Condividi su facebook
Condividi su twitter

Biagio Conte: il San Francesco di Palermo

di

Data

Non è Paolo non è Giorgio, è Biagio Conte, anche quando si fa confusione. Uno che ha fede certa e una passione, un progetto, un impegno. Una di quelle di persone...

Non è Paolo non è Giorgio, è Biagio Conte, anche quando si fa confusione. Uno che ha fede certa e una passione, un progetto, un impegno. Una di quelle di persone che fanno bella la nostra razza, quella umana dico. Se San Francesco vivesse oggi forse non si spoglierebbe davanti al Vescovo, piuttosto andrebbe dritto alla stazione a dormire coi barboni, lascerebbe la famiglia alto borghese e si sistemerebbe sotto un cartone anche lui, o in una tenda a far spazio agli ultimi e poi con proteste e digiuni chiederebbe un locale dismesso, un aiuto al Comune. Lo prenderebbero per folle e mentre lui è a meditare sui monti lo cercherebbero a “Chi l’ha visto”. Di notte andrebbe a portare bevande calde alle prostitute e in luogo delle stimmate si troverebbe su una sedia a rotelle con la schiena rotta per la vita che ha fatto. Della santità se ne occuperebbero i posteri, i papi di turno.
Non è un’iperbole una fantasia, tutto vero, anche le tre serate a “Chi l’ha visto”; ma fratel Biagio non è di Assisi, anche se ad Assisi è andato, a piedi, da Palermo, col suo cane.
C’è una sorta di guardiano all’ingresso, un simpatico Cerbero cogli occhiali a fondo di bottiglia, berretto di lana, giacca e cravatta. “Fammi passare il dottore sono” “Oh fratello dottore vieni vieni.” Saliamo per il breve viale sullo sfondo dei cipressi, c’è un bel sole caldo, arriviamo presto nel mezzo dell’alacrità di un cantiere coi ponteggi attorno agli edifici. “Guarda lui è là”. Lo vedo di spalle, un uomo con un saio, in carrozzina; quando si gira è un bel barbuto con le braccia aperte e un gran sorriso. È bello Biagio Conte, fa profumo, ha il volto abbronzato, gli occhi di un azzurro intenso. Ed è lui che comincia a raccontare: “Io fino a 26 anni ero un ragazzo come gli altri che andava in discoteca, gli amici… poi la crisi… vedere tanta gente dormire in mezzo alla strada. Ed io che faccio?”
Non mi va neanche di prenderlo il taccuino di appunti con le domande, ”Oggi ne arriveranno tanti giornalisti, mi dice, stasera anche una sorella dall’Austria”. In giro ci sono già dei tipi con un telecamera enorme, ma anche amici che vengono a salutarlo, la macchina piena di cose: ”Guè Biagio, quant’avi ca nun ni viremu!” E si baciano stanno vicini vicini cogli sguardi i sorrisi le mani la fronte a scambiarsi l’umanità a raccontarsela.

Avevo anche il registratore, ma… lui è là e c’è un sole intenso, viene anche Speranza, il cane a prendersi la carezzina, Libertà non c’è, quello della camminata lungo l’Italia, è stato con lui quattordici anni, è morto l’anno scorso. Alla fine glielo chiedo, gli chiedo quel che ho da chiedergli: “Fratel Biagio ma come fai ad organizzare 700 pasti al giorno?” Lui si porta le mani in fronte, pare farsi i conti o chiedersi anche lui come, e mi parla del fotovoltaico e l’energia alternativa per ovviare alle bollette troppo care. Il fatto è che la risposta vera l’avrei trovata a caratteri cubitali scritta sull’architrave dell’edificio di via Archirafi: “Il Signore fino ad oggi ci ha soccorso”. Siamo in via Decollati, a Palermo, nell’ultimo edificio occupato da Biagio Conte, nell’ ex caserma all’angolo tra via Decollati e via Oreto, la strada nata sul greto del fiume Oreto all’ingresso della città, per chi viene dall’autostrada. Lì, proprio lungo le due vie, tra le macchine e i passanti, Biagio aveva sistemato i letti per i fratelli africani giunti a partire dal 2001 coi continui sbarchi a Lampedusa; in mezzo alla strada, per chiedere quest’edificio ed ospitarli, così come aveva fatto tredici anni prima con il vecchio disinfettatoio di via Archirafi. Allora si era incatenato al cancello, e i boy scout l’avevano aiutato occupando il luogo con le tende, aveva fatto i digiuni. Ora si era messo a dormire sul tetto, i carabinieri per poco non l’arrestavano. Però Pappalardo, il Cardinale che l’aveva aiutato anche ad ottenere l’altro edificio, arriva anche stavolta. Uno tra i primi a crederci, ad entrare in stazione e celebrarci la messa, mentre gli altri, a Biagio lo credevano folle. È scomparso da poco quest’uomo di Chiesa tanto amato dai palermitani, quello degli anatemi alla mafia, per intenderci, delle omelie furenti al capezzale delle vittime.

Così Biagio aveva iniziato in stazione, anche con la sua benedizione, a sistemare di sera i cartoni per i fratelli barboni, a portarli di nascosto a casa con la complicità della madre per farli lavare, fino a che però il padre… “io non ho scelto di fare il missionario”. Biagio aveva pensato di andare in Africa, faceva l’eremita e in una masseria con un pastore ritrovò se stesso prima di partire per Assisi. “Certo l’unico figlio maschio, mio padre aveva altri progetti… ora sono anziani, io ho anche due sorelle. Anche il padre di san Francesco… io sono folle di San Francesco, sai?”
Stanno sistemando gli edifici, li hanno svuotati, “Ma quando arrivano venti, trenta persone in un giorno dopo gli sbarchi, mettiamo brande dove capita prima”, mi dice il volontario che m’accompagna, “anche in questo”, con il ponteggio attorno, col tetto ancora sfondato che sembra la chiesa di san Damiano col grande crocifisso in mezzo. C’è uno fuori sulla scala che ridà la vernice ad una porta: “Ehi sorella intervista anche me! Io sono tra gli inquilini storici della missione, sono qui da 12 anni.” E poi ne incontriamo altri nella prima missione quella più antica: c’è l’imbianchino, il falegname il fabbro, c’è l’officina del meccanico, la tipografia, il laboratorio del cuoio. Sotto un grande capannone si occupano di imballare la carta per il riciclaggio, e lo stesso con le stoffe. Poco più avanti un piccolo magazzino per organizzare la spesa a chi, indigente nel quartiere, viene una volta a settimana a prendersi della roba (vestiario e cibo). C’è l’ambulatorio in ogni missione, l’infermeria, un piccolo ospedaletto per i malati cronici, la sala del dentista con tutte le apparecchiature.
“Viene ogni settimana, e così l’oculista ed altri medici volontari.” “Ma come fate… tutte le attrezzature, e poi su al cantiere: i materiali e il resto. E i medicinali, il cibo?” “Donazioni e debiti, e poi ancora donazioni. I fornitori ormai lo sanno. La merce che resta la sera è per Biagio Conte, ormai lo conoscono. Adesso abbiamo anche le celle frigorifere per chi ci dona il pesce ad esempio. Adesso, vedi? I magazzini sono abbastanza pieni, è d’estate che un po’ si dimenticano.” E mi fa vedere la cucina, grandissima come quella di un ristorante. “Sì, guarda è della Zanussi” mi dice orgoglioso. “Un giorno venne un signore, un ingegnere. Aveva scoperto che il figlio morto di tumore faceva qui il suo volontariato, e allora voleva rendersi utile. Vide la cucina piccola, ma come fate a cucinare così per tante persone? E allora un giorno vediamo arrivare il camion della Zanussi… ora vengono anche i nipoti a fare volontariato” “Papà tu ci hai lasciato, ma rivivrai sfamando i poveri.” Lo hanno scritto loro, lo hanno dipinto tra le piastrelle della cucina. E noi lo incontriamo l’ingegnere che si aggira e cerca pace ed il suo amore anche lui tra gli ultimi.

Andiamo in giro, ancora tra fratelli che si avvicinano e chiedono in inglese una medicina, la soluzione a un mal di pancia. Il dottore che m’accompagna si allontana con loro verso l’ambulatorio, poi ritorna e continuiamo il giro, mi presenta come una sorella giornalista, io però mi schernisco, piuttosto vorrei dire che lui porta il cognome della nonna ed io sono orgogliosa di avere un parente così, col pallino del volontariato fin da piccolo, speso a Palermo tra il campo nomadi e l’oasi di Biagio, che ha conosciuto l’Africa e la gioia dei bimbi che trovano un topo in riva al fiume, che si è trovato circondato da tanti occhi di sera al buio, occhi dovunque a rimirare la sorpresa dell’uomo bianco; che ha vissuto il sogno di Cristina, la piccola grande donna con un progetto in Zambia, quella col bimbo nero adottato, talmente bello che all’aereoporto le dicono: ”Signora ma sembra vero!” Ed è un esercito invisibile di gente che non cerca plausi e riflettori, anche se è una goccia, tante piccole gocce. “A volte non senti che il tuo operato è una goccia nell’oceano?” “Madre Teresa lo ha detto: senza quella goccia non ci sarebbe l’oceano”. Ed è con gente così che il Vangelo riprende sapore, che non sa di vecchiume potere e bigottismi. “Le prostitute e i pubblicani vi precederanno nel Regno dei cieli”, è scritto a caratteri grandissimi nella chiesa che hanno costruito loro in via Archirafi, e così altre frasi che parlano di accoglienza, tra i dipinti di un fratello marocchino talmente bravo che ora lo chiamano da fuori da altre chiese; e ci sono anche i lavori di chi carcerato finisce di scontare qui la pena. “Come sta tua moglie?”, gli chiede Francesco, e mi spiega che Biagio pensa anche a non dividere le famiglie, a fargli avere una casa un lavoro, a tutti cerca un lavoro. Ormai la gente conosce i fratelli della missione, portano ognuno un tesserino con la firma del fondatore.

Ora c’è anche un edificio per le donne, per ottenerlo Biagio ha camminato per un anno a piedi scalzi, ne porta ancora i segni. Ci sono anche i bambini, lì nel convento di santa Caterina, dove non andiamo, per diversi motivi, mi spiega, le ritorsioni dei protettori…; con loro ci sono le sorelle, ragazze universitarie che hanno lasciato tutto. La prima donna della missione fu una donna incinta abbandonata in un vagone. Poi man mano le altre, gli altri, arrivano qui col passaparola, da Lampedusa. Etiopi ed Eritrei nella stessa camerata, “No nessun disordine mai, non chiedermi perché non lo so, so solo che qui lo amano tutti, per tutti è papa, papà.” C’è anche il camper amico che gira di notte. “Vedi? Sta là. La sera passa dal magazzino, carica le coperte, le bevande calde e comincia il giro tra i barboni, le prostitute. Sono i volontari, ormai siamo davvero tanti.”

Attorno al cortile il giardino è curatissimo e fresco. Sullo sfondo il santo d’Assisi gioca col lupo. Ci vengono incontro due paperelle. “Qui portano animali abbandonati, cagnolini.” Per ogni dove foto di fratelli sorridenti abbracciati a Biagio e stralci di giornali con la notizia del San Francesco di Palermo. C’è uno che mi sorride nel refettorio tirato a lucido, anche lì nella stanza accanto, fratelli muratori al lavoro. Il ragazzo si avvicina, è biondo sembra slavo. “Sai? Lui sa fare un formaggio buonissimo, l’ha imparato su internet. Lo fa col latte che ci donano, un formaggio talmente buono che quando è venuto il cardinale De Giorgi per l’inaugurazione, s’è seduto a mangiare e non la finiva più… Vieni, guarda, qui metteremo il forno, per farcelo noi il pane. Spinnato (un bar rinomato a Palermo) ce lo ha regalato. Guarda là in quell’edificio, che faceva parte sempre della caserma, vedi?, quello con la foto di Madre Teresa alla finestra; nascerà il cinema e la palestra con un centro polifunzionale, accanto al campo di calcio. Di là ci sarà un negozio d’artigianato coi loro prodotti… Sì qui ci sono musulmani e di altre religioni; ognuno coi suoi riti… Biagio no non ha fondato un ordine, porta il saio verde,il colore della pace e c’è un altro come lui, l’hai visto prima. E c’è anche don Pino un salesiano… ma no alla Messa ci va chi ci vuole andare. La missione si chiama “Speranza e carità” perché così è.“

Io pensavo che i barboni fossero tristi, che vedere le indigenze altrui mi rendesse triste. Uscendo da lì è stata la gente normale a sembrarmi triste. Per un attimo l’ho vista la mano che opprime le nostre esistenze. Il veleno dell’angoscia, della paura, della rivalsa ad ogni costo, instillate nei nostri sensi piano piano, attraverso il fracasso di questo occidente, dell’illusorio benessere; allevati a non cercare più la Bellezza, a non riconoscerla. Mi sembravano tristi i bellimbusti sulle riviste vicino alle edicole.
A poco a poco cercavo di riabituarmi al mio mondo, di non sentire le sirene spiegate, toh, magari entro alla Rinascente. Non trovavo pace. “Sono loro a darti qualcosa non noi a loro”. Avevo in testa le parole.
Ho cercato un’altra personale via di fuga alla Feltrinelli, sono atterrata e mi ci sono immersa come il cornetto nel cappuccino, splash! e poi mi sono attaccata al primo autobus come Tarzan alla liana, a cercarmi tra le quattro mura i connotati. Ora ripensandoci con calma so di essermi presa anch’io la mia sporta come gli indigenti del quartiere, con dentro un tesoro, e se per qualche ora sono stata la sorella giornalista, è con orgoglio, per aver raccontato una storia che merita di essere raccontata.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'