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Massimo Gerardo Carrese: “Non credo nella distinzione tra realtà e fantasia, perché tutto è fantasia e tutto è realtà”

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Avevate mai pensato alla fantasia come a una scienza? Alla fantasia come argomento di studio e di ricerca? Come materia di insegnamento o come metodo per conoscere ed imparare...

Avevate mai pensato alla fantasia come a una scienza? Alla fantasia come argomento di studio e di ricerca? Come materia di insegnamento o come metodo per conoscere ed imparare la realtà? Eppure esistono degli studi sulla fantasia e degli studiosi della fantasia che indagano questo misterioso e, ovviamente, fantastico mondo. Uno studioso di fantasia, o meglio un fantasiologo, come lui si definisce, è il dott. Massimo Gerardo Carrese, che ha svolto delle ricerche su campo, in cui ha esaminato la potenzialità immaginativa delle persone intervistate, è docente di Immaginario Linguistico in vari corsi d’insegnamento, nonché ricercatore sociale in alcuni progetti nazionali. Noi siamo andati ad incontrarlo (ci accoglie un uomo con barba e capelli lunghissimi e pensiamo così di esser già piombati in una fiaba), lo abbiamo ascoltato rapiti per ore, cercando di capire in che modo avvengono le sue ricerche e soprattutto quali ne sono i risultati.

Innanzitutto è curioso il termine fantasiologo. Chi è in realtà il fantasiologo?
Non esiste in realtà, né come figura professionale, né come parola. Il fantasiologo praticamente è colui che studia la fantasia, però è un paradosso, nel senso che non è possibile studiare la fantasia, quindi essere un fantasiologo non è, per esempio, come essere un ingegnere chimico o un muratore. Il suo lavoro si basa su una conoscenza che è prettamente mutevole, poiché non hai questa definizione completa di quello che è fantasia, anche se paradossalmente credi di possedere la conoscenza di quello che è realtà. Essenzialmente il fantasiologo studia la fantasia, ma non come un qualcosa che sia intangibile, studia questo astrattismo, chiamiamolo così, però in relazione alla realtà. Quindi possiamo dire che è colui che studia la realtà attraverso la fantasia, colui che è cosciente della reale funzione della fantasia negli aspetti della realtà.

Come si indaga la realtà attraverso la fantasia?
Si guarda la realtà e si cerca di capire, per esempio, la fantasia che percorso ha nelle diverse scienze. Che cosa può significare la fantasia nel sesso o nella matematica magica o nella matematica pura, cosa può significare nella letteratura, nella filosofia, nella poesia. Si analizza tutto questo e il fantasiologo entra a far parte della realtà attraverso l’analisi della parola fantasia nei diversi settori di interesse, anche nella quotidianità.

Quanto c’è di fantastico nella quotidianità?
Il punto è essenzialmente questo: personalmente non credo nella distinzione tra realtà e fantasia, perché tutto è fantasia e tutto è realtà.

Non capisco.
Ti faccio un esempio banalissimo, quando tu sei in una stanza, vedi le cose come frutto della realtà, giustamente, perché tu le tocchi. Ma quanti pensano che tutte queste “creazioni” siano frutto della fantasia? La fantasia viene vista come un momento di svago, di distrazione. Il punto è che quando tu ti distrai, va benissimo, la puoi chiamare fantasia, immaginazione, creatività, ma poi quando torni a casa, dopo queste attività, la tua casa non la definisci come frutto della fantasia, per esempio, di un ingegnere insieme a un muratore, perché è un atto concreto. Io in questa divisione non credo, la fantasia ha lo stesso potenziale di concretezza della realtà. Esclusivamente per cattiva educazione, si tende a fare questa divisione tra realtà e fantasia: realtà cose che tocco, fantasia cose che non tocco. La fantasia nel luogo comune è lo scherzo che si fa sugli agenti reali ed è assolutamente sbagliato, secondo me. Fantasia e realtà sono un unico, se li vuoi dividere, li puoi dividere, però devi essere cosciente che tutto quello che esiste, esiste grazie alla fantasia. Partendo da questo concetto si guarda la realtà con occhi diversi.

Di cosa si occupa l’Immaginario Linguistico che è la sua materia d’insegnamento?
L’immaginario linguistico è un settore del Panassurdismo. Il Panassurdismo è una corrente letteraria che si è istituzionalizzata essenzialmente un anno e mezzo fa ed è un tentativo di entrare in contatto con l’altro attraverso l’assurdo. Quando parlo di assurdo non intendo il non senso, perché attraverso il non senso non riusciremmo a capirci, ma provo ad immaginare un uomo che cade su una terra in cui è già tutto costruito e si ritrova spaesato. Ti spiego meglio, se la caduta dell’accendino a terra per me è logica, perché c’è la forza di gravità, io mi limito a dire che questo è logico, cade, già so perché non vola, dunque non studio il non volo. Noi pensiamo che la logica ci porti a capire anche quello che è opposto, cioè l’assurdo, ma questo ci dà un limite. L’assurdo infatti ci permette di vedere negli altri aspetti della realtà e, se io non approfondisco l’assurdo, non posso avere la pretesa di conoscere la logica. Se non conosci i giochi di assurdità che si nascondono nella logica o la logicità che si nasconde nell’assurdo, non avrai mai una visione completa di tutto quello che ti circonda.

Lei ha svolto le sue ricerche attraverso dei giochi fanta-linguistici come La Ruota del Tempo Fantastico, in cosa consiste questo gioco e come ne analizza i risultati?
La Ruota del Tempo Fantastico è un gioco fanta–linguistico di mia invenzione, una ruota che ha dei numeri al suo interno e ha delle lettere che, se lette in senso orario a partire dalla F, formano le parole fantasia del tempo. Né la posizione dei numeri, né le lettere sono casuali, queste lettere sono quelle che ti permettono più facilmente una stimolazione nella ricerca di una parola. Mi sono reso conto che c’è una maggiore stimolazione fantastica se io ti chiedo di inventare una parola con la lettera F, a cui segue al secondo posto la lettera E, anziché se ti chiedo di inventarla con lettera P, o con la lettera S, ad esempio. Con alcune lettere c’è una maggiore capacità di stimolazione fantastica. Questo gioco però non si basa solo sulla stimolazione fantastica, ma si basa su quella che è la teoria della non predisposizione.

Che cos’è la non predisposizione?
Detta in due parole, la non predisposizione è quando sei in una sorta di sorpresa a qualcosa. Ti faccio un esempio pratico, se tu leggi la frase un elefante vola alto nel cielo in un contesto favoloso, magari sorridi, ma cosa succede se tu leggi questa frase in un libro di zoologia? Questa faccia che hai appena fatto è la non predisposizione. La ruota del tempo fantastico si basa su questo concetto di non predisposizione, io ti faccio inventare delle parole, ma non ti dico che queste parole ti serviranno poi per inventare una storia. Grazie alla non predisposizione, le persone agiscono in modo diverso, perché se io ti dico crea una storia di fantasia, tu sei predisposto. La predisposizione fantastica mi aiuta a capire qual è la tua flessibilità e quali sono le tue “barriere”. Riesci a capire in modo esatto quali possono essere gli auto limiti che l’essere umano si può porre, sia quando è preparato, sia quando non è preparato.

Ha lavorato molto con i bambini, proprio perché in loro l’auto limite fantastico è minore?
La ricerca dimostra proprio che, riguardo alla fantasia, non esistono distinzioni culturali, ad esempio, tra un uomo di settanta anni e un bambino di quattro anni. È difficile riconoscere qual è la storia inventata dal bambino e qual è la storia inventata dall’adulto e questo grazie alla non predisposizione. Se tu mi predisponi invece, io agisco in modo da mettere nella storia qualcosa che appartenga alla mia cultura, o che sia in riferimento alla mia età, che per logicità è diversa da quella di un bambino.

Le sue poesie, per le quali ha vinto dei premi, hanno delle caratteristiche particolari, anche le sue poesie sono giochi fanta-linguistici?
Le poesie sono giottose, un gioco di parole tra giocose e dispettose. Giocose perché sono fatte da parole che giocano con le immagini, la parola, attraverso il suono, ti crea un’immagine. Dispettose perché non riesci a capire se le parole da cui è formata la poesia esistono o non esistono. Per esempio, nella poesia Acqua Sonante parlo della cinula presca, non si sa se esiste o meno, sei tu che decidi liberamente se esiste e se quel suono o quella parola ti creano un immagine. All’inizio di gennaio ho tenuto un incontro sul pimpirimpì, secondo te il pimpirimpì esiste? Il pimpirimpì esiste ed è una parola italianissima, di origine greca, che significa sostanza fatta di tre specie, in poche parole è la polverina magica che utilizzano gli illusionisti. Pimpirimpì ti dà un suono giocoso, non è importante sapere se esiste, l’importante è che ti stimoli qualcosa. La difficoltà è inserire il nuovo suono, della nuova parola, all’interno di un contesto poetico che ti dia un’unica immagine, cioè quella che corrisponde al titolo. Queste poesie hanno questa particolarità, anche se non conosci il titolo, la prima immagine che ti balza in testa, generalmente, corrisponde al titolo della poesia. I suoni diventano il vero senso, formando nella mente di ascolta delle immagini. Se trasformo quelle immagini in parole, ottengo una poesia fatta con parole che esistono e che è una poesia bellissima, secondo il mio punto di vista. Come fa poi a percepire un suono un sordo o come fa a fantasticare un non vedente, per esempio, l’ho trattato nel libro Fantasia della parola e dell’immagine.

È attualmente impegnato nel viaggio in Italia da sud a nord, con il Convegno Nazionale sull’Immaginario Linguistico, quali saranno le prossime tappe?
Il convegno sarà in giro fino a giugno 2007, ogni tappa una relazione diversa, non si parla mai dello stesso argomento, non si fanno mai gli stessi giochi, è un gran lavoro. Sarà ancora in molte città italiane.

Una delle domande assurde che lei ha posto nelle sue interviste è “Una fotografia in bianco e nero diventa gialla con il passare del tempo mentre una fotografia a colori diventa azzurra con il venire del tempo. Come fa il tempo a diventare rosso?”.
Se il bambino risponde con l’arcobaleno, in questo caso la domanda era rivolta a un bambino, è perché lui ci ha visto qualcosa di logico. Se tu mi rispondi significa che una logicità, seppur perversa, c’è.

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