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Quando Dio chiude gli occhi

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Togliere la carne, spegnere i sensi, eliminare la tendenza al vagheggiamento, alla fatuità, al bisogno che la vita sia leggera, più leggera, per sopportarne meglio i colpi e l’affronto: era questo che s’imponeva con la Quaresima,

Togliere la carne, spegnere i sensi, eliminare la tendenza al vagheggiamento, alla fatuità, al bisogno che la vita sia leggera, più leggera, per sopportarne meglio i colpi e l’affronto: era questo che s’imponeva con la Quaresima, soprattutto in epoca medievale, quando la carne era il Peccato e la sua soddisfazione un precipizio d’Inferno. E bisognava adeguarsi, cospargersi il capo di cenere per ricordarsi che si è nulla, si viene dal nulla e si va verso il nulla. Unico scampo il Paradiso: Dio che ti piglia per i capelli e ti sottrae al fuoco. Ma il Paradiso non è dietro l’angolo, e neppure regno di carte false: per meritartelo devi soffrire (così si predicava) e più soffri più acquisti possibilità di riscatto. Perciò il digiuno, l’astinenza, il sacrificio che redime.
E la carne? Il corpo? La fame e la sete? La gioia? La felicità che viene dalla pancia piena e dai sensi placati? Be’, quelli… bisogna ignorarli, far finta che non ci siano, che si tratta di assalti del demonio che stuzzica e solletica perché l’anima alla fine capitoli e si consegni alla trasgressione.
Dunque?
Dunque, in obbedienza, si china il capo affinché lo si possa cospargere di cenere a memoria del fatto, appunto, che l’uomo è nulla e va verso il nulla se non c’è quella mano di Dio che l’acchiappa per i capelli e lo toglie dal fuoco.
Ma la carne? Eh, la carne… è una che chiacchiera, che chiede, pretende, batte i pugni, graffia, cerca, urla; con le mani piantate sui fianchi e la voce grossa vuole sazio, soddisfazione. E farla tacere è impossibile. Del resto… penitenziare sì, soffrire è inevitabile… redimersi va bene… Ma… caspita, una qualche licenza, una pur minima possibilità di placare l’appetito bisogna pur concedersela. Sempre uomini siamo!
Così qualcuno aggira l’ostacolo mettendo in piedi una sorta di rito che spalanca le porte a future settimane di perfetta astinenza: il banchetto del “carnem levare”, ultimo atto di un giorno in cui si chiede a Dio di chiudere gli occhi. Perché si dà l’addio alla carne e, come in ogni addio che si rispetti, ci si colma dell’essere da cui ci si deve separare. Ci si riempie di esso… e non soltanto in senso metaforico. Perché la carne è la carne: perfetta allo spiedo, arrosto, in umido, a cotoletta o polpettone, ripiena di salumi, cosparsa di spezie, oppure servita cruda nel sottilissimo carpaccio al pepe nero. E naturalmente si ride, tutti intorno alla tavola, pensando al domani quando su quella stessa tavola ci sarà solo qualche foglia di verdura, una crosta di formaggio, un pezzo di pane. Si ride, si scherza, si beve naturalmente, e il vino dà quell’esuberanza del cuore, quell’allegria vaga, sconfinata e triste, talvolta, per cui si beve ancora, e ancora, e lo sguardo si ferma sulle forme della ragazza che ci sta accanto, e carne chiama carne. E si fa notte, e si fa giorno… troppo presto.
E allora l’anno dopo si decide di anticipare, far precedere il “carnem levare” da un altro giorno d’ebbrezza, e poi un altro, e un altro ancora, fino a quando quei giorni diventano quattro (sabato, domenica, lunedì e martedì), anzi, cinque, ingrassando di salsicce quel giovedì che apre la festa. Ma una festa diversa dalle altre, perché mangiando mangiando il corpo acquista in robustezza, e un corpo robusto tende allo scialo, alla risata, alla verità che dovrebbe rimanere in fondo a un pozzo e invece viene sproloquiata in piazza. In fondo, ci s’incoraggia, se Dio ha chiuso gli occhi perché non dovrebbe chiuderli pure il padrone? Sia che esso si chiami Principe, Barone o Papa Re. Del resto, si è tutti ubriachi. E quando si è ubriachi, si sa, le regole vengono violate. Quindi… Domanda: “Può un padrone punire l’ebbrezza collettiva? Può incarcerare l’intero popolo che s’abbandona alla trasgressione?”
Certo che no! E allora avanti, infuria la beffa, la rissa, la follia.
“Semel in anno licet insanire” dicevano i latini celebrando Bacco. E la regola viene immediatamente acquisita, fatta propria dal popolo carnascialesco che obbliga tutti a rispettare quest’unica regola che vieta l’osservanza di ogni regola.
Però… però.. il padrone ha l’occhio fino e i suoi bravacci pure, e, giunto il giorno della cenere sul capo, giunge anche il momento del rendiconto: non con Dio, per carità, ché le regole le rispetta e gli occhi li ha chiusi per davvero, ma col barone e i suoi bravi. E sono dolori. Dunque?
Dunque la maschera. Il volto contraffatto, i lineamenti alterati, l’identità perduta. Non sei tu. Dunque non sei perseguibile, dunque non punibile. Se sotto la maschera si nasconde l’assassino sono fatti di tutti, un’eccezione alla regola alla quale galantemente piegarsi.
Ma la maschera è soprattutto divertimento, il gioco a essere un altro, la tentazione di perdere quella parte di sé così noiosa, rigorosa, ligia al dovere, pallida e triste, pallida e seria, le occhiaie scure, le labbra esangui: una mano di colore ed ecco che gli zigomi s’arrossano, gli occhi si allungano in un taglio tzigano conturbante, la bocca si fa vermiglia, una veletta rende lo sguardo misteriosissimo. Chi sei? L’altro s’avvicina, tu t’avvolgi nel mantello e scappi, t’infili in una calle, Venezia di notte riverbera del bagliore delle torce. L’altro ti segue, si perde insieme a te nei risvolti d’ombra, in quel nero d’acqua sotto al ponte. E tu ridi, finalmente ti dimentichi, assumi una voce diversa, sovrapponi al tuo viso quello d’un’altra, più spudorata, più ardita.

E il Carnevale fa il suo ingresso nel mondo.
Un Re. Un pupazzo che comanda senza bisogno di sgherri, perché la sua legge è facile da osservare e i suoi precetti impossibili da disattendere. Così il povero diventa ricco, il Principe oggetto di pernacchie, il Potere sbeffeggiato, i politici bersaglio di pomodori sfatti.
E col Carnevale sembra riaffacciarsi quell’antica Festa dei folli che, ancora nel Medioevo, instaurava un mondo alla rovescia per cui “gli ultimi” venivano eletti re e davano l’avvio al regime della beffa. C’erano giullari, sputafuoco, saltimbanchi, musicanti, asini e muli parati da messeri. Per le strade si andava a braccetto con la Morte.
E la Morte rideva, nel suo mantello nero, i denti di fuori, le orbite vuote. Brandiva la falce, saltava sui carboni ardenti. Improvvisava tarantelle e saltarelli, ubriaca pure lei di quel vino distribuito a boccali nelle piazze, di quel liquore dolce che sapeva di cannella e uvaspina, sazia di salsicce, stordita dal fumo grasso che si levava a onde dai trespoli su cui rosolavano maialini da latte. E aspettava. Che si facesse mercoledì.
Ma Mercoledì è già penitenza. Già Carnevale si è disfatto nel rogo che purifica tutti, l’arrogante e la scapestrata, la dama nel mantello di velluto, Arlecchino, Pulcinella e il politico rosso di pomodori sfatti.
Nella mattina grigia, ancora addormentata, un pulviscolo leggero s’alza dal quel rogo, volteggia per le strade, impalpabile si posa sui davanzali che conservano, ancora, qualche coriandolo.
In chiesa, sazia di carne, una fila d’uomini e donne porge il capo a un prete che, molto serio, molto compunto, ricorda a ognuno:
“Cenere sei… cenere diventerai”.

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