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2 febbraio, la ‘Candelora: dell’inverno siamo fora. ..Ma se piove o tira vento all’inverno siamo drento (Vecchio detto popolare)
2 febbraio, la ‘Candelora:
dell’inverno siamo fora.
..Ma se piove o tira vento
all’inverno siamo drento
(Vecchio detto popolare)

Mimosa (Acacia dealbata) fiorita in gennaio; intorno viti spoglie e ancora non potate).

CAMPAGNA INTORNO A ROMA. FINE GENNAIO 2007
Sulla strada verso casa le foglie ballano impazzite in un vortice, come in una giornata ventosa di novembre.
Come se fosse un bell’inizio di autunno – di quelli di una volta – e non inverno avanzato.
Come se si potesse danzare leggeri con le foglie alla maniera di Snoopy e stare senza pensieri; senza preoccuparsi del freddo che non arriva o che arriverà in ritardo e farà solo danni; dello scongelamento dei poli e dei mari che si innalzeranno; dell’ennesima petroliera che sta inquinando le coste o dell’avanzamento del “doomsday clock”, l’orologio che segna il tempo che manca alla fine del mondo per una esplosione nucleare.
Il quotidiano terrore propinato dai media.
Ormai a tutti i livelli, il pensiero della natura comincia ad essere doloroso. Gli stessi saggi non sanno più dove sta il giusto: se passare sotto silenzio queste notizie o farsene travolgere. Non che la deriva del mondo ne sia minimamente influenzata!
Tra l’altro… Dove sono più i saggi?
Una volta stavano in campagna. Si ritiravano lì a coltivare l’orto, veder crescere le piante e passare le stagioni; d’inverno stavano davanti al camino, a pensare al tempo e alla vita.
Altri saggi si ritiravano in una casetta vicino al mare; avevano – quasi inclusa nel kit da saggio marinaro, insieme al copricapo di lana – una barchetta per andare a pescare. Fiutavano il vento e davano consigli ai giovani sul tempo del giorno dopo.
I vecchi delle montagne erano una varietà ancora diversa; avevano quasi sempre la barba bianca e la pipa: gran raccontatori di storie e infaticabili camminatori, in spregio dell’età.
Era del saggio la decisione di tirarsi fuori dall’agone dopo aver fatto la propria parte, e buttare un occhio sul mondo non troppo spesso, da lontano.
Poi, in un tempo relativamente breve, la distanza è stata sempre più difficile da mantenere. L’altro mondo ha cominciato a invadere le campagne e le spiagge, finché non è stato più possibile far finta di niente. Pochi pesci nel mare inquinato intorno alle coste e buste di plastica in superficie, le montagne senza la neve; in campagna un’invasione lenta e capillare. Gli spari dei cacciatori c’erano sempre stati, ma ora arrivavano con i fuoristrada fin dentro i campi; attraversavano le siepi per provare la potenza del loro mezzo… Gli uccelli si zittivano al primo sparo, e senza di loro non era più la stessa cosa.
Poi le stagioni hanno cominciato a slittare l’una sull’altra…

Mimosa fiorita a fine gennaio nella campagna romana: intorno, rami nudi

MIMOSE
Una volta le mimose fiorivano all’inizio di marzo.
Era così caratteristica, questa fioritura, che furono scelte e abusate come fiore-simbolo per la festa della donna, l’8 marzo.
Negli ultimi anni comunque, non se ne poteva più: ad ogni incrocio, in città, c’era un immigrato che ti voleva vendere il suo mazzetto per 1000 lire; poi per 1 euro. Nord-africani, arabi: tutti abbastanza estranei alla festa della donna!
In campagna si viveva il risvolto distruttivo di questa operazione commerciale: giungevano con tutti i mezzi, biciclette, tricicli, furgoni, a depredare le piante fiorite ai bordi delle strade; con marranci e accette, quando erano meglio organizzati, ma il più delle volte con le mani nude per fare più in fretta.
Alla fine della devastazione le piante restavano mutilate, con i rami schiantati lasciati a pendere e spogliati dei fiori, gli scarti lasciati per terra tutt’intorno.
Poi le mimose hanno cominciato a fiorire sempre più presto; ormai a marzo arrivavano solo fiori rinsecchiti, brunastri e spenti, senza la grazia vaporosa della fioritura al suo inizio. Più spesso fiorivano a metà febbraio ma mai come questi ultimi anni, prima della fine di gennaio.
È impressionante il cambiamento dei ritmi della natura sotto i nostri occhi: la scomparsa delle lucciole, la rarità della neve, il prolungamento dell’estate, la mitezza degli inverni; una volta questi cicli prendevano tempi più lunghi della vita di un uomo; vederli avvenire sotto i nostri occhi dà un’idea dell’accelerazione dei cambiamenti, ma è qualcosa di innaturale e vagamente minaccioso.
Ogni tanto ci ritroviamo a pensare a qualcosa ‘com’era prima’ e a come rapidamente ci sta venendo meno la possibilità di invertire questa tendenza precipitosa al degrado e alla perdita.
Considerare che alla fine di questa strada c’è anche la fine dell’uomo sembra tutto sommato solo un evento necessario e tardivo.

La mimosa e la luna; sullo sfondo le luci del paese (Lanuvio – Civita Lavinia)

PULCINI DI DRAGO
Era stata a lungo solo la sensazione di qualcosa di strano, un suono stridente ma attutito, che dovette superare una certa soglia perché me ne accorgessi. Poi, una sera che ero steso per terra con un filo d’erba in bocca, a fare nient’altro che guardare le nuvole, lo sentii più forte e non fu più possibile ignorarlo.
Un suono mai sentito prima, tra lo stridìo e il sibilo, che non sembrava provenire da un luogo particolare, ma insinuarsi e riverberare tra le vecchie pietre del casale. Aveva ancora, di strano, che appena mi sembrava di averlo localizzato e mi spostavo per sentirlo meglio, il suono cessava.
Il momento più bello dei misteri – come delle persone, del resto – è prima di trovare la soluzione, o l’inquadramento: allora la mente si focalizza tutta su un punto; elabora e scarta ipotesi diverse, costruisce, deduce.
Era sicuramente il verso di un animale, ma per qualche motivo mi ero convinto che quel rumore non potesse appartenere a niente di conosciuto. Chissà perché mi venne in mente che se si dovessero schiudere delle uova di drago, i piccoli draghetti – non ancora verdi, ma rosa come passeri implumi, solo un po’ più grandi e con un abbozzo di cresta dentata lungo il dorso, fino alla coda – avrebbero fatto proprio quel verso.
Il mistero continuò per qualche giorno ancora; lo strano verso alternativamente si ripresentava e scompariva, fino al giorno che mi trovai a passare proprio sotto il muro del vecchio ballatoio, e lo sentii venire proprio da sopra la mia testa, da uno dei buchi nel muro. Ormai non potevo più eludere la soluzione del mistero, andai a cercare una scala e l’appoggiai al muro. Volevo e non volevo, guardare nel buco.
Mi tirai su pianissimo, allargando lentamente il campo della visione; per non disturbare, certo, ma – credo – soprattutto per non spaventarmi troppo e per essere pronto a sfuggire all’attacco dei draghi… Nel caso.
Arrivai così a vedere il contenuto del nido. Perché era un nido: e conteneva tre piccoli barbagianni, bianchi e piumosi con dei grandi occhi spalancati sulla mia sorpresa.
Nei giorni successivi andai altre volte a guardarli e feci anche la conoscenza con la signora madre: una sera che arrivò sul nido planando silenziosa e per poco non mi fece cadere dalla scala, per la sorpresa.
Da allora li lasciai in pace, ma li ho aspettati invano negli anni successivi; non sono più venuti a fare il nido tra le vecchie pietre del casale.

Pulcini di barbagianni (Tyto alba)

Mamma barbagianni torna al nido

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