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Cina: la nascita di un impero. L’affascinante messa in scena della vita nella morte.

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A questo punto credo siano poche le persone che non hanno visitato la mostra sulla Cina alle Scuderie del Quirinale di Roma.

A questo punto credo siano poche le persone che non hanno visitato la mostra sulla Cina alle Scuderie del Quirinale di Roma. Oltre ai dati di visitatori che hanno battuto ogni record, ogni volta che provavo ad entrare, non era possibile per la coda che aveva dello sconcertante.
Si può di certo fare snobisticamente finta di niente, ma evitare di dare uno sguardo a un fenomeno così imponente in termini di visitatori, pronti al sacrificio di file interminabili, a visitare una mostra nella ressa, a sacrificare intere giornate, a fare viaggi da altre città per dire io ci sono stato o attratti dalla curiosità per un evento comunicato come unico, mi pare un po’ superficiale.
C’è stato un momento recente in cui la Cina era diventata sinonimo di nemico. Nemico commerciale ed economico. La gente comune, ovunque, iniziava ad adottare una sorta di boicottaggio. Anche ai mercatini, la merce esposta veniva esaltata come made in Italy. Una maglietta italiana valeva di più di una fabbricata in Cina. Valeva l’orgoglio nazionale. E allora, tutti a evitare di comprare capi prodotti in un paese catalogato come portatore di disastri commerciali. Era una questione di orgoglio. E di un sentimento di invasione. Da qualche tempo non se ne parla più. L’ondata di reazione si è esaurita con il disinteresse dei giornali. Che viviamo in tempi di indignazione a tempo che sparisce così come viene, è ormai chiaro. Se non supportati da un importante appoggio mediatico, non siamo in grado di provare paura e disgusto.
Invece a Roma, grazie alla mostra sulla nascita dell’impero cinese, c’è stata una sorta di rivalutazione della terra di mezzo, dell’impero celeste.
Pure loro hanno una storia. E che storia. Una storia antica, fatta soprattutto del culto della morte, che unisce culture e persone forse più dell’approccio alla vita.
Mi pare questa la cosa che più ha lasciato il segno. E poi c’è la storia dello ying e yang. Come non ricordarla? E c’è il Tao. C’è Confucio. Addirittura c’è la questione dell’immortalità. Ed è simbolica. Quanti simboli! Ma lo vedi? Quanta arte! È incredibile. Non solo noi della Magna Grecia o romani realizzavamo cose di raffinata bellezza ma pure loro! Eh, i romani che vedono questa mostra devono abbassare la cresta, di certo. Ma guarda, seppellivano anche loro i morti! E quante dinastie e imperi e che ingarbugliamento politico! E che megalomania degli imperatori! Nessuna civiltà ha inventato niente! Ma gli schiavi… però, tutto questo bronzo pesantissimo era lavorato e trasportato grazie a schiavi. Ma no! E noi occidentali che facevamo? Insomma, più o meno il percorso della mostra è intervallato da questo tipo di esclamazioni.
È tutto buio, le luci soffuse. È una scenografia allestita con gusto. D’altronde è stato Ronconi a volerla così, funebre e suggestiva. Con teli che avvolgono le opere in mostra e le isolano dallo sguardo, opacizzando la vista. Ronconi credo abbia una bella propensione come regista di mostre. C’è stato un lungo periodo in cui al Piccolo di Milano non guardavo altro che i suoi spettacoli infiniti. E mi domandavo perché mi annoiassi, resistevo con tenacia alle palpebre che si abbassavano dopo due, tre, quattro ore. Non ricordo però i personaggi e le trame dopo anni di distanza. Ma le scenografie sì. Le scenografie non mi annoiavano mai. Le sue scenografie hanno sempre avuto un vicinissimo legame con la morte o con una sorta di esposizione museale, dunque di cose morte. Ma erano bellissime, raffinate, simboliche. Estetiche.

E la disposizione dei reperti alla mostra sulla Cina è di un indubbio gusto estetico. Ben venga. Le mostre allestite come un teatro, questa sì che è una novità. Con personaggi che si stagliano su palcoscenici, immobili, a raccontare. Raccontano una storia senza parlare. Raccontano di tempi remoti e di arte. Raccontano di morte. Ma lo spettatore è tenuto a distanza dai teli. C’è un intento di protezione e di distanza. Veli che coprono reperti come il velo della bara copre i morti per addolcire i lineamenti. Guerrieri a dimensione naturale. Statue di terracotta che moltiplicano immagini umane a noi lontane. Sembrano alieni i cinesi. Con i loro tratti allungati, i loro occhi che non guardano, come tutti gli occhi degli orientali. Freddi. Distanti. Misteriosi. Come senza anima. Lo sguardo orientale, guardatelo, è senza brilluccichio. Noi con gli occhi tondi e grandi, noi occidentali che ci inalberiamo per niente siamo volubili. La nostra anima sta nel tempo, nell’attimo. Lo sguardo orientale sta da un’altra parte. Eppure è fin troppo presente, concreto. Non ce l’ho col loro, ci mancherebbe. Ma mi stupisce, prima della storia, questa diversità di tratti. Come una scema sto di fronte alla nascita di una civiltà come fosse la nascita di un altro mondo. E in effetti Oriente e Occidente sono cresciuti e si sono sviluppati separatamente. Non si sapeva nulla l’uno dell’altro. Ognuno prosperava, cambiava, si disintegrava, si ricomponeva, con la certezza di essere unico. E invece la morte, le tombe, il culto dei morti, questo ci univa. I mausolei e tutti i tesori nascosti. Un tempo si viveva in funzione della morte. Nella moderna civiltà fondata sul presente e sul buttare via tutto, cosa rimarrà? Da chi saremo accompagnati noi nelle nostre tombe? La nostra anima dove andrà a finire? In questo la storia non dà risposta. In questo, siamo ancora come gli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Spauriti. Incerti. Inutilmente agitati.
Ma nella mostra c’è un’ulteriore trovata: il percorso a ritroso nel tempo è fatto al contrario: si parte dal passato più remoto, per arrivare alle epoche più recenti. Ed è ancora più strabiliante come tutti i temi siano ricorrenti. Un po’ come la storia di ogni uomo e donna: se riusciamo a rivisitare l’infanzia, sicuramente ritroveremo tutti i solchi e i tratti che ci appartengono.
Credo sia questo il tema sotterraneo della mostra, che le ha conferito la più forte fascinazione: la morte, legata alla indubbia bellezza e unicità dei reperti esposti. Come se l’arte ne fosse la redenzione.

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