcuno sempre a ricordar loro che sono vecchi, che questo non possono, quello non devono farlo (…anche se, immagino, fuori da sguardi indiscreti facciano come gli pare; che lo spazio del piccolo orto sia il loro personale regno della libertà).
Poi c’è il rischio di strafare: basta poco perché quei cesti pieni di tesori verdi rossi viola vengano in uggia agli irascibili conviventi ed essi siano pesantemente diffidati dal portare a casa anche solo un’altra zucchina, o un’altra cesta di quei maledetti pomodori! Così furtivamente si disfanno del surplus, con condomini compiacenti o con la sora Lella… sempre così gentile, che quasi quasi… un (ultimo) pensierino ce lo avranno fatto… Non li avete mai incontrati sulla Metro? Anziani ma trofici, con facce colorate dal sole e gli abiti da lavoro ancora addosso, un po’ fuori posto tra ragazzotti azzimati e ragazze in tiro; un cesto sotto al braccio o una busta di plastica in mano: ma non vengono dal supermercato. Si portano addosso un odore d’altri tempi, gradevole, di sudore e di fatica. Qualche volta dal cesto esala un profumo di fiori che si prova a identificare, tra tutti quelli falsi ed esagerati che vi si sovrappongono.
Pensionati. Nei loro periferici avamposti ortivi mantengono in vita un’idea passata di bellezza e una sapienza antica. I ciuffi di fresie piantate sotto le viti o l’aglio insieme alle rose, per tener lontani gli afidi; le grosse pietre che fanno un sentiero tra le piante, ma funzionano anche da accumulatori di calore, per l’inverno; o gli invasi alla base delle piante da frutta, per trattenere l’acqua piovana. Solidarietà con i pensionati! Essi combattono la loro personale battaglia di resistenza al tempo, anche a nome di tutti noi.

Piccoli poderi ritagliati a ridosso dei caseggiati della città qui sulla A 24 a Roma, all’altezza di via Palmiro Togliatti

Haiku della luna

Durante le pulizie di primavera, libero la siepe di confine dai rovi. Avversari duri, i rovi: attaccano l’uomo..! Ma si può imparare a maneggiarli a mani nude. Basta non stringere troppo e mollare un attimo prima che le spine ti trapassino la pelle. Con un po’ di pratica si impara, a farlo, ma lo stesso ho le mani piene di graffi. I rovi sono come i pensieri tristi. Durante il lavoro attraversano talvolta la mente pensieri improvvisi, fulminei come stelle cadenti. A volte immagini di bellezza, esaurite nell’istante stesso in cui si colgono. La perfezione di un bocciòlo, la peluria verdina delle prime foglie dell’olmo o un colore del cielo, al tramonto. Qualche volta un’idea. O una frase perfetta.

Come le nuvole e i fiori, certi pensieri vanno goduti ‘al momento’. Il giorno dopo sono vecchi e sbiaditi… Mi sono ricordato di un haiku letto tempo fa, che mi è era molto piaciuto, ieri…

Scava lo stagno senza aspettare la luna
Quando lo stagno sarà finito
La luna verrà da sola

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