Angelo Schiavi: “Con la mia musica cerco di emozionare, arrivare alle persone e coinvolgerle

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“Il jazz è la musica per eccellenza, la ragione della mia vita”. Angelo Schiavi, sassofonista romano, lo dichiara a parole e lo conferma nei fatti. Nella casa-studio a Roma dove...

“Il jazz è la musica per eccellenza, la ragione della mia vita”. Angelo Schiavi, sassofonista romano, lo dichiara a parole e lo conferma nei fatti. Nella casa-studio a Roma dove vive e lavora, tutto trasuda jazz: dalle pareti tappezzate di foto dei grandi americani agli oggetti musicali disseminati un po’ ovunque, dalla sterminata collezione di cd all’affascinate stanza dove compone e suona. Un artista dai molti volti al quale non si addicono le categorie: si occupa di arrangiamento, composizione e direzione d’orchestra. “La musica – dice – è stata una costante della mia vita fin da piccolissimo, anche se ho cominciato tardi a fare sul serio: solo a diciannove anni ho maturato la volontà di trasformare la passione in qualcosa di diverso”. Oggi, con una solida preparazione alle spalle, fatta di studi al conservatorio, insegna armonia pratica presso la Scuola Popolare di Musica di Testaccio a Roma, e dirige e suona in diverse formazioni, con le quali partecipa alle principali manifestazioni in Italia, Umbria Jazz Festival o Villa Celimontana Jazz Festival per citarne alcune.

Il jazz: un caso o una scelta?
Sono stato letteralmente folgorato ad un concerto di Sam Rivers, un musicista americano che andava “di moda” anni fa, ma che oggi neanche amo particolarmente. Il giorno dopo andai in un negozio e comprai il mio primo sassofono. Avevo diciannove anni. Fino a quel momento la musica era stata un divertimento mai preso sul serio, anche se la prima volta che sono salito su un palco avevo quattordici anni. Il passo successivo? La decisione di iscrivermi al conservatorio.

Dagli studi al conservatorio a musicista jazz. Il passo è stato breve?
La scelta del conservatorio nell’immediato mi allontanò dal jazz, perché il conservatorio ti mette davanti alla musica classica, mentre altri colleghi andarono dritti al cuore, frequentando grandi jazzisti e apprendendo sul campo. Però è al conservatorio, dopo il diploma in clarinetto, che ho cominciato a coltivare quella che da sempre considero la musica per eccellenza, con il diploma di specializzazione, quattro anni di direzione e di arrangiamento jazz.
In questo percorso di avvicinamento al jazz, molto importante è stato il ruolo della Scuola Popolare di Musica di Testaccio dove ero stato studente e dove nel frattempo avevo preso a lavorare come insegnante. Vi ho trovato un ambiente fervido e favorevole, l’opportunità di suonare e formare gruppi, l’occasione di esibirsi in pubblico e la possibilità di conoscere molti jazzisti italiani e americani, dai quali apprendere e con i quali confrontarsi. Ho conosciuto così Dave Liebman, Nino Culasso, Michael Westbrook, Steve Grossman, Sal Nistico che ricordo con grande affetto per le acrobazie con il sassofono e la simpatia.

Ma davvero il jazz è la musica per eccellenza?
Si, perché il jazz è improvvisazione. Il musicista jazz è obbligato ad essere compositore in tempo reale, ma l’improvvisazione non si improvvisa, ha delle regole ferree che bisogna conoscere e riconoscere in tempo reale, ragionare momento per momento e comporre mentre si suona. Non è semplice. I musicisti classici studiano composizione dieci anni, ma sanno comporre solo facendo lunghi ragionamenti e non certo improvvisando. Tutto molto razionale e ragionato. Invece essere compositori in tempo reale lascia, ad essere capaci, l’irrazionalità libera. La musica non è solo numeri, se facciamo diventare la musica un fatto di numeri non c’è differenza tra un musicista ed un ingegnere. I musicisti pensano ai numeri tanto quanto gli ingegneri, però l’ingegnere percorre la razionalità, mentre noi l’irrazionale. L’irrazionale è la parte più significativa dell’uomo e questo lo dobbiamo tenere sempre presente, perché altrimenti non possiamo fare musica.

E agli allievi cosa insegna? Solo tecnica o anche emozioni?
Ai miei allievi non chiedo quantità, ma qualità, pur nel rispetto delle caratteristiche e attitudini di ciascuno di loro, perchè insegno alle persone più disparate: all’ammiraglio in pensione, al giovane, al giornalista o all’attore, a chi diventerà musicista e a chi studia musica per hobby.
Come docente propongo un metodo incentrato su un’armonia pragmatica, snella, pochi concetti, messi subito in pratica. Mi rifaccio all’approccio lineare applicato dagli americani nell’insegnamento dell’armonia e fondato su un presupposto di base: se bisogna ragionare in tempo reale è più facile “caricare” in mente poche informazioni chiare e mantenere viva la capacità di ragionare momento per momento. Non a caso il corso che tengo si chiama Harmonic Daily Training e l’armonia si apprende in maniera modulare, praticandola subito per assumere nella propria mente e nelle proprie mani quel materiale che è necessario a creare delle melodie improvvisate in linguaggio jazz. Ho scritto un libro per la edizioni Carisch che lo spiega.

Nell’ambito musicale si occupa anche di direzione d’orchestra. Si può parlare di propensione ad essere leader?
Essere leader di formazioni mi viene naturale, gli altri musicisti mi seguono, anche quando suono con grossi nomi come Andy Gravish, Pietro Ciancaglini e Vincent Benedetti. Direi una bugia enorme se dicessi che questa è gente che ha bisogno di me per avere una ricca vita musicale. Sono grandi musicisti naturalmente e comunque. Dico solo che spesso sono io che decido cosa e come fare e tutto fila liscio come la musica che realizziamo.

Cosa chiede ai musicisti che suonano con lei?
Come direttore di big band l’esperienza culminate è stata quella della “Minor Funk Orchestra”, un gruppo di “veri allievi”, musicisti non professionisti, con i quali abbiamo suonato in moltissimi club, teatri, manifestazioni, piazze. A loro ho sempre chiesto di emozionare, di sprigionare energia, di esprimere gioia nel fare musica pur in esecuzioni non sempre perfette. La soddisfazione nei sette anni insieme fu riuscire a fare musica con persone che mai e poi mai avrebbero pensato di arrivare a quei livelli. Oggi non ho più quella formazione e co-dirigo insieme a Claudio Pradò la “Testaccio Art of Jazz” big band, una band professionale con la quale suoniamo in tutte le maggiori manifestazioni italiane di jazz.

La sua musica: testa o cuore?
La mia musica punta soprattutto ad emozionare, ad arrivare alle persone e coinvolgerle, desiderando avvicinare al jazz chi non lo conosce, chi non ne è appassionato. Una musica che racconta la vita, le vicende umane, che segue una narrazione. In “Love’s Snake”, il cd che ho appena realizzato, esprimo appieno questo intento. È un lavoro che segna la mia maturità artistica. I precedenti sono stati dei tentativi per arrivare a questo elaborato. È il primo nel quale ho scritto, scelto e diretto tutte le musiche. Le decisioni sono state completamente le mie, pur se è presente Vincent Benedetti con quattro suoi pezzi.
Nonostante sia arrivato solo ora a questa maturità, sono consapevole che della mia carriera musicale ho fatto una regata, piuttosto che una corsa di velocità, per scelta o probabilmente perché non potevo fare altro. Comunque sia, non ho recriminazioni e la musica che faccio comincia a piacermi sul serio: credo che questo sia la cosa importante.

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