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Striscia la notizia (da Gaza)

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Quando è partito, pochi giorni prima di Natale, mi ha lasciato le chiavi di casa sua. A Milano, appena sono entrato in quella casa ho trovato i suoi “pizzini”...

Quando è partito, pochi giorni prima di Natale, mi ha lasciato le chiavi di casa sua. A Milano, appena sono entrato in quella casa ho trovato i suoi “pizzini”, laconici come lui: chiudi il gas – non aprire a nessuno (?!?) – l’acqua si apre così e così – la caldaia fa da sola. E per ultimo “quando vai via segna i numeri di luce e gas, a gennaio viene mio fratello e lui deve pagarmi quello che consuma!”. Lino è sempre stato così. Riservato, scorbutico e rompiballe, insomma un ottimo amico di questi tempi.
È uno dei tanti cooperanti che stanno in giro per il mondo. Ma non è uno di quelli che stanno rinchiusi nei grandi alberghi della Fao o Unicef; per intendersi non è uno di quelli che guadagnano migliaia di dollari al mese per “lavorare” in un ufficio iperattrezzato senza mai vedere una sola persona di quelle che vanno ad “aiutare”. (questa è una testimonianza raccolta direttamente da me, vissuta e comprovata in Bolivia. La persona mi ha detto di aver fatto una immorale vacanza alle spalle degli aiuti umanitari, e che quando si è azzardata a dire che voleva almeno andare a fare un giro nelle favelas, è stata prima sconsigliata e poi minacciata, e comunque lasciata sola!)
Quando ci penso mi viene in mente mia madre, io volevo aiutarla a lavare i piatti o cucinare – ma dopo aver rotto un piatto o un bicchiere e dopo aver bruciato uno strofinaccio col fornello – sbottava e mi diceva “si, bell’aiuto, tu mi aiuti in discesa”. In quella frase c’è tutta una filosofia di vita e mia mamma voleva dirmi: “non basta essere donna casalinga e lavoratrice con marito da servire e riverire e figlio da curare, no, ci manca che mi aiuti a precipitare più giù”.
Ecco, Lino non è uno di quella razza.
Dopo una settimana di silenzio una mail: Sono bloccato a Jerusalem Est. Non mi fanno entrare a Gaza, forse domani o dopo rientro. PUNTO.
Dopo due settimane, preoccupato dalle notizie che trapelavano dai media, chiedo lumi e… arriva la risposta: ma che vi devo far sapere se non succede niente di anormale?? Fa ancora freddo, la luce va via tutti i giorni e mancano le bombole di gas. Ogni tanto c’e’ qualche scambio di colpi tra i palestinesi nel pomeriggio, poi la sera fanno la pace e si vanno a prendere il caffè, dormono fino a mezzogiorno e poi decidono se spararsi di nuovo… per ora quindi io non trovo nulla di pericoloso. Ciao ciao Lino.
Anche se sono incazzato fortemente, faccio passare un altro mese e mi decido a ricontattarlo.
Io: Perché non mi scrivi qualche riga, tipo resoconto o quel che ti pare, e magari mi mandi qualche foto? Sai, qui arrivano solo notizie dai canali ufficiali e vorrei scrivere un articolo per la rivista “O”.
Lino: perché non ve ne andate affanculo, tu e i tuoi colleghi? Io non faccio foto in questo disastro per farvi scrivere articoli tipo scoop.
Ingoio la rabbia e faccio meditazione trascendentale per due giorni prima di rispondere, poi placato rispondo, non demordo, lo so che prima o poi cederà.
Io: perché non vai affanculo tu? Se volessi video e foto splatter ci sono YouTube, CNN e Al Jazeira che ne sono pieni, io vorrei foto di vita normale, che so? di bambini che vanno a scuola, gente che lavora, vedi tu.
Era il 12 gennaio, da allora non ho più ricevuto notizie. E ieri finalmente, arriva la mail e le foto. Riporto un largo stralcio del testo.

Lino scrive:
Eccomi qui, di nuovo al valico di Erez. Oggi potrebbe essere chiamato confine, come lo chiamano gli israeliani, ma è un confine riconosciuto solo da loro, non dalla comunità internazionale, perché anche qui si addentra di qualche chilometro oltre la linea verde, in terra palestinese. Sono trascorsi 3 anni dall’ultima volta, e si vede.

Un grande palazzo si staglia verso l’alto. Costruito negli ultimi anni per il nuovo Terminal di passaggio, stile aeroporto. A fianco una costruzione grigia che potrebbe essere una caserma o una prigione, con un alto muro, anche qui, che la circonda. Il grande parcheggio non c’è più.
Era il 1992, un enorme spiazzo polveroso con una sbarra e qualche container, questo era Erez allora.

Le lunghe Mercedes gialle dei tassisti palestinesi facevano la spola tra Gaza e Gerusalemme. Carichi di persone e prodotti da vendere al mercato della Porta di Damasco. I taxi arrivavano a Gerusalemme in un parcheggio ricavato tra la porta e un grande e splendido giardino di olivi. Dopo il 1995, e gli accordi di Oslo, sono scomparsi il parcheggio e i taxi da Gaza. Erez è diventato intransitabile e anche gli olivi sono stati abbattuti per far posto ad una superstrada che ha sostituito la vecchia “Nablus road”.

Oggi i palestinesi non possono più andare a Gaza e non possono uscirne. Ci sono centinaia di migliaia di persone che non conoscono Gerusalemme e Ramallah. È difficile spiegare la condizione, provate ad immaginare un milanese che non sappia come è Como e il suo lago.

La striscia di Gaza non ha soldati e coloni al suo interno, ma è una prigione all’aperto. Nessun confine è libero per le persone e le merci palestinesi.

A Rafah, al confine con l’Egitto, per garantire l’unico passaggio ci sono gli osservatori europei, con il comandante italiano, ma ricevono ordini dall’esercito israeliano e nessuna “nuova politica estera” europea e italiana è intervenuta perché ciò non avvenga.
In questa situazione qualche palestinese mi chiede: ma Oslo è stato un fatto positivo?

Sto lavorando in un progetto con gli asili del sud della striscia con fondi della Unione europea. In Palestina gli asili sono privati, l’autorità palestinese e l’Unrwa gestiscono la scuola dalle elementari in poi.

Le maestre che lavorano negli asili possono essere considerate delle privilegiate; loro almeno hanno un salario; un salario, si badi bene, di 50 euro al mese.

L’intervento che stiamo effettuando è rivolto a circa 1.800 bambini perché possano trovare negli asili un ambiente confortevole e ricevere quelle attenzioni educative e pedagogiche che per vari motivi, (sociali, militari, economici) non ricevono o non possono ricevere in casa. In questo percorso vengono coinvolte anche le mamme, affinché la famiglia possa essere parte attiva dell’intervento. Al 20% di questi bambini, provenienti da famiglie individuate per le condizioni di povertà, viene garantito il pagamento delle rette.

Certo una goccia nel mare dei problemi che affliggono il popolo palestinese, la cui soluzione può venire solamente con la costituzione dello stato, in confini riconosciuti dall’ONU e la libertà di movimento delle persone e delle merci, in poche parole con la fine dell’occupazione e colonizzazione israeliana.

Io: ciao Lino, e grazie a nome della scuola Omero.

Ndr: se qualcuno volesse maggiori lumi sulle attività di cui si occupa l’associazione di cui fa parte da circa 15 anni, può scrivere direttamente a linozam@yahoo.it Un tempo si chiamava Salaam i ragazzi dell’Olivo, e provvedeva all’affido a distanza si bambini da curare, vestire e mandare scuola.

 

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