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Il Girotondo Romano di Carla Fracci

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Ho l’occasione di farmene una prima idea al debutto di”Girotondo Romano”- spettacolo in scena fino agli ultimi di gennaio presso il Teatro Nazionale – e se a precedere il suo nome non fossero la fama e la gloria di anni,

Ho l’occasione di farmene una prima idea al debutto di”Girotondo Romano”- spettacolo in scena fino agli ultimi di gennaio presso il Teatro Nazionale – e se a precedere il suo nome non fossero la fama e la gloria di anni, racconterei di aver visto danzare goffamente una signora di mezz’età, esageratamente imbellettata e incipriata.
Carla Fracci, ormai scavalcati i settanta, non sembra dare segni di rinuncia alla sua vocazione e appare nei panni di Cabiria, la giovane accompagnatrice notturna concepita da Fellini, che tenta di muovere dei passi decisamente
incerti sulle musiche di Nino Rota, atteggiandosi a seduttrice, impacciata, ironica quasi, abbandonando per un momento quel rigore espressivo che mi è sempre parso di scorgere dietro ogni immagine che la rappresentasse.
Direttrice del corpo di ballo del Teatro dell’Opera da anni, eredita dal padre tranviere un’incommensurabile passione per la danza, coltivandola fino a raggiungere vette come la Scuola della Scala, il London Festival Ballet, e
interpretando ruoli d’onore quali Giulietta, Elvira nel Don Giovanni, Giselle – accanto a partner della portata di Nureyev. Uno spettacolo piacevole, leggero, che ci riporta agli ori di una Roma poetica, languida, sugli sfondi del Colosseo, Trinità dei Monti, Villa Borghese. Calato il sipario cerco di avvicinarmi ai camerini per strappare due parole
alla maestra e mi ritrovo circondata da ballerini in accappatoio che gridano da una porta all’altra:
-“Me presti er bagnoschiuma?”
-“Si,ma c’ho Pino Silvestre!”
-E vabbè,vorrà dì che profumerò de fresco!”
La temperatura è tropicale e mi viene spiegato che i ballerini hanno bisogno di calore per sciogliere i muscoli, per non irrigidirli.
Aspetto che la maestra apra le porte del suo camerino e la vedo con quella lunga chioma corvina, assolutamente cerulea in viso, con le mani nodose stringe le mie e d’improvviso ritrovo la stessa calma severa che ricordavo
d’aver notato in lei; indicando i fiori nel suo camerino mi dice; ”che belli che sono” senza alcuno slancio d’espressione, con quella pacatezza che m’inquieta un po’: -“I miei complimenti”dico
-“Grazie,grazie tante…”dice
-“Speriamo di avere l’onore di vederla danzare ancora per molto” dico – “Fin quando ne sarò capace” conclude. E’ una maestra, lo sappiamo, non un dubbio sulla sua eccellenza, sulla leggiadria, la precisione, la dedizione e la classe che la
contraddistinguono; mi sfiora solo il pensiero che è certo, abbiamo modi e misure diverse nel dimostrare l’entusiasmo per il successo di una vita e di una carriera.

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