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Il concorso del World Press Photo

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Ci sono popolazioni africane che scappano di fronte all’obiettivo di una macchina fotografica. Sono convinte che rubarne un’immagine corrisponda a rubare loro l’anima.

Ci sono popolazioni africane che scappano di fronte all’obiettivo di una macchina fotografica. Sono convinte che rubarne un’immagine corrisponda a rubare loro l’anima. In qualche modo è esattamente ciò che accade. Anche se sono diverse le anime che si fondono insieme nel momento in cui si immortala quell’istante. Sicuramente quella del soggetto fotografato e quella di chi decide di fermare il tempo ora, non prima e non dopo. E poi, esistono poche altre istantanee che sono in grado di catturare l’anima di un preciso momento storico. Sono forse quelle più forti: vedere un soldato – che è prima di tutto un uomo – morto è un pugno allo stomaco. Ma l’impatto può essere più devastante sapendo qual era la sua guerra e per chi ha combattuto. E approvando o disprezzando tutte le piccole o grandi battaglie che fanno da contorno a quella guerra.
Riuscire a catturare l’anima di un preciso momento storico: è ciò che giudica il World Press Photo ogni anno nell’assegnare i primi premi suddivisi in varie categorie. Da cinquantadue anni questa organizzazione internazionale indipendente – nata in Olanda nel 1955 – è chiamata a giudicare le foto più rappresentative dell’anno appena trascorso scegliendo tra migliaia di immagini che arrivano da ogni parte del mondo (per esattezza da 124 Paesi) da fotogiornalisti, agenzie, quotidiani e riviste. Si tratta del più ambito riconoscimento di fotoreporter.
Dire che una fotografia possa cambiare il mondo è senza dubbio un’esagerazione. Sarebbe forse anche inquietante. Ma di certo può fermare tutto e avere la forza di affermare: “guardate, è questo ciò che accade. Non potete chiudere gli occhi e far finta di niente, vi sto mostrando quello che l’umanità è”. La retorica non appartiene alla fotografia, ma alla didascalia che la affianca. E per fortuna non sono queste ad esser prese in considerazione per il concorso. Il 9 Febbraio la giuria internazionale del World Press Photo ha esaminato 78.083 immagini e alla competizione hanno partecipato 4.460 fotografi professionisti (le fotografie in gara si possono osservare sul sito http://www.worldpressphoto.com/ ). L’attualità, i ritratti, le persone nelle news, momenti di vita quotidiana, storie, natura, arte e spettacolo sono solo alcuni dei temi presi in considerazione: tra i premiati figurano anche cinque italiani (Davide Monteleone, Paolo Pellegrin, Max Rossi, Lorenzo Cicconi Massi, Massimo Berruti). Ma il premio per la foto dell’anno è stato assegnato all’americano Spencer Platt, dell’agenzia Getty Images. Beirut, 15 Agosto 2006. Una spider rosso fiammante attraversa un quartiere devastato da bombardamenti. A bordo dell’auto, quattro belle ragazze si guardano attorno. Una maneggia il cellulare. Un’altra si preme il fazzoletto sulla bocca: l’odore deve essere insopportabile. Sullo sfondo, palazzi distrutti e macerie d’ogni tipo. Eccolo lì il contrasto colto nudo e crudo: “ricchezza sofisticata, cosmopolitismo e zone di miseria e degrado”. La foto è stata scattata il primo giorno del cessate il fuoco tra Israele e le milizie di Hezbollah. Questa è l’immagine scelta come rappresentativa del 2006. Stesso tema scelto da Davide Monteleone. Beirut distrutta dalle bombe israeliane: primo premio per la categoria Spot News. Ma c’è anche Odel Balilty che sceglie di raffigurare una colona della West Bank che tenta di ribellarsi allo sfratto imposto dai soldati, o Arturo Rodrìguez che immortala immigrati sulle coste spagnole in attesa di essere reimpatriati. Non è del tutto vero che osservare queste fotografie corrisponde a sfogliare un libro di storia illustrato. O per lo meno, non il tipo di libro che si trova normalmente nelle cartelle degli studenti. La realtà che viene colta è molto più ampia, molto più complessa per essere abbracciata con un solo sguardo. C’è, si, la foto dei soldati americani alle prese con il territorio iracheno, ma c’è anche la protesta contro la monarchia assolutista in Nepal, che non sarà certo tra i capitoli di studio assegnati dalla maestra. Nell’edizione del 2004 del concorso era presente il funerale di Arafat, ma non passavano in secondo piano gli immigrati iraniani in fuga dalla loro terra. E poi, è vero che molte delle fotografie in concorso per il 2006 raffiguravano la guerra in Iraq, in Libano o nei territori palestinesi. E’ vero che son stati premiati i fotoreporter che seguivano l’onda corta dei media che raccontano solo una parte del mondo alla volta – il medio oriente per quanto riguarda gli ultimi anni. Ma va detto che la foto dell’anno del 2005 di Finbarr O’Reilly mostra in primo piano le dita emaciate di un bimbo nigeriano premute sulle labbra della madre.
Insomma, l’Africa è passata di moda, si sa. E allora ben venga un fotogiornalismo che non è un libro di storia illustrato né il giornalismo dei grandi media.

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