Sorelle Fontana. La vita è uno “specchio a tre luci”

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A pochi passi da Piazza di Spagna, nel cuore di una Roma che da sempre celebra la moda, in salita San Sebastianello, ha sede un piccolo appartamento, in cui sono...

A pochi passi da Piazza di Spagna, nel cuore di una Roma che da sempre celebra la moda, in salita San Sebastianello, ha sede un piccolo appartamento, in cui sono racchiusi i sogni e le ambizioni di tre sorelle parmigiane che, come nelle più classiche delle favole di Esopo, con tenacia e dedizione, da costumiste di paese divennero “pioniere del Made in Italy”, in un’Italia ferita dalla guerra.
Entriamo nella Fondazione Fontana, dove ad accoglierci c’ è una signora distinta e garbata, allora indossatrice della Casa, rimasta fedele nel tempo a quella firma che ancora oggi sembra suscitarle emozione e nostalgia.
Il locale è raccolto, come lo sono gli spazi occupati da una sfilata di abiti costretti; il loro volto sembra familiare, evocano alla mente scene di film memorabili in bianco e nero, quando la moda vestiva il cinema e quest’ultimo se ne lasciava sedurre ammaliato.
Ogni abito diventa allora protagonista di una pellicola: è il “pretino”, il primo che s’incontra varcando la porta, famosissima veste cardinale, che Fellini volle per Anita Ekberg ne “La Dolce vita” (lo vedete nella foto qui sopra indossato però da Ava Gardner, forse la testimonial più importante per le sorelle Fontana).
Ancora a bocca aperta ci s’imbatte in alcuni abiti da gran sera, in cui strascichi e ricami su tessuti impalpabili e molto delicati, lasciano intendere come per le “Tre Fontane di Roma”, come scherzosamente venivano chiamate, la moda facesse a cazzotti con la praticità.
L’occhio cade sul mosaico di foto che tappezzano le mura, sintomo di quanta storia ci sia da raccontare: sono volti noti o addirittura regali quelli che rendono omaggio a tanto talento.
Ava Gadner sembra essere la più fortunata: ripetutamente immortalata con abiti dalle linee romantiche e ottocentesche che diedero il volto ad alcune delle sue celebri interpretazioni come “La contessa scalza” o che la vestirono in occasioni solenni, primo fra tutti il matrimonio della sua amica Grace Kelly.
Una pioggia di strass, perle, merletti e pailettes, fanno da cornice in uno scenario dal taglio simmetrico e classicheggiante; mai un pizzo fuori posto, mai un decoro in eccesso: tutto, in questi abiti, è coerente con lo stile Fontana, uno stile che lascia spazio alle linee del corpo, mai lo costringe ma anzi ne esalta la forma.
Verrebbe da chiedersi quale sia la formula, il segreto di tanta continuità ma è la stessa sorella Fontana, Micol a chiarire che “la moda non si fa con la matita ma con il lavoro e con l’artigianato, con il taglio e il cucito”.
Si capisce, dunque, come la moda abbia perso negli anni la sua vera essenza di “arte”, divenendo un mero strumento economico, il cui unico obiettivo vada ricercato nel potere. Ma a ben sentire la moda, almeno in origine, era altro; era arte figurativa, passione, una scommessa contro un’epoca, come quella del dopoguerra, che lasciava pochi spazi alla creatività.
Loro, piccole e modeste ragazze di campagna, tutto questo lo avevano in sé, scorreva nel sangue, lo stesso sangue che le tenne unite nella vita come nel lavoro per tanti anni e che diede loro il coraggio di affrontare sfide e di commuoversi dinanzi ai risultati.
Due piccole stanze che racchiudono un secolo di moda e di storia; è imbarazzante e nello stesso tempo emozionante percepire in quegli abiti un calore, un sentimento estraneo alla semplice bellezza: si ha come l’impressione che ogni veste, ogni fotografia, ogni bozzetto preso in visione abbia un’anima e voglia raccontarsi da sé.
È proprio il caso di dire “dove c’è gusto non c’è perdenza” e questo Micol Fontana lo aveva e lo ha ben chiaro, quando sostiene che sia il gusto a creare eleganza.
Ascoltare Micol Fontana parlare del suo vissuto, della sua favola, della passione che l’ha sorretta, è come fare un viaggio nell’enciclopedia della storia: lei, novant’anni e non sentirli, se ne stà lì seduta, con un tailleur blu di velluto, i capelli raccolti da un piccolo fiocco, finemente truccata e con fili di perle da far invidia alla sua antagonista francese Chanel.
Con un filo di voce chiarisce subito che non le piace criticare né tanto meno giudicare il tratto e il pennello dei “grandi della moda” di oggi; ma si lascia scappare qualche velata critica, sottolineando come ai suoi tempi la moda fosse trainante e come oggi sia screditata, adattandosi al look e alle tendenze del momento.
“Aiutare le donne ad essere eleganti, questa era la nostra missione; a tirar fuori l’ombelico sono capaci tutti”.
E imbarazza quando con modestia aggiunge: ”Veniva spontaneo mettere in risalto le qualità della nostra cliente; per noi ognuna di esse era diversa dalle altre, aveva un’anima”.
Parole, queste, che rendono perfettamente come sia la passione ad aver animato il suo lavoro e la sua vita; una passione contagiosa che, ancor oggi, dopo quarant’anni di carriera, la rende un “peperino”; una liceale che, con fare frenetico, ha mille progetti in cantiere, altre missioni che l’attendono.
”Lavorate duramente ragazzi, perché dal lavoro, se fatto con dedizione, riceverete più di quanto dato”: questo il messaggio che Micol ha premura di trasmettere ad una generazione che vive un’epoca come quella attuale, in cui è necessario avere carattere e tenacia per difendere i propri ideali e per non rimaner intrappolati in un meccanismo arido che ci vuol costretti in un “business for business”.

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