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Da sponda a sponda

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Se ne sta Scilla, coi suoi cani affamati, a fare la posta ai naviganti. Sei teste – ciascuna con tre file fittissime di denti – si dipartono dalle sue gambe, e ringhiano, ululano, azzannano, lacerano i corpi dei disgraziati che non sanno evitarla.

Se ne sta Scilla, coi suoi cani affamati, a fare la posta ai naviganti. Sei teste – ciascuna con tre file fittissime di denti – si dipartono dalle sue gambe, e ringhiano, ululano, azzannano, lacerano i corpi dei disgraziati che non sanno evitarla. Fu Circe a ridurla così, lei, bellissima ninfa di cui s’innamorò un dio marino non corrisposto. Il dio chiese aiuto alla maga, che invece amava lui e appassionatamente gli si offrì. Ma quello – piccato – rifiutò. Lei, allora, pensò bene di vendicarsi: sparse nell’acqua calabra in cui Scilla era solita bagnarsi la pozione che trasforma, e Scilla si ritrovò circondata dai cani. Tentò di fuggire, ma i cani erano lei, e per l’orrore s’inabissò.
Cariddi ingurgita acqua e la rivomita per tre volte al giorno. E il mare s’infossa in un gorgo nero nero, spaventoso, che risucchia navi, uomini, alberi, zattere. Era donna vorace, ebbe l’ardire di mangiare i buoi di Gerione sacri a Elios, e Giove la punì facendola mostro. Vive in un antro presso le coste sicule; tra flussi bastardi e riflussi a garofalo governa la morte di chi le si accosta.
Fata Morgana, invece, disarticola la visione, e allontana e avvicina la costa in un barbaglio di luce che sembra vero e invece è un miraggio. E vicinissima apparve infatti la Sicilia a un re barbaro che aveva attraversato mezza Europa per conquistarla: vicinissima, allunghi un braccio e la tocchi: la costa, le montagne, le strade, le navi all’ancora, persino la gente affaccendata su e giù per il porto. Ma chi è che aveva detto il contrario? L’avrebbe fatto squartare! E smanioso d’avercela in pugno e subito farsene padrone, allegramente si buttò in mare. E affogò. Le cronache non dicono se sia stata Scilla a dilaniarlo o Cariddi a ingurgitarlo; probabilmente a ucciderlo fu l’azione congiunta delle due. Anzi, delle tre: Morgana lo disorientò, Scilla lo masticò, Cariddi l’inghiottì.
Se tanti e tali sono dunque i pericoli che affollano quello straccetto di mare che disgiunge l’Isola dal Continente – appena tre chilometri da Capo Peloro a Torre Cavallo – perché dunque non tagliare la testa al toro e costruire un ponte? Avrebbe voglia Scilla di latrare e voglia Cariddi d’inghiottire acqua e vento, e voglia, la Morgana, di sfinirsi a tessere e scucire la tela delle sue menzogne. Un ponte, sissignore, che congiunga un capo all’altro, e da terra porti a terra senza che uno schizzo d’acqua venga a bagnare i piedi di chi si accinge alla traversata.
Un’idea che già Carlo Magno aveva caldeggiato, e prima ancora di lui i romani, pensando (quello era allora il grado di sviluppo della tecnica) a un ponte di barche e botti, e di cui, nel 1876, si fece fermo promotore l’onorevole Zanardelli, che andava affermando: “Sopra i flutti o sotto i flutti, la Sicilia sia unita al Continente”.

Adesso il ponte è stato progettato per davvero e la sua realizzazione è stata definita dal solito politico: “Un’impresa seconda soltanto allo sbarco dell’uomo sulla luna”.
Ma ci pensate? Un ponte lungo 3.666 metri, a campata unica, sostenuto da due torri – una a Ganzirri, una a Pezzo – alte 382 metri ciascuna che reggerebbero la struttura mediante cavi d’acciaio del diametro di metri 1.24 e lunghi metri 5.300. Tale da assorbire un flusso di traffico pari a 6.000-9.000 automezzi l’ora e 200 treni al giorno. Formato da un nastro d’asfalto che contiene tre corsie viarie (più una d’emergenza) per ogni senso di marcia, due linee ferroviarie e due corsie pedonali. Che sorvola un tratto di mare profondo solo settantadue metri (significa che se crolla ti salvi?), che rivoluziona il senso del trasporto perché permetterebbe, finalmente, l’arrivo dell’Alta Velocità in quel meridione del meridione che è la Sicilia. E la mafia potrebbe affratellarsi con sorella ‘ndrangheta (ché tra uomini ci si capisce meglio) e dal loro patto ne uscirebbe naturalmente rafforzata l’economia, con scambi più proficui di droghe, spezie, manovalanza e picciottame di basso macello da buttare nel mercato. E poi, volete mettere la eliminazione to-ta-le dei ritardi? Sissignore. Si garantisce una veloce, comoda, magnifica traversata in meno di un quarto d’ora. Ci pensate? Sarebbero completamente soppresse quelle attese di una, due, e certe volte pure tre ore, sotto il sole d’agosto, col caldo che rimbambisce e la radio che non riesce a dissolvere il torpore che affumica la mente. E non ci sarebbe più da fare quella trafila noiosissima: salire sopra la nave, parcheggiare, scendere dalla macchina, chiuderla, andare sul ponte, cercare il gabinetto, mangiare l’arancino caldo caldo, affacciarsi dalla balaustra e guardare la scia bianca di spuma semmai un qualche delfino venga a saltare fuori dall’acqua, controllare ogni tanto la macchina: nel cofano c’è il portatile… non si sa mai…
Col ponte, invece, neppure ti accorgi che stai passando da lì a qui: Continente-Isola, una cosa sola. Indispensabile dunque. E invece?
Invece ci sono quelli che il ponte non lo vogliono. E le ragioni pratiche da essi sostenute sono tante: disastroso impatto ambientale (è già in corso un’inchiesta in tal senso della magistratura), enorme costo di realizzazione dell’opera, grossi dubbi circa la sua fattibilità tecnica, incremento delle connivenze mafia-‘ndrangheta. E poi?
E poi… volete mettere che l’isola non sarebbe più un’isola? E già questo sarebbe un sacrilegio. Lo sapevano bene gli antichi romani, che avevano creato un apposito ordine religioso, quello del pontifex appunto, che aveva il compito di placare l’ira del demone locale ogni volta che venivano congiunti due luoghi separati dall’acqua: perché si tratta di violazione dell’ordine naturale, un colpo di mano che se ne infischia del limite stabilito dagli dei e pone le necessità dell’uomo al di sopra di tutto. E quindi il pontifex, che prega, offre sacrifici (naturalmente umani), rabbonisce le ire. Certo, non sarebbe il caso nostro, i demoni ormai sono bell’e relegati nell’immaginario infantile, e pure Scilla e Cariddi sono fenomeno da folklore locale. Però…
Però… un’isola è sempre un’isola e il suo fascino sta nel fatto che bisogna andare per acqua per poterla raggiungere. Perché l’acqua ha il privilegio della lentezza, e quando si è nell’acqua ci si riappropria dell’immaginario infantile, e si crede ancora a Scilla e Cariddi – che i piloti dei traghetti si guardano bene dall’andare a stuzzicare zigzagando per rotte collaudate; si cerca con gli occhi il miraggio della Morgana: la terra sospesa a mezz’aria che all’improvviso appare vicinissima e dopo un attimo non c’è più; si pensa alle Sirene che, cantando cantando, incantano i naviganti che si tuffano dalle barche per raggiungerle, e non vengono sbranati, no, ma le seguono: “(…) sotto gli altissimi monti di acque immote e oscure, dove tutto è silenziosa quiete”, laddove – dice Lighea, figlia di Calliope – si scampa ai dolori, alla vecchiaia e viene realizzato quel sogno di sonno che coltiva chiunque (così Tomasi di Lampedusa nel racconto “La Sirena”).

E poi un’isola è sinonimo di mondo a sé. Forse è per questo che mafia e ‘ndrangheta non si sono ancora affratellate e ciascuna conserva i confini ben netti del proprio territorio. Per questo che non si importa Alta Velocità e i viaggi in treno conservano talvolta l’estenuante lentezza di un cammino a passo d’uomo tra conche di calcare o scarpate di lava (così la Circumetnea che s’inerpica da Catania fino a Randazzo per ridiscendere a Giarre), col vantaggio di liberare il viaggiatore dalla frenesia d’arrivare subito e restituirgli il piacere di un paesaggio splendido. Ed è per questo che i Caronte continuano ancora a fare la spola da Villa San Giovanni a Messina, nel ricordo, anche, di quelle traghettatrici – le femminote di darrighiana memoria – che di notte, al buio, caricavano di contrabbando la barchetta, impugnavano i remi e cavalcavano quei “bastardelli di rema” che le avrebbero portate più velocemente a destinazione. Oppure, più semplicemente, infilavano le merci del contrabbando sotto le gonne e, come se nulla fosse, salivano sui “ferribò”, che allora non si chiamavano “Caronte”, nossignore, sputavano nell’aria fumo di carbone, e non c’era nessuno che li voleva soppiantare a vantaggio d’una strada sospesa, tenuta su da tiranti d’acciaio.
“Ma questa è letteratura” potrebbe sdegnosamente opporsi un qualunque fautore del Ponte.
“Sì” rispondiamo noi “appunto: questa è letteratura…”.

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