Pirandello riceve su appuntamento

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Piove. E’ una di quelle giornate grigie che tinge di grigio anche l’umore. Sarà per questo che il direttore non vuole riceverci? Eppure sta sorridendo. E mentre sorride, fuggevolmente, s’informa di noi: chi siamo, da dove veniamo, scriviamo?

 

 

 

 

 

 

 

 

Piove. E’ una di quelle giornate grigie che tinge di grigio anche l’umore. Sarà per questo che il direttore non vuole riceverci? Eppure sta sorridendo. E mentre sorride, fuggevolmente, s’informa di noi: chi siamo, da dove veniamo, scriviamo? Sì, scriviamo. E allora s’irrigidisce: No no, mormora, non è possibile, avremmo dovuto telefonare (“Come fanno tutti!”), prendere appuntamento, concordare l’orario, la giornata… così no, spiacente ma non è possibile. E intanto si alza, ci spinge con gli occhi verso la porta.
Restiamo interdetti, non è scritto da nessuna parte – abbiamo consultato internet – che bisogna prendere appuntamento (solo “gruppi organizzati, associazioni culturali e scolaresche si ricevono su appuntamento”), e da nessuna parte è stabilito che per raccontare qualcosa del luogo in cui ci troviamo – la casa studio dove Luigi Pirandello ha vissuto gli ultimi anni della sua vita e in cui è morto – sia indispensabile “l’autorizzazione del direttore” (come sottolinea l’impiegata). E perché? Cosa potrebbe suggerirci, lui, di diverso dalle suggestioni che queste stanze possono darci? Cosa potrebbe aggiungere al fascino della camera da letto che intravediamo alla nostra sinistra, col lettino e i mobili in radica, le pareti rivestite di un tessuto verde bottiglia e le due foto di Marta Abba sulla piccola toletta che danno alla camera un senso di vivo, ancora vivo, sebbene il tempo, e l’abbandono che ad esso consegue, abbia depositato su tutto un velo di desolazione, di vita che c’è stata e adesso non più, di parole che sono state dette, di sonni forse agitati, di incubi, forse, in cui Antonietta, la moglie pazza di Pirandello, nel sonno si fa Erinni che rincorre e insegue, e insegue e rincorre un piccolo uomo troppo sensibile che s’è innamorato d’una ragazza e non lo confessa neppure a se stesso? Cosa potremmo dire d’irriverente, o di sbagliato, o d’incompleto, che prescinde dalle cronologie e dalle biografie e s’attaglia, soltanto, alle vibrazioni d’incanto che i mobili ancora emanano, come se la stanza d’improvviso, spalancata la finestra, perdesse il suo tanfo di vecchiume e si preparasse a una serata di quelle – ed erano tante – in cui Pirandello riceveva amici e insieme facevano mattina bevendo e discutendo di scene e copioni e identità sbagliate, sdoppiate, frammentate, rarefatte, mutilate e ingovernabili, come ingovernabili, talvolta, sono i personaggi che scappano dalla penna di un autore e perentoriamente s’accingono a vivere di vita propria?
Il direttore non ammette repliche (“Ma…” stavamo dicendo “sono soltanto le dodici e trenta, l’orario di ricevimento del pubblico è fino alle tredici…”). Si sta già infilando il soprabito, calcando in testa un cappello (piove, abbiamo detto, e fa freddo, e fuori c’è un traffico terribile), sta raccogliendo alcune carte sulle quali stava lavorando. Frettolosamente saluta le impiegate, frettolosamente imbocca il corridoio.
“Almeno possiamo visitare la casa?” gli chiediamo un attimo prima che esca.
“Sì, per quello c’è la signorina” risponde. E con un guizzo è già oltre la porta.

La signorina ci fa entrare nella camera da letto. Ma si guarderà bene dallo spiccicare sillaba , come se ogni sua parola potesse contravvenire all’ordine del capo secondo cui “per scrivere di questo posto bisogna essere autorizzati!”. E va be’.
Guardiamo la camera, quella di cui abbiamo già accennato, con il lettino addossato alla parete vestito d’un copriletto che una volta è stato color vinaccia e adesso è d’un bordeaux sbiadito, con righe orizzontali che s’incurvano là dove il materasso fa un leggero fosso. Qui il 10 dicembre 1936 Pirandello è morto. Stava girando le scene de “Il fu Mattia Pascal”. Erano giorni freddi, il maestro non stava bene: batteva i denti, tremava. Per scaldarsi s’era avvicinato a un riflettore da 5.000, e lo stesso rabbrividiva. Era l’inizio della polmonite che l’avrebbe ucciso. Tornato a casa, in questa di via Antonio Bosio in cui ci troviamo, s’era messo a letto, in questo letto. E vi era rimasto fino al giorno in cui era spirato e gli amici – così ne racconta Corrado Alvaro – erano venuti a rendergli omaggio: il corpo nudo coperto da un lenzuolo, pronto per essere infilato in una cassa di abete appena tinta e portato su un cavallo e una carretta fino al cimitero, senza corteo (così aveva preteso: “Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta”). Un funerale dei poveri, con gli amici fermi davanti al cancello mentre il feretro s’allontanava da solo. Era una giornata nebbiosa, grigia anche quella, con la pioggia che sfarinava da un cielo triste e nessuna pompa, nessun discorso solenne: povertà che fece imbestialire il duce, che avrebbe voluto tributargli funerali di Stato degni del Nobel che era.

Le imposte sono socchiuse e per vederci meglio hanno acceso la luce. Marta Abba guarda un punto lontano davanti a sé. E’ bella, è brava. Chiama alla mente altri giorni, quelli in cui si poteva ancora sorridere, sperare che dal pubblico giungesse un’ovazione, che l’attrice potesse abbracciare commossa il Maestro e ricevere quel tripudio che insieme meritavano.
Accanto al balcone c’è una sedia a dondolo rivestita dello stesso tessuto grigio che copre anche le poltrone e i divani dello studio. Da questo balcone Pirandello vedeva le cime degli alberi di villa Torlonia. L’immaginiamo seduto, che lentamente si dondola, e intanto, nella sua mente, si formano dialoghi, spezzoni di voci che un copione raccoglierà, che attori reciteranno sul palcoscenico in una parodia della vita che racconta la burla e il disincanto.
Dentro l’armadio – abbiamo letto – ci sono ancora delle buste di plastica che contengono alcuni suoi vestiti, tra questi l’abito che indossò nel 1934 per la consegna del Nobel.
Torniamo a guardare il letto, e la fantasia ancora si sbriglia: è notte, il Maestro è semisdraiato, le spalle sollevate da numerosi cuscini, in mano una penna e sulle gambe un foglio di carta; ripensiamo alle parole di Marta Abba: “(…) la sua ultima notte febbrile, mentre la polmonite lo uccideva, fu tutta dedicata ai Giganti”. “I Giganti della Montagna”, l’opera incompiuta alla quale egli stava appunto lavorando: l’aveva aveva già concepita nel 1928 e negli anni l’aveva elaborata, abbozzata, precisata nei dettagli che dovevano rappresentare la sua desolazione di fronte a un mondo imbarbarito che non sapeva più capire i veri valori dell’Arte. Stava ancora lavorando al finale quando morì, e a esso furono rivolti in quella notte i suoi pensieri; così infatti ricorda il figlio Stefano: “C’è – mi disse sorridendo – un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena: con cui ho risolto tutto”. E ci sembra di vederli, padre e figlio: il padre che sorride perché ha trovato l’escamotage che gli permette di risolvere il dramma, il figlio che si protende a raccogliere i suoi ultimi fiati. E in quel sorriso ci sembra di cogliere qualcosa che va oltre l’istante: l’olivo saraceno come ponte con un futuro in cui l’Arte, chissà, sopravvive alla rozzezza dei Giganti e il Genio dell’Artista s’interra in radici che nei secoli daranno ancora molto frutto.

Passiamo nella biblioteca, che è anche lo studio. Una stanza grande con un enorme lampadario di Murano. I nostri occhi percorrono rapidamente l’ampio spazio, si soffermano sulla macchina da scrivere: una portatile di marca americana (ci sembra) che sta, nera nera, su un tavolino nero coi piedi torniti. Guardiamo la scrivania dove un datario, aperto sul giorno 9 dicembre – quello prima della sua morte – porta scritto: “Sempre a letto”.
“L’ha scritto lui?” chiediamo all’impiegata.
“No” risponde asciutta “un nipote”.
Peccato, ci sarebbe piaciuto pensare che queste parole facessero parte di una sorta di vocabolario della fine, scritte in un momento di esasperazione, con quel: “sempre a letto” che contiene la stanchezza di giornate troppo uguali, in cui è la malattia a scandire il tempo, e la febbre a rendere impossibile una passeggiata, un incontro al bar, davanti a una tazzina di caffè, con in tasca il foglietto spiegazzato che contiene l’appunto importante, l’idea giusta per concludere una scena.
Alle spalle della scrivania ci sono librerie piena di libri. E altre librerie coprono la parete di sinistra, quella in cui si apre il balcone. In una di esse, oltre un graticcio di ferro, intravediamo i tomi di un vocabolario della Crusca.
L’impiegata guarda insistentemente l’orologio, si agita, pare poggiare i piedi su tappetini di spine, ribadisce che ormai è tardi, che possiamo tornare con tranquillità un altro giorno e sapere, dal direttore, tutto quello che ci interessa.
“Sì” le diciamo distrattamente, e intanto guardiamo il lampadario, di vetro bianco, grandissimo, a foglie e fiori. E ricordiamo il racconto di Alvaro: “Noi entrammo in quel suo studio, ed era pieno di gente, ma di gente agitata, in piedi, convulsa, curiosa, che fumava, si chiamava, parlava ad alta voce, come se il padrone di casa l’avesse invitata a un ricevimento e tardasse a entrare”. E invece Pirandello era di là, in camera da letto, un lenzuolo copriva il suo corpo “di povero cristo” aveva smesso di dolersi, di disperarsi, di fare a pugni con una realtà che sempre l’aveva contrastato e della quale, però, s’era fatto magnifico interprete.
Anche in questo studio sono numerose le foto di Marta Abba, sempre bellissima, sempre ferma in una posa che non è quella di una statua, no, ma il momento che precede un guizzo, uno scatto in avanti, un gesto che si ribella alla forma e scantona in un perfetto atto di libertà. Come quello del Maestro nell’amarla? Amarla in silenzio, come scrive il suo biografo Nardelli:
Egli non disse mai, neppure a se stesso, d’essere innamorato di Marta. Considerava sacro il legame alla propria moglie malata, e non si ritenne mai autorizzato a romperlo. Balzac scrisse: Parlare d’amore è far l’amore. Per un siciliano del tipo del nostro, «parlar d’amore», dischiuder soltanto le labbra a pronunziar la parola, vuol dir pensare a sposarsi. Non esiste altra soluzione a un amore del galantuomo Pirandello. Io l’ho conosciuto, ne sono garante. E l’Abba lo venerò”.
Bah! La stanza in tal senso non ci racconta molto, e neppure le foto di Marta.
Ci avviamo all’uscita, lentamente però. E voltandoci indietro ancora guardiamo lo studio: le pareti, i quadri (una “Donna con bambino”, di Fausto Pirandello), le poltrone, due bùmmuli in ceramica di Caltagirone posti su un tavolino, i tappeti, le tende d’un azzurro tenue: rubiamo alla stanza le sue ultime suggestioni, quelle che nessuna altra informazione burocratica può regalarci.
Accanto alla porta d’ingresso c’è un registro che raccoglie le firme dei visitatori. Sullo stesso ripiano sono allineati i numeri di una rivista che si occupa di drammaturgia. Sul frontespizio di una di esse, in bianco e nero, spicca un albero. Che subito ci fa pensare all’olivo saraceno in mezzo alla scena de “I Giganti”, e al pino centenario, ad Agrigento, sotto il quale Pirandello amava leggere, dipingere, meditare. Oggi, sotto quel pino, c’è un cippo di pietra con l’urna che raccoglie le sue ceneri:
“In contrada Caos” ci ritroviamo a mormorare a bassissima voce.
“Sì, quando piove c’è proprio un caos” mormora l’impiegata con un sospiro di sollievo (ma perché l’abbiamo inquietata tanto?) mentre chiude velocemente il portone alle nostre spalle.

Le citazioni di Corrado Alvaro sono tratte dalla Prefazione a Novelle per un anno, Arnoldo Mondadori Editore, 1956, pp. 6-41, quelle di Federico Nardelli da “Pirandello. L’uomo segreto, Bompiani 1986.

La foto della pagina è tratta dal sito http://www.studiodiluigipirandello.it

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