Condividi su facebook
Condividi su twitter

Uwe Timm – Come mio fratello (mondadori)

di

Data

La memoria è fondamentale quando parliamo di genocidi, guerre mondiali, deportazioni di popolazioni inermi, campi di concentramento e via discorrendo.

La memoria è fondamentale quando parliamo di genocidi, guerre mondiali, deportazioni di popolazioni inermi, campi di concentramento e via discorrendo. Fondamentale come l’aria che respiriamo, come l’acqua che beviamo. Proprio per questo motivo i libri che ne parlano sono fondamentali. Primo Levi è fondamentale. Anna Frank è fondamentale. Victor Salamov è fondamentale. Come anche questo libro di Uwe Timm, uno dei più importanti scrittori tedeschi. Perché è un indagine sincera sul mondo dei “cattivi”, dei tedeschi dell’esercito hitleriano durante la seconda guerra mondiale, e sul seme del male attraverso il quale il nazismo è riuscito a prosperare. Come mio fratello (traduzione di Margherita Carbonaro, p. 141, €. 15,00, Mondadori) è anche la testimonianza di una generazione che si è trovata improvvisamente di fronte alle colpe di padri e fratelli, assumendosene il pesantissimo fardello.

Diverse volte ho tentato di scrivere su mio fratello. Ma non andavo mai oltre il tentativo. Leggevo le sue lettere mandate per posta militare e il diario che aveva tenuto durante la sua missione in Russia. Un piccolo quaderno con la copertina beige e la scritta Appunti.
Volevo confrontare le annotazioni di mio fratello con il diario di guerra della sua divisione, la SS-Totenkopfdivision, per ricavarne dettagli più precisi e scoprire qualcosa al di là delle sue annotazioni laconiche. Ma ogni volta che mi immergevo nella lettura del diario o delle lettere, subito mi interrompevo.
Una ritirata timorosa come mi succedeva da bambino di fronte a una fiaba, la storia del cavaliere Barbablù. Di sera la mamma mi leggeva le favole dei fratelli Grimm, molte me le leggeva e rileggeva più volte e così quella di Barbablù, ma era l’unica di cui non volevo mai ascoltare la fine. Era così angosciante quando la moglie di Barbablù, dopo la sua partenza, nonostante il divieto vuole entrare nella stanza chiusa. Arrivati a quel punto supplicavo la mamma di non leggere più. Solo anni dopo, ormai adulto, ho letto fino in fondo la fiaba.

Ogni tanto lo sogno. In genere sono semplici brandelli di sogno, qualche immagine, situazioni, parole. Un sogno mi si è impresso con particolare chiarezza.
Qualcuno sta cercando di entrare in casa. C’è una figura all’esterno, scura, sporca, infangata. Vorrei chiudere la porta. La figura, che non ha volto, cerca di infilarsi dentro. Faccio pressione con tutte le mie forze, respingo quell’uomo senza volto che pure, lo so bene, è mio fratello. Alla fine riesco a chiudere e a sprangare la porta. Ma con orrore tengo nelle mani una giacca rozza, a brandelli.

Una storia che mia madre continuava a raccontare era quella di quando voleva arruolarsi volontario nelle SS, ma aveva perso la strada. La raccontava come se le cose successe dopo si sarebbero potute evitare. Una storia che ho ascoltato così presto e così spesso che me la vedo davanti agli occhi, quasi l’avessi vissuta anch’io.
Nel 1942, in un tardo e insolitamente freddo pomeriggio di dicembre, era partito per Ochsenzoll, dove c’erano le caserme delle SS. Le strade erano coperte di neve. Non c’erano indicazioni e si era perso nell’oscurità che andava calando, ma aveva continuato a camminare dopo le ultime case in direzione della caserma, la cui ubicazione aveva segnato sulla cartina. In giro non c’era anima viva. Lui cammina verso la campagna aperta. Il cielo è senza una nuvola e solo sugli avvallamenti del terreno e lungo le scie dei ruscelli sono sospesi sottili vapori di nebbia. La luna è appena sorta sopra un boschetto. Mio fratello è già pronto a tornare indietro quando avvista un uomo. Una sagoma scura ferma al bordo della strada che guarda la luna sopra il campo innevato.
Mio fratello esita un istante perché l’uomo se ne sta lì impietrito e non si muove nemmeno quando avrebbe dovuto sentire i passi che si avvicinano scricchiolando sulla neve. Mio fratello gli chiede se conosce la strada per la caserma delle SS. Per un lunghissimo istante l’uomo non dà segni di vita, come se non avesse sentito nulla, poi si gira lentamente e dice: Sì. La luna ride. E quando mio fratello gli chiede un’altra volta la strada per la caserma, l’uomo gli dice di seguirlo e incomincia subito a camminare veloce, avanza con passo vigoroso, senza voltarsi, senza sosta attraverso la notte. È davvero troppo tardi per andare al centro di reclutamento. Mio fratello gli chiede la via per la stazione, ma senza dar risposta l’uomo passa oltre case coloniche buie e stalle da dove si sente arrivare il muggito rauco delle vacche. Nei solchi delle ruote il ghiaccio si frantuma sotto i passi. Dopo un po’ mio fratello chiede se sono sulla strada giusta. L’uomo si ferma, si volta e dice: Sì. Andiamo verso la luna, là, la luna ride, ride del rigore dei morti.
Di notte, arrivato a casa, mio fratello raccontò che per un momento gli erano venuti i brividi e che in seguito, dopo essere riuscito a ritrovare la stazione, aveva incontrato due poliziotti che cercavano un pazzo scappato dal manicomio di Alsterdorf.
E poi?
Il giorno dopo era partito al mattino presto, aveva trovato la caserma e l’ufficio di reclutamento ed era stato preso subito: 1,85 di altezza, biondo, occhi azzurri. Così era diventato Panzerpionier nelle SS-Totenkopfdivision. Aveva diciotto anni.

Le annotazioni del diario incominciano all’inizio del 1943, il 14 febbraio, e terminano il 6 agosto 1943, sei settimane prima del ferimento, dieci settimane prima della morte. Non manca un solo giorno. Poi, all’improvviso, si interrompono. (…)

21 marzo
Donec
Testa di ponte sul Donec. A 75 metri Ivan fuma una sigaretta, un bel boccone per la mia mitragliatrice.

Ecco il punto oltre il quale, quando all’inizio lo incontravo – mi saltava decisamente all’occhio, in alto a sinistra sulla pagina – smettevo di leggere, chiudevo il quaderno. E solo dopo aver deciso di scrivere su mio fratello, cioè anche su di me, e di lasciare spazio al ricordo mi sono sentito libero di seguire quel che era stato messo per iscritto.

Un bel boccone per la mia mitragliatrice: un soldato, forse coetaneo. Un ragazzo che si era appena acceso una sigaretta – il primo tiro, l’espirare, il piacere del fumo che sale dalla sigaretta accesa, prima del prossimo tiro. A cosa avrà pensato? Al cambio che doveva presto arrivare? Al tè, a un pezzo di pane, alla fidanzata, alla madre, al padre? Una nuvoletta di fumo che si sfilaccia nel paesaggio intriso di umidità, residui di neve, l’acqua del disgelo raccolta nelle trincee, il verde tenero sui prati. A cosa avrà pensato il russo, l’Ivan, in quel momento? Un bel boccone per la mia mitragliatrice.

Nemmeno un sogno è menzionato nel diario, non un desiderio, non un segreto. Lui, mio fratello, aveva una ragazza? Era mai stato con una donna? Quella sensazione, il percepire l’altro corpo, la vicinanza, una vicinanza intensa, e il sentire il proprio corpo nell’altro, sentire se stessi dentro, e dunque attraverso, l’altro corpo e conoscere così lo sciogliersi di sé nell’altro.

Nel diario si parla in maniera esclusiva di guerra, dei preparativi per uccidere e del loro perfezionamento attraverso lanciafiamme, mine, esercitazioni di tiro al bersaglio. Una volta viene menzionato uno spettacolo di varietà, un’altra volta un teatro, un film che dice di aver visto in una sala al fronte. 24 aprile. Costruzione del ponte – arrivano i nostri carri armati. 30 aprile Cinema La grande ombra.
Nessun commento. Gli era piaciuto il film?
Spogliato di una propria storia e della possibilità di provare sentimenti personali, resta solo la riduzione al dominio di sé: al valore.

Nella piccola scatola di cartone che mandarono a mia madre dopo la sua morte c’è la foto di un’attrice del cinema, Hannelore Schroth. Un viso dolce, tondo, occhi castani, capelli castano scuro, labbra piene e ai lati due fossette.
La grande ombra.

Il suo piatto preferito era purè di patate con uova al tegamino e spinaci. Nel tuorlo ancora liquido la madre versava lentamente il burro caldo. Gli piacevano i cavoletti di Bruxelles e da bambino li chiamava i carboncini verdi. Quando era malato voleva mangiare riso al latte con zucchero e cannella.
Non beveva, non fumava. Fin quando non arrivò al fronte. Le sigarette le mandava al padre. Ma ormai beveva, faceva baldoria tutta la notte, al mattino adunata. Esercitazioni in stato di ubriachezza. Così i ragazzi venivano “forgiati”.

Il diario non parla mai dei prigionieri. Lui non scrive mai, da nessuna parte, che venivano fatti dei prigionieri. O i russi venivano uccisi subito o non si arrendevano. Una terza possibilità è che la cosa non gli sembrasse degna di essere menzionata.
A 75 m Ivan fuma una sigaretta, un bel boccone per la mia mitragliatrice.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'