L’amore a Ponte Mollo

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E’ quasi sera. Un cielo striato di blu fa da sfondo al nostro camminare svelto per il Lungotevere e alla nostra speranza di fare presto, giusto per trovare uno scampolo di luce che ci permetta di scattare delle foto decenti.

E’ quasi sera. Un cielo striato di blu fa da sfondo al nostro camminare svelto per il Lungotevere e alla nostra speranza di fare presto, giusto per trovare uno scampolo di luce che ci permetta di scattare delle foto decenti. Per la strada scorre il traffico del sabato pomeriggio, e un ingorgo, vicino al ponte Duca D’Aosta, ci intossica coi gas che esalano dai tubi di scappamento.
Il Tevere, visto da qui, non ha la placidità oleosa che acquista dopo, scorrendo in prossimità di San Pietro. Qui l’acqua galoppa, s’incurva, gira intorno a grosse pietre che fanno il fondo un poco scabro.
“Eccoci a Ponte Mollo” dice Gianni, l’amico che ci accompagna.
“Perché ‘Mollo’?”.
“I romani lo chiamano così”.
“Perché?”.
“Perché pare che un tempo ‘molleggiasse’ davvero: ci camminavi e te lo sentivi traballare sotto i piedi. In realtà è uno dei ponti più antichi, uno di quelli con le strutture più precarie, è crollato molte volte, altrettante è stato rifatto. Nel 1951, per precauzione, è stato chiuso al traffico delle automobili…”.
Certo, l’idea della precarietà non è che ci risulti molto simpatica, così, con molta indifferenza, proviamo a tastare il percorso, a battere il tacco per terra semmai un qualche tremolio ci dia prova di quella precarietà che prelude al crollo… Nessun “molleggio”, il selciato ci restituisce il suono compatto di un fondo stradale di perfetta consistenza. E così ci avventuriamo lungo il nastro sospeso che collega solidamente (così ci pare) le due sponde del fiume.
Naturalmente non siamo venuti qui per fare prove di ingegneria idrostatica, e neppure per disquisizioni dotte sul ponte di cui si parla per la prima volta nel 207 a.C. (in occasione della seconda guerra punica) e che fu fatto saltare per ordine di Garibaldi da quel tenente Pacifico Caprini, il cui nome stride non poco con l’azione di cui lo glorifica una lapide di marmo: “… diede fuoco alla miccia ritardando a Roma l’offesa dell’occupazione straniera”.
“Certo, che un Pacifico dia fuoco alla miccia…” mormoriamo.
Ma subito ci distrae il “fenomeno lucchetti”. In fondo è per questo che siamo venuti, per guardare coi nostri occhi i lampioni incatenati che poco hanno della leggenda metropolitana e molto del sogno giovanil adolescenziale che si serve di un catenaccio e di una chiave persa per saldare legami d’amore.

E intanto che ci avviciniamo al terzo di essi, quello che occupa la parte centrale della sponda di sinistra, ci vengono in mente, per contrasto, i soliti discorsi sullo sfascio della famiglia, le coppie che scoppiano, l’amore infarinato, fritto, rifritto e inghirlandato di rose che diventerebbero corone di crisantemi se le rotture prevedessero gli stessi riti del mettersi insieme; e le recenti chiacchiere sulla corruzione dilagante, quei video spogliarelli che Youtube mette in rete sponsorizzando ragazzine intente a performance che non hanno bisogno di luci rosse o orecchie da coniglietta per crearsi l’atmosfera, perché l’importante, oggi, è mostrarsi, scendere nella piazza mediatica al solo scopo di guadagnarsi gli occhi del pubblico e usarli come bollini da appiccicarsi addosso nel gioco a un auditel tutto personale in cui vince chi più riesce a fare scandalo.
Ma eccoli i lucchetti, alcuni agganciati alle catene che rigirano intorno al lampione, gli altri – tutti gli altri – chiusi tra loro in un groviglio metallico che è groviglio di nomi, date, iniziali e cuori: piccoli, piccolissimi, grandi, rosa, verdi, rossi, alcuni neri così come squilla nera e disperata sul muretto la scritta: “TI AMO TROPPO”.
E a proposito di scritte, ci piace ricopiarne alcune:
“Qui con te per lasciare un segno della nostra storia”.
“Il prossimo sarà ancora più grande” (che cosa?).
“Per sempre insieme… Per sempre divisi…” (questa è la più enigmatica. Gianni azzarda: “Uniti nel sentimento, divisi nella tasca).
“Gli amori vanno, noi resteremo, su qualche strada, in qualche cielo, perché su qualunque strada noi non ci perderemo”.
“Ti sposerò” dice a un tratto qualcuno.
Solleviamo gli occhi: è un ragazzo con il giubbetto di pelle e l’aria decisa.
Lei gli sorride, gira le spalle al fiume e butta la chiave. Lui fotografa il lancio. Un bacino sulla bocca suggella il tutto. Avranno forse quindici anni.
All’improvviso ci accorgiamo che il ponte si è popolato. Due ragazze in bomber, jeans e scarpe da ginnastica, si guardano negli occhi e si sorridono. Molto discretamente anche loro agganciano un lucchetto, buttano la chiave e si giurano amore eterno.

“Cerchiamo ‘n arto palo” dice un ragazzino con la sigaretta in bocca. Perché ha ragione, su questo del centro è quasi impossibile aggiungere altri lucchetti.
“Per sempre tuo, per sempre mia” sta dicendo uno.
E’ una coppia di quasi bambini, non più di tredici anni lei, non più di quattordici lui. Li abbiamo accanto, si sussurrano tenerezze, si scambiano baci e sorrisi. Poi lei si gira, butta la chiave. Lui la fotografa. Quindi il contrario: lui con le spalle al ponte, lancia una seconda chiave, lei fotografa. Adesso con l’autoscatto: tutti e due abbracciati, il lampo che parte, li ferma in un sorriso dolcissimo.
“Chi ci ha un pennarello?” chiede una ragazzina.
Fa parte di una vera e propria comitiva, saranno almeno cinque coppie: si scambiano il pennarello, ridono, scrivono la data e il nome, il famigerato “Per sempre” che presuppone l’intento di trascorrere insieme tutta la vita, con la stessa effervescenza e la stessa fragranza dei sentimenti, la stessa ingenuità, la stessa incoscienza, lo stesso modo di amarsi, senza responsabilità e senza complicazioni, accompagnati solo da quest’amore semplice semplice: un bacio, una sigaretta, continui scambi di sms, qualche e-mail in cui ci si conferma il “Per sempre” che forse durerà ancora una settimana, o forse un mese, due, sei?, e poi si penserà a un altro, un’altra che sembra più bella, più interessante, meno litigiosa, davvero l’Amore Eterno. Che poi, però, mostrerà le sue pecche. E allora via, altro giro di ruota.
Perché è la vita che poi fa così: rovina il sogno, oscura la memoria delle promesse d’amore. Ma adesso no: qui, sul ponte, mentre la sera ha acceso i lampioni, è bello buttare la chiave e dare al gesto il significato scaramantico di una dedizione per la vita: cementarsi, chiudersi, precludersi ogni possibilità di fuga, consegnarsi interamente all’altro, in una esaltazione dell’amore pulito, senza Youtoobe e senza spogliarelli, tenendosi per mano e celebrando un rito che in altri tempi sarebbe stato uguale a quello del matrimonio, solo che qui non ci sono preti a sancire il vincolo, e i protagonisti sono gli stessi artefici del rito, quelli che agganciano un lucchetto e affidano alla chiave persa il senso di una fedeltà che dura in eterno.

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