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Se leggo un libro e mi sento gelare tutto il corpo, tanto che neppure il fuoco può scaldarmi, allora so che quella è poesia.

“Se leggo un libro e mi sento gelare tutto il corpo, tanto che neppure il fuoco può scaldarmi, allora so che quella è poesia. Se provo la sensazione fisica che mi si stia spaccando il cervello, allora so che quella è poesia. Sono questi gli unici due modi in cui la riconosco. Nessun altro” (E. D.)

Emily Dickinson (1830-1886) “praticò un unico solitario vizio, commise un unico « peccato » — quello appunto che il padre temeva commettesse ed Emily puntualmente commise: la lettura. Fu quella la scelta «blasfema», il « lusso » di cui non seppe, non volle privarsi mai.” (B. Lanati)

Lasceremo in fondo all’intervista brevi note sulla vita di un personaggio, anzi di una donna, che non ha bisogno di presentazioni, ma che pure è in grado di riservare notevoli sorprese. E così iniziamo subito, con la prima poesia che ci ha colpito:

O frenetiche notti!
Se fossi accanto a te,
Queste notti frenetiche sarebbero
La nostra estasi!
Futili i venti
A un cuore in porto:
Ha riposto la bussola,
Ha riposto la carta.
Vogare nell’Eden!
Ah, il mare!
Se potessi ancorarmi
Stanotte in te!<%image(20070218-2 -camera letto.jpg|484|342|null)%>

Emily, è una poesia struggente: queste sono parole d’amore e desiderio. E anche di solitudine e furore. Sappiamo della grande passione per Otis P. Lord e del profondo rapporto che ti unì a Samuel Bowles, oltre ad essere a conoscenza degli intensi scambi epistolari intercorsi con altri, ma… a volte si maligna, si fanno ipotesi, ci si scherza su. E quello che tutti si chiedono è: ma Emily avrà amato per davvero un uomo, almeno uno?

“Non lo sai che sei l’essere più felice proprio quando io mi nego e non comunico – non lo sai che la parola “No” è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio? (…) Il “Cancello” appartiene a Dio – Mio Dolce – ed è per amor tuo – non per me – che non te lo lascerò attraversare – ma ti appartiene in modo totale e quando sarà il momento solleverò le Sbarre e ti farò sdraiare sul Muschio – sei tu che mi hai mostrato la parola”. (Lettera a Otis P. Lord, 1878)

Questa ci ha toccato nel profondo:
Cuore lo dimenticheremo!
Tu e io stanotte!
Tu dimentica il calore che ti ha dato,
io scorderò la luce!
Quando avrai finito, te ne prego,
dimmelo, così che io cominci!
Presto, presto! Potrei pensare a lui
mentre tu perdi tempo!<%image(20070218-3 – donna.jpg|500|433|null)%>

La passione: la domanda è come puoi aver provato l’amore che strazia il cuore e l’anima, una donna come te, chiusa dentro i propri sogni? O incubi? Le pareti della tua casa sono ancora (come direbbe Murakami) “incrostate di desideri inappagati”?

“Chiudimi in prigione, dentro di te – rosea sanzione – fammi percorrere con te questo dolce labirinto che non è né Vita né Morte – anche se possiede l’intangibilità dell’uno e il fluire dell’altra – fammi svegliare, per amor tuo, al Giorno reso magico dalla tua presenza prima ancora che io mi sia addormentata” (lettera a Otis P. Lord, 1878)

Vieni piano piano, Paradiso!
Labbra inesperte di te
timidamente suggono i tuoi gelsomini,
come l’ape stremata.
che giunge tardi al fiore,
ronza intorno alla sua stanza,
conta il nettare,
entra, e si perde tra i profumi.

Finalmente ci regali un sorriso. E ne siamo contenti. Ma hai anche scritto che “Amleto ha esitato per tutti noi”, quindi – purtroppo – la chiave del desiderio è davvero l’incertezza? E quindi amore è sofferenza? Attesa? Rinuncia?

Per un istante d’estasi
Noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante,
Proporzionata all’estasi.
Per un’ora diletta
Compensi amari d’anni,
Centesimi strappati con dolore,
Scrigni pieni di lacrime

Quasi allora converrebbe rinunciare, se fosse possibile? Se fosse possibile un rifugio dall’amore, dal dolore e dalla sofferenza che può provocare?

Non avessi mai visto il sole
avrei sopportato l’ombra
ma la luce ha aggiunto al mio deserto
una desolazione inaudita.

Ma …

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore

Stiamo diventando malinconici… cambiamo argomento?
Che cosa pensi, Emily, di questo nostro mondo moderno, dove un clone trasmesso nell’etere “esiste” più forte degli altri? Dove chi urla più forte vende più libri e dove chi vince le elezioni governa la cultura e la letteratura?

“Come fa la gente a vivere senza pensare. Sono tanti nel mondo (li avrà visti per strada). Come fanno a vivere. Dove trovano la forza di vestirsi al mattino?”
“Quando ho perso l’uso degli occhi (nei primi anni ‘60 fu colpita da una malattia agli occhi che le causò gravi crisi di fotofobia, n.d.r.), mi è stato di grande consolazione pensare che sono così pochi i libri veri che non mi sarebbe stato difficile trovare qualcuno che me li leggesse tutti”.

E la fantasia? Come faresti tu oggi, che un tempo potevi far sognare a occhi aperti un mondo magico, dorato e fantastico, come faresti oggi che la realtà è sempre un passo avanti dell’immaginazione? Come faranno i nostri bimbi, che fin da piccoli, governano la fantasia con uno joystick?

“Forse vedere non è mai proprio la magia che è congetturare, anche se l’impegno all’incanto è pur sempre un vincolo” (lettera a S. Tuckerman, 1878). “Se potessimo vedere tutto quello che speriamo di vedere, se potessimo stare ad ascoltare senza paura tutto quello di cui abbiamo paura, come se fosse una fiaba qualunque, la pazzia ci sarebbe vicina” (lettera a L. e F. Norcross, 1873).

Una domanda “stile Omero”… La tua ragione per scrivere, è stato detto, era la vita. Quella vita che scorre nella lettura e che continua ad “essere”attraverso la scrittura. Tu ci hai lasciato più di mille poesie e una gran quantità di lettere, raccontando di piccole cose quotidiane e grandi sentimenti, dell’amore, della morte, della libertà e della speranza. Ma soltanto sette componimenti poetici furono pubblicati all’epoca. Avresti voluto una maggiore notorietà?

“Se la fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggirle – in caso contrario il giorno più lungo mi sorpasserebbe mentre ne vado a caccia – e l’approvazione del mio Cane mi abbandonerebbe – dunque – preferisco la mia Condizione Scalza –.”
(lettera a Higginson 7.6.1862)

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Altro argomento, la morte e la paura della morte stessa. E’ un tema ricorrente nella tua produzione. La vita nella nostra società sembra valere sempre meno, anche perché non è più considerata un privilegio raro. Ma secondo te, sarà minore anche la paura di morire?

“Dal momento che la Morte è la prima forma di Vita che abbiamo il potere di Contemplare, dal momento che il nostro ingresso qui (prima della nostra stessa comprensione) (anteriore alla nostra) è Esclusione dalla comprensione, è (strano) sorprendente che il fascino della condizione pericolosa in cui ci troviamo non ci seduca maggiormente. Con frasi del genere, proprio sulla nostra Testa, siamo esclusi dalla Gioia né più né meno che le Pietre –“.

Una domanda semplice, ma non banale. Ti piacerebbe tornare bambina? Abbiamo un ritratto dell’epoca, con i tre piccoli Dickinson, da sinistra Emily, Austin e Lavinia…

“Da bambina, tutte le volte che mi accadeva qualcosa, correvo a Casa incontro al Terrore. Era per me una Madre terribile, ma il terrore era preferibile al nulla”
“La Morte conquista la Rosa, ma la Notizia della Morte non oltrepassa la Brezza. L’Orecchio è l’ultimo Volto.” (lettera a Higginson -1874)

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E non rimpiangi niente dell’infanzia?

“Sono due le cose che ho perso con l’Infanzia – l’estasi di perdere una scarpa nel Fango mentre a fatica avanzavo in cerca di Lobelia e di tornare a Casa a piedi nudi, e il rimprovero di mia madre più per il mio bene che per quello del suo stanco io: si scurì in volto con un sorriso (adesso mia Madre e la Lobelia fanno parte di un mondo chiuso-) Ma è poi tutto qui quello che ho perso – La memoria copre di drappi le sue labbra.”

Una cosa ci incuriosisce: quali erano i tuoi rapporti con gli altri? Sappiamo qualcosa dalle lettere, possiamo avere alcune notizie sui loro destinatari, ma… tutti gli altri esseri umani?

Conosco vite della cui mancanza
non soffrirei affatto,
di altre invece ogni attimo di assenza
mi sembrerebbe eterno.
Sono scarse di numero, queste ultime,
appena due in tutto,
le prime molto di più di un orizzonte
di moscerini.

Ma gli altri che pensavano, lo sai? In una lettera a Higginson del luglio 1862 ti descrivi così: “Sono piccola, come lo Scricciolo, e i capelli li ho di colore deciso, come la lappa castana – e gli occhi, come lo Sherry avanzato nel bicchiere dagli Ospiti”. Ma…?

Beh, questa è la descrizione di Mabel Loomis Todd:
“Devo raccontarti di un personaggio di Amherst. E’ una signora che la gente chiama il Mito. Da quindici anni non esce di casa, tranne una volta e fu per andare a vedere una chiesta appena eretta (la First Congregational Church che il fratello Austin aveva progettato). Si dice che in quella occasione sia sgusciata di casa la sera e che il tutto sia avvenuto al chiarore della luna. Nessuno di quelli che vanno a trovare sua madre o sua sorella è mai riuscito a vederla; solo ai bambini, di tanto in tanto, e uno alla voltà, dà il permesso di entrare nella sua stanza… Veste unicamente di bianco e dicono che abbia un cervello come un diamante. Scrive molto bene, ma non si lascia vedere da nessuno, mai. La gente dice che il Mito mi sentirà cantare, non perderà una nota, ma non si lascerà vedere”.

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Amavi quindi anche la musica, Emily?

Un invito all’ascolto:
http://www.emilydickinson.it/musica.html

E nelle rare occasioni in cui incontravi qualcuno, che impressione lasciavi all’interlocutore?

Questo è quello che scrive Higginson, nel 1870:
“Poi, il passo come quello di un bimbo ed eccola, una donna minuta, bruttina, con due bande di capelli lisci e rossicci ai lati della faccia, comme Belle Dove (…) una camicetta bianca di picchè, impeccabile, uno scialle di lana blu, traforato. Mi venne incontro con due gigli, come fanno i bambini, me li mise in mano e disse: “Questo è il mio biglietto da visita”, con una vocina tutta spaventata, infantile, ansimante – e poi bisbigliò: “Mi perdoni, sono terrorizzata; non vedo mai estranei e a mala pena so cosa dico” – poi immediatamente cominciò a parlare, senza smettere – in maniera rispettosa – fermandosi di tanto per chiedermi di parlare al posto suo – ma poi ricominciando, immediatamente”.

Così timida e insicura, fragile all’apparenza e invece dalle parole scritte emergi così forte, decisa, volitiva eppure seducente e maliziosa. Nelle poesie e anche e soprattutto nelle lettere …

“Una lettera mi è sempre parsa come l’immortalità, perchè non è forse la mente da sola, senza compagno corporeo?” (lett. a Higginson, 1869).

Torniamo forzatamente al tema della morte. Abbiamo una descrizione, dal diario di Higginson: “Amherst. Per il funerale di quello strano essere umano, raro, che è Emily Dickinson. La campagna era stupenda, la giornata perfetta e c’era un’atmosfera molto particolare, curiosa e insieme piacevole, nella casa, in ogni sua parte e nei prati intorno – una specie di “Casa Usher” soltanto più nobile, pia …quanto al viso di Emily Dickinson, un miracoloso ritorno della giovinezza… non un capello bianco, non una ruga e la pace assoluta sulla bella fronte liscia”.

Eccola, quindi, la domanda forse più importante, ancora sulla morte…

“Mi fa male sentirti parlare della Morte con un tale senso di attesa. Lo so che non esiste tormento simile a quello che si prova per coloro che amiamo, lo so che non esiste gioia pari a quella che lasciano dietro di sè, sigillata, ma Morire è come una Notte Selvaggia e una Nuova Strada.” (lett. a P. Cowan, 1869)

Allora poniamo la questione diversamente: qual è secondo te il senso della vita?

Se io potrò impedire
A un cuore di spezzarsi,
Non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita,
O guarirò una pena,
O aiuterò un pettirosso caduto
A rientrare nel nido,
Non avrò vissuto invano.

Ci scusiamo, ma qualche volta le tue parole ci sono risultate difficili da comprendere appieno, a volte criptiche. Ma siamo comunque incantati e avremmo ancora mille cose da chiedere e mille ancora di cui discutere… ma per chiudere, puoi regalarci un messaggio per tutti, qualcosa di chiaro, di essenziale e inequivocabile?

“Sottrarre ciò di cui è fatta l’Estasi, non implica sottrarre l’Estasi. Come Polvere da sparo in un Cassetto – le passiamo accanto con una Preghiera – Tuono appena assopito.” (lettera a Otis P. Lord, 1883)

Ehm… oppure?

Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un’ape,
Un trifoglio ed un’ape
E il sogno.
Il sogno può bastare
Se le api sono poche.

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Emily Dickinson nacque ad Amherst (Massachusetts), dove visse per quasi tutta la sua vita (salvo rare occasioni di visita a parenti), segregata nella casa paterna, prigioniera volontaria dei propri sogni e di una fervida immaginazione, nutrendosi – per qualche tempo di nascosto – delle sue letture preferite, come – solo per citarne alcune – le opere di Elisabeth Barrett Browning (http://www.letteraturaalfemminile.it/rosabarrett.htm), di William Shakespeare e di S. T. Browne (http://it.wikiquote.org/wiki/Thomas_Browne), e poi I Canti di Ossian
(http://www.aqualunae.it/recensioni/poesie%20di%20ossian.htm), il libro dell’Apocalisse… e tanti altri ancora. La scelta di Emily di guardare la vita tenendola “fuori”, chiudendo la porta della sua camera e così anche la propria storia personale, pubblica e privata, la portò a un abbandono totale, addirittura sensuale, alla lettura, al solitario incontro con parole scritte da altri.

E poi la scrittura. Scriveva con uno stile particolare Emily: uno stile non conforme a quello dell’epoca e che di conseguenza non ebbe molti riconoscimenti finché fu in vita; un linguaggio che ancora oggi può risultare criptico, a volte sibillino. Un uso particolare della punteggiatura, dei trattini, delle maiuscole, l’asimmetria delle rime, l’elaborazione delle metafore, rende unica l’opera di una donna forte, colta, sempre moderna e disperatamente sola.
Eretica (decise anche di allontanarsi dalla Chiesa quando era ancora adolescente), spesso ambigua (rifiutò anche la frequentazione dei salotti bene della società di Amherst), eppure ironica, intelligentissima.
Una donna che – si disse – se fosse vissuta nel Seicento, probabilmente sarebbe stata bruciata sul rogo come strega, ma che invece T.W. Higginson inquadrò alla perfezione, in una missiva diretta alla stessa Emily: “Mi è davvero difficile capire come lei riesca a vivere così sola, in compagnia di pensieri di tale intensa qualità, e senza neppure la vicinanza del suo cane. Ma mi rendo conto che una persona che spinga il proprio pensiero oltre un certo punto, che si illumini come lei, è sola comunque e il luogo in cui si trova, non fa nessuna differenza”. E poi scriveva alla moglie, nell’agosto del 1870, dopo avere incontrato la scrittrice: “Non ho mai conosciuto nessuno che mi prosciugasse tanta energia nervosa. Senza che la toccassi, me la sottraeva. Sono felice di non viverle vicino”.
Estasi per la lettura e per la scrittura, quindi. Passione. Niente altro.

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