Condividi su facebook
Condividi su twitter

Lectio Magistralis video: Pascale, Saviano e la questione dello stile

di

Data

Si può raccontare tutto. Ma con un certo stile. Chiaro il discorso di Antonio Pascale, quasi ovvio. Poi però sorge il dubbio di non aver afferrato in pieno il suo pensiero.

Si può raccontare tutto. Ma con un certo stile. Chiaro il discorso di Antonio Pascale, quasi ovvio. Poi però sorge il dubbio di non aver afferrato in pieno il suo pensiero. Non era così semplice alla fin fine. Si fa contorto quando si parla della rappresentazione del male. Come si deve mostrare la violenza? Perché lo scrittore non può, non deve ignorare quanto accade nel mondo. Ma dov’è il limite? Fin dove ci si può spingere, quale porta deve restare chiusa? Difficile trovare una risposta. Impossibile se si discute intorno ai limiti da non oltrepassare. E’ solo dopo due ore di discorso – che si è tenuto il 17 Febbraio a Villa Maria nell’ambito del ciclo di incontri Lectio Magistralis – che arriva l’illuminazione. Una possibile chiave di lettura del punto di vista dello scrittore casertano.
Non parliamo di cosa si può o di cosa non si può fare. Parliamo piuttosto dell’efficacia di quanto è stato scritto. Non tutti, certo, scrivono per raggiungere degli obiettivi; si può anche solo ricercare la perfezione estetica. In tutti gli altri casi però è più facile affrontare il problema dello stile. “Se il mio vuole essere un racconto di denuncia – spiega Pascale -, lì devo pormi il problema dello stile”.
“Gomorra”, richiestissimo libro di Roberto Saviano. Siamo giunti ad un esempio concreto, quello illuminante. Tutti i fatti che vengono raccontati sono veri, non ‘è dubbio: lo dice lo scrittore, lui che ha conosciuto da vicino ciò di cui si sta parlando, e non per sentito dire. Questo è il punto: è corretto affrontare con tanta enfasi il tema della camorra? Il libro-inchiesta di Saviano ha evidentemente l’intento di denunciare ciò che è già sotto gli occhi di tutti e di cui solitamente si tace. Di certo c’è che è riuscito a movimentare le acque, a far riaffiorare per un po’ almeno un argomento grave quanto scomodo. Eppure, dice Pascale, “a volte ho l’impressione che l’autore ecciti la materia”. Insomma, se al camorrista racconti il boss come uno che ha fatto i soldi, si fa di cocaina e alla fine muore ammazzato, gli tracci l’immagine di un eroe, di un fantastico modello da imitare. “Non va bene – continua lo scrittore – sottolineare questo aspetto; bisogna trovare una via diversa”. Ed è lui stesso ad indicarcela: Donnie Brasco è la soluzione. La sua rappresentazione cinematografica del camorrista è del tutto differente. E’ uno sfigato, uno che fa una vita da impiegato ministeriale e che non raggiungerà mai le vette del successo, ma si fermerà sempre ad una esistenza squallida. E poi, c’è una critica che riguarda tutta Saviano. Secondo Pascale traspare nel libro un certo narcisismo, un modo di raccontare gli eventi che fa concentrare il lettore sull’eroismo del protagonista, piuttosto che sui fatti stessi. Alimentare l’idea che per combattere la camorra ci sia bisogno di eroi non fa bene alla causa. Non ci vogliono combattenti, ma persone disposte a non comprare più i suoi prodotti, a non sostenere economicamente la camorra. “Un tono esagerato in questa storia – chiarisce lo scrittore – non ci impedisce di comprare la cocaina, perché tanto c’è un eroe che lavora al posto nostro”. Se si vuole denunciare la camorra, non lo si può fare utilizzando i suoi stessi toni epici. “Bisogna trovare un’altra via”. Quale, sta al singolo scrittore trovarne una propria.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'