La mafia il tarlo la corda pazza

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Mafia mafia e ancora mafia. La fiction sui corleonesi, il film su don Pino Puglisi, il documentario sulla cattura di Provenzano. Le iniziative dei pizzini della legalità, i libri sulla cattura del boss.

Mafia mafia e ancora mafia. La fiction sui corleonesi, il film su don Pino Puglisi, il documentario sulla cattura di Provenzano. Le iniziative dei pizzini della legalità, i libri sulla cattura del boss.
Ragazzi del liceo interpretano con speciosa enfasi a pieno microfono i passi salienti di “Iddu”. Dopo un’ora gli organizzatori sono ancora intenti ad incensarsi, con l’abito nuovo della legalità, il viso contrito per l’argomento, qualcuno accanto a me ne scorre il curriculum a mo’ di litania, quasi a dire: ”Con quale faccia!”.
Enrico Bellavia e Silvana Mazzocchi, autori del libro, quasi ora di pranzo ancora in un angolo. Ma gli ospiti non dovrebbero stare al centro?
Finalmente la parola è loro.
“Volevamo raccontare come va in porto una vittoria dello Stato, facendo non un lavoro di nicchia solo per addetti ai lavori. Volevamo capire, approfondire, un po’ come fa la fiction. Ora il giornalismo di lettura viene inseguito anche dai quotidiani, vedi l’edizione domenicale de “Il sole 24 ore”, mentre d’altra parte le notizie sui giornali si sono ridotti a bollettini un po’ piatti, in cui deve prevalere la rapidità, la stessa con cui gli stessi vengono fagocitati e dimenticati. E’ un giornalismo gridato, che riesce a catturare ma è deviante. La notizia si grida ma non la si racconta.
Nel nostro libro da un lato c’è il racconto del poliziotto, il racconto contenitore in cui si aprono delle finestre, come nel docufilm di rai tre “Scacco al re”: approfondimenti sui vari personaggi, la borghesia mafiosa, le talpe che hanno permesso a Provenzano di rimanere nascosto. Sì, al di là dei particolari sul covo e del linguaggio dei pizzini a cui Camilleri sta già lavorando, volevamo mettere in evidenza il lavoro delle forze dell’ordine e sottolineare il risultato: un delinquente è stato preso e messo in carcere.”
Il fatto è che una domanda mi resta in pizzo di lingua, e sta ancora lì: ma gli altri, i colletti bianchi? Sono usciti fuori come un cumulo di vespe, rimestato il vespaio, o si sono dispersi? E chi era Provenzano, la punta dell’iceberg o il ramo morto?
A chi le chiede “E se Provenzano parlasse?” sorride Silvana Mazzocchi, “Certo, gli editori farebbero la fila e anche all’estero per le sue memorie, ma ciò non rientra nelle logiche della mafia, come invece lo è stato del terrorismo.”
Il tarlo intanto s’insinua: i pullover di cachemire, i 40.000 euro tra i calzini, la cassetta del Padrino, dei puffi, la Bibbia cifrata, il miele la malva la cicoria, i crocifissi i santini, l’altarino di Aglieri con l’ostia consacrata di padre Fertitta e la sommossa popolare al suo arresto, i pizzini nell’orlo dei pantaloni di Lipari, i gesti i rituali le intercettazioni, il boss che gira in ambulanza, la faccia di Riina: ”Io latitante? Nessuno mi ha cercato!”, ed è un tarlo maligno: tutto ciò, solo per rinfrescare il nostro folclore? Per Camilleri? Dio ce lo conservi ancora a lungo!, per gli autori di fiction?
Anche la mafia organizza gli incontri antimafia. Proprio l’altra sera nel documentario sulla cattura del boss, parlavano di un premio a Partitico credo, intitolato al comandante Ultimo, fortemente voluto dal capo mafioso di turno. Maledetta sicilianitudine, pirandelliano arrovellarsi e contorcersi della ragione! Due regie s’incrociano, lo scruscio e il silenzio giovano a entrambe, la partita a scacchi continua, vittime e complici si scambiano i ruoli. E di Cuffaro può dirsi che frequentava i mafiosi, embè ci provavamo i pantaloni dal sarto!, però ha rafforzato il 41bis, legge inutile per altro, dicono, che si applica solo a riconosciuta pericolosità del reo. Basta! Che il mio pensiero sia lineare a riconoscere, come dovuto, davvero, la fatica delle forze dell’ordine lontani dalla propria famiglia a pizza e pollo per anni con gli occhi fissi alla preda (a ricotta e cicoria), per lo scacco al re. Ma la corda pazza… il tarlo a ricordarmi che lo scacco matto è altra cosa, ed io però voglio sognare una Sicilia dove la mafia non esiste, dove nessuno paghi il pizzo… “Quando le imprese saranno tutte nostre, e le attività… E che, chiediamo il pizzo a noi stessi?” dice il cane di bancata nello spettacolo di Emma Dante, il mafioso col cappello. E lei, mammasantissima alla fine rassicura i suoi figli: “Andate, toglietevi il cappello, io non ci sarò più, non abbiate paura, non vi nascondete, togliete le armi, confondetevi tra la gente, tu governatore e tu colonnello tu con tre lauree e tu uomo qualunque aiutatevi tra di voi, a voi affido l’Italia.”
Volevano ammazzare Giuseppe Lumia, ex presidente commissione antimafia. “Bisogna spezzare la rete di collusioni con l’economia, la politica”, dice ,indagare a tutti i livelli della società. La mafia si è inabissata, si è fatta linfa nel tessuto sociale, si è fatta prudente: “Gli dissi ai palermitani, toccando un uomo dello Stato facciamo un’altra volta un manicomio in Sicilia, non sono bastate le conseguenze delle stragi?” (da “La Repubblica”, 21 febbraio)
“A volte la gente si alza e se ne va a metà spettacolo”, dice la regista palermitana.
(io direi che quelli delle prime file non fanno testo vista la quantità di sputi in scena) “Dicono che do un’immagine brutta della Sicilia. Io però non sto parlando della Sicilia, sto parlando della mafia e la mafia non è solo Sicilia. Voglio dare l’idea dello schifo.” E le farebbe eco anche Cuffaro:”La mafia fa schifo”
…La corda il tarlo io non riesco più a governarli

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