Condividi su facebook
Condividi su twitter

Profumo d’Oriente

di

Data

Fu proprio durante la sistemazione del giardino (Cfr. Esperienze di un giardino ai Tropici) che facemmo la conoscenza del kurundù.

Fu proprio durante la sistemazione del giardino (Cfr. Esperienze di un giardino ai Tropici) che facemmo la conoscenza del kurundù.
L’anno prima, quello che chiamavamo ‘il trattorista pazzo’, sempre su di giri e con la bocca rossa, aveva portato insieme alla terra un ceppo di legno con qualche residuo di radice. Come tutto quel che viene appoggiato a terra da queste parti, il ceppo mise altre radici e sviluppò delle foglie.
L’anno dopo l’abbiamo trovato lì, un arbusto con foglie di colore verde intenso e nervature molto marcate. L’avevo notato, ma come con la maggior parte delle piante locali, neanche avevo provato a dargli un nome.
Il trattorista continuava i suoi viaggi anche quell’anno, sempre pazzo e con la bocca sempre più rossa (questo effetto deriva dall’abitudine di masticare un intruglio vegetale, chiamato betel, molto diffuso tra i locali, con effetti di blanda eccitazione – Ndr)
Mi ero raccomandato di non far calpestare quel cespuglio, così mi sono preoccupato quando l’ho visto arrivarci sopra a tutta velocità a marcia indietro, con il rimorchio del trattore.
Quando sono arrivato la scena era la seguente: il cespuglio era ripiegato sotto il trattore, proprio al centro tra le due ruote. Il mio amico Domenico gli gridava di fermarsi; lui guardava indietro e rideva, senza capire perché ce la prendessimo tanto, e scrollava le spalle dicendo: – Kurundù.. kurundù..
Kurundù… ’nda’fess’i soreta! – gli strillava Domenico (…con vago accento napoletano: forse si capisce!), mentre io me la prendevo con lui, per non essere stato abbastanza attento. Infine sono arrivati gli altri operai e abbiamo scoperto che kurundù è l’albero della cannella; in Sri-Lanka la pianta è tanto comune da non giustificare agli occhi del povero trattorista tutto quel chiasso per un alberello capitato lì per caso.
Comunque, grazie all’effetto-trattore, il tronco si era separato in diversi pezzi, ciascuno con un po’ di radici e qualche foglia, che ho provveduto a piantare tutt’intorno.

La spezia è la corteccia della pianta della cannella (Cinnamomum zeylanicum), anche facile da riconoscere, se la si è vista una volta e si prende l’abitudine di stropicciare le foglie tra le dita, per sentirne l’odore.
C’era sempre stata un po’ di curiosità, a proposito di quei piccoli cilindri marrone chiaro (color cannella!) che usavano le nonne e le zie per fare i dolci. In effetti la cannella non si trova così in natura; è un tipico manufatto che richiede una laboriosa preparazione. Lungo la strada, in Sri-Lanka, si possono trovare dei laboratori a conduzione familiare dove si lavora la spezia; la gente del posto è cordiale e molto orgogliosa di mostrarli.
Si parte dall’alberello verde; da essi, con una tecnica particolare, si stacca la corteccia per brevi tratti, con la maggiore attenzione possibile per rimuoverla tutta intera. Dopo una prima essiccazione, si stipano una dentro l’altra cortecce di diametro sempre più piccolo, fino a formare dei rotolini di sfoglie concentriche, che è poi la preparazione della spezia che si trova nei mercati.
Quello che resta degli alberelli dopo lo scortecciamento è venduto come legno per recinzioni o per accendere il fuoco (legno di cannella: kurundù-lì) e non profuma più. Solo quando capita a volte di tagliare o fare la punta a qualcuno di quei paletti, il profumo si sprigiona di nuovo: dolce, insinuante, evocativo: profumo d’Oriente.

Foglie dell’alberello della cannella (Cinnamomum zeylanicum); quelle rosse sono le foglie giovani.

Laboratorio a conduzione familiare per la preparazione della cannella; in alto si possono vedere i bastoncini già pronti, messi ad essiccare

Rimozione della corteccia dai tronchetti di cannella, per la preparazione della spezia

Preparazione dei bastoncini di cannella, ottenuti stipando uno dentro l’altro pezzi di corteccia di diametro diverso

LEMON GRASS
C’era una volta… un altro tempo, un’altra vita, un po’ di tempo fa…
Il primo viaggio in Sri-Lanka e la scoperta di una terra sconosciuta e diversa; nuovi odori e sapori.
Le scoperte dei viaggi: ti rendi conto di un mondo che è sempre stato lì, dietro l’angolo, eppure non avevi mai toccato prima; un forziere che per inerzia, mancanza di fantasia o per altri motivi, non avevi voluto aprire. Quando chiudi gli occhi, salti il fosso e ti lasci andare, il posto nuovo ti riversa addosso una quantità di tesori: sensazioni, stimoli, idee. Così tanti, a volte, da averne paura.
In questo nuovo mondo c’era un’erba quasi mitica: del perché e come lo fosse diventata è una storia troppo lunga; in qualche modo era associata all’idea di Oriente, di vacanza e di meraviglia.
Nel linguaggio corrente è nota come “lemon grass” (erba limone), ma altri la conoscono come cimbopogone (“Cymbopogon citratus”). È una comune graminacea, con una base di radici superficiali e foglie nastriformi che partono da terra e si aprono verso l’alto come uno zampillo d’acqua, alte fino a un metro da terra. Sono le foglie ad essere profumate, quando si stropicciano tra le mani o si aggiungono ad un piatto durante la cottura.
Qui si trova nei mercati delle verdure, perché fa parte degli aromi del curry; allora bisogna chiedere: “serah tieneva-deh?”. È una componente essenziale di numerose ricette della cucina orientale, per il suo particolare profumo. In Italia, per l’uso culinario può essere sostituita con una certa approssimazione con le foglie essiccate e tritate della cedrina (Lippia citrodora), che è un arbusto di tutt’altra specie.
Questa lemon grass è stata molto desiderata, di ritorno dal quel primo viaggio; cercata, raccontata, più volte portata in Italia e messa a radicare in serra con tutte le attenzioni possibili, ma è sempre sfuggita ad ogni tentativo di riproduzione e crescita, in un ambiente diverso da quello provenienza.
Ai Tropici invece è molto diffusa, facilissima da trapiantare. Se ne strappa un mazzetto alla base, con qualche peluzzo di radice e si mette da un’altra parte, nel terreno molto povero, in parte sabbioso, del giardino che abbiamo strappato al mare. Nel giro di sei mesi diventa un cespuglio di tutto rispetto.
Ora l’abbiamo sparsa dappertutto, anzi ogni tanto bisogna ridimensionarla, perché tende ad essere invasiva. Per me è parte del panorama, olfattivo e visivo del giardino, ma è bello vedere qualcuno farne la scoperta, come se fosse la prima volta del mondo.
– Hai sentito quest’erba? ..Incredibile! ..Sa di limone! – mi ha gridato una volta un’amica ospite.
– Si… È la lemon grass.. Il cimbopogone – ho risposto con noncuranza esagerata.

Lemon grass (Cymbopogon citratus)

Un mazzetto di lemon grass, per impiego culinario

UNA MEDICINA PER LA MALINCONIA
Quando si è contenti è facile: allora non si ha bisogno di nessuno.
Ci si sente forti, in sintonia con il mondo e si vuole soltanto associare qualcuno alla propria gioia di vivere.
È quando si è tristi che la presenza di qualcuno a fianco può dare più forza; la sensazione di essere sostenuti quando si sta per cadere; un nucleo di resistenza che funzioni come una difesa contro l’esterno.
Altre volte può essere di aiuto qualche altro sistema, che non richiede persone e può succedere di trovare per caso

Questa è il mio personale incontro con la cioccolata
Vari anni fa – saranno una quindicina, adesso – quando sono stato in Sri-Lanka da solo per tre mesi, ho avuto dei colpi di malinconia. Arrivavano all’improvviso e altrettanto rapidamente andavano via, di solito. Ma a volte duravano più a lungo.
Allora il mondo diventava più scuro e il sole dei Tropici non bastava a rischiararlo. Il futuro appariva senza interesse, il passato non aiutava. La gioia di vivere era scomparsa e davvero non trovavo niente e nessuno che mi potesse aiutare.
Quel giorno, credo che fosse proprio il primo dell’anno, era nato male; mi ero svegliato senza gioia e andava avanti così.

Qualche giorno prima avevo trovato al mercato dei frutti dell’albero del cacao (Teobroma cocoa): sono dei poponi allungati, dalla buccia solcata da scanalature, della grandezza di un meloncino. Di colore giallo-verde quando sono acerbi, prendono un bel colore giallo oro, poi rosso-bordeaux a maturazione. Era il periodo giusto, credo: non si trovano in tutte le stagioni.
Avevo fatto qualche tentativo di assaggio: deludente. I semi assomigliano a dei fagioli e sono del tutto immangiabili, da freschi.
Così mi ero informato in giro: andavano fatti fermentare per una settimana e poi tostati.

Quel giorno avevo girovagato un po’ per il giardino, senza una meta precisa, ma niente mi aveva interessato; neanche le orchidee che avevo comprato per quattro soldi e che si stavano arrampicando spontaneamente sugli alberi intorno a casa.
Lo sguardo mi andò per caso alla ciotola con i semi di cacao che avevo messo a macerare da qualche giorno; con il caldo avevano fatto una bella muffa sopra.
– Fermentare, stanno fermentando – avevo pensato.
Così li avevo presi, lavati e messi in un pentolino a secco sul fuoco, muovendoli continuamente. Pensavo alla macchina per tostare il caffé che avevo visto in funzione una volta: volevo ottenere più o meno lo stesso risultato.
Dopo qualche tempo, e con qualche scottatura sulle dita, i semi erano diventati quasi neri. Il sapore adesso si avvicinava di più al cioccolato, ma aveva ancora un che di insipido e di burroso.
Così presi il mortaio e cominciai a pestarli insieme allo zucchero. Adesso la trasformazione era completa: ero arrivato al cioccolato partendo dal frutto fresco.
La cioccolata con il latte, che ero andato a gustarmi fuori in veranda, aveva portato via la tristezza.
Mentre ero seduto al sole, il giorno di Capodanno, così lontano da casa, ripensavo a come ero stato, solo qualche ora prima, senza riuscire a spiegarlo né a ricordare bene. La tristezza è così: quando è andata via sembra che non ci sia mai stata.

Che altro dire? Forse il sistema per superare la tristezza attraverso la curiosità ha funzionato con me e non è esportabile; magari può funzionare anche per altri.
Non si può saperlo se non si prova.

Frutti dell’albero del cacao (Theobroma cocoa)

Semi freschi di cacao, nel frutto appena aperto

L’albero del cacao, con i frutti che pendono direttamente dal tronco

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'