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Oggetti di scambio

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L’anima… eh, l’anima! E chi ci pensa più. Roba da preti o, al massimo, da letterati. Perché oggi, tra finanziaria, pacs, caro vita, clima impazzito, la guerra che chiama guerra e si diffonde come un contagio, chi ha il tempo e la voglia d’interrogarsi sull’anima?

 

 

 

 

 

 

 

 

L’anima… eh, l’anima! E chi ci pensa più. Roba da preti o, al massimo, da letterati. Perché oggi, tra finanziaria, pacs, caro vita, clima impazzito, la guerra che chiama guerra e si diffonde come un contagio, chi ha il tempo e la voglia d’interrogarsi sull’anima? C’è? Non c’è? Boh!
Eppure, ci sono stati tempi in cui le si è attribuita la massima importanza, la si è cercata, coccolata, facendola assurgere, addirittura, a incomparabile merce di scambio in un baratto sulla cui liceità adesso neppure si discute, visto che attiene ad ambiti in cui il diritto cede il posto alla metafisica (e i magistrati, per una volta, non sono tacciati di corruzione). Insomma, l’anima come offerta in cambio di qualcosa: Potere, Bellezza, Ricchezza, Incorruttibilità del corpo.
Bene. Torniamo indietro di qualche secolo, quando non c’era ancora il bombardamento mediatico che oggi garantisce Giovinezza a suon di botulino, Potere a chi procura voti di scambio, Ricchezza sull’onda di malversazioni bancarie. Torniamo cioè ai secoli in cui l’unica certezza per acquisire i beni di cui sopra era vendersi al demonio.
Dunque. Elisabetta Prima, regina d’Inghilterra. Accorta, astuta, capace di barcamenarsi tra prigionie e inganni, teste mozzate, l’eredità pesante d’un padre che per infilarsi nel letto la nuova fiamma, e quindi legittimarla Regina, ammazza senza rimpianto la moglie in carica; ostile al matrimonio, e non perché fosse brutta, tarata, lesbica o sterile, come insinuano le male lingue, quanto, e più verosimilmente, per non frammischiare semi e dinastie che avrebbero potuto minare l’integrità dell’Inghilterra. Una gran donna, certo. Però… pare… si mormora che anche lei abbia avuto quel terribile momento in cui tutto sembra vacillare. E allora? Che fa? S’arrende? Abdica? Piange e s’asciuga gli occhi belli nei volant dello strascico, si toglie la corona dal capo e, come una qualunque massaia, la ripone nella vetrina del salotto buono e ogni tanto la lustra, ci alita sopra e con la manica ne sfrega le pietre affinché brillino di più intanto che un altro governa al posto suo? Certo che no! Piuttosto si rimbocca le maniche e bussa a colui che imprescindibilmente può aiutarla:
“Io governo, a lungo e in santa – si fa per dire – pace, e in cambio ti do l’anima”.
Tanto, avrà pensato, che vuoi che sia l’anima? Per una come lei, l’Inghilterra val bene la rinuncia a una messa. Così conclude il patto. E governa. Con pienezza di risultati.
E arriva l’ultimo giorno, quello che nel gran libro del destino non ha più seguito.
Quando il demonio venne a reclamarne ciò che gli spettava, Elisabetta era ancora agonizzante. Ebbe la pazienza di attendere che spirasse, che finissero di vestirla, di metterle ai piedi pantofoline tempestate d’oro e di gemme; quindi batté cassa: “A me l’anima!”.
Non ci risulta che Elisabetta abbia pianto o si sia disperata rendendosi conto, solo in quell’istante, che la vita è un battito di ciglia e l’eternità un mare immenso in cui nuotare per sempre. Sappiamo solo che il diavolo la prese in braccio e attraversò tempeste e bufere avviandosi verso la bocca dell’Inferno che, lo sanno tutti, sta in quel di Sicilia, e precisamente nella gola dell’Etna. Pare, però, che il diavolo d’un tratto si sentisse stanco e, giunto a Rocca Calanna, tra Bronte e Maletto, si fermasse a riposare. Un attimo appena, giusto per ripigliare fiato. Quindi, svelto svelto, riprese la regina e via, verso il cratere. Ma una pantofola, che non voleva saperne di condividere la sorte della padrona, si sfilò dal piede ormai rigido, rimase per qualche istante in bilico sulla punta, dondolò e infine cadde, volteggiando nella notte cupa. La vide un pastore, volle prenderla ma si ustionò. Chiamarono un esorcista, nulla da fare; una suora che sapeva tutte le lingue e che era tormentata dal demonio. Nulla. Dopo l’ennesimo esorcismo, finalmente, la pantofola riprese il volo fino alla torre dell’abbazia che sarebbe diventata, più tardi, di proprietà dell’ammiraglio Horatio Nelson.

Finita la storia? Per nulla.
E’ l’anno 1799. A Napoli impazza la rivolta. Federico di Borbone sa che non ha scampo e deve dileguarsi. La salvezza gli viene offerta da Nelson che lo carica sulla sua nave e lo deposita sano e salvo a Palermo. E volete che un re non si sdebiti? Lo fece, lo fece, insignendo l’ammiraglio del titolo di Duca di Bronte.
La leggenda vuole che, la notte stessa della nomina, una donna magnifica venne in sogno all’ammiraglio e gli donò la pantofola (alcuni dicono che fosse la stessa Elisabetta, determinata a ribadire l’appartenenza alla Corona inglese del territorio appena acquisito) intimandogli di non separarsene mai: “Pena la vita”. Ma Nelson era innamorato, molto innamorato di Emma Lyon, moglie dell’ambasciatore inglese a Napoli, Lord Hamilton. E pare che, prima di partire per la battaglia di Trafalgar, come pegno d’amore, le abbia lasciato nientedimeno che la pantofola (altri dicono invece che la bella lady gliel’abbia trafugata). E naturalmente morì.
E la ducea di Nelson a Bronte?

Fa freddo, l’Etna è incappucciata di un bianco abbagliante. Un vento di neve viene a pungerci la faccia. La guida ha appena finito di raccontarci la leggenda della pantofola. Siamo nell’atrio, davanti alla croce celtica con su inciso “Heroi immortali Nili”, unico riferimento esplicito all’ammiraglio.
“E’ vero che Nelson non è mai venuto qui?” chiediamo.
La guida scuote la testa: “Ufficialmente no. Sembra invece che sia venuto con lady Hamilton, che abbia trascorso qui giornate felici”.
Ci incamminiamo verso l’ingresso del palazzo. E intanto pensiamo a Emma, a questa ragazza bellissima che passò da un amante all’altro: giovani, più o meno anziani, uomini che le diedero il lusso e l’ammisero alla corte dei Borboni; pensiamo alla figlia – Oratia – che ebbe da Nelson. E alla sua caduta in disgrazia: alla morte dell’ammiraglio, gli eredi legittimi la estromisero dal testamento e, poiché aveva abbandonato il marito, fu privata anche dei beni di questi. Fu incarcerata due volte per debiti, morì nella più nera miseria.
Le stanze sono state ristrutturate dal Comune, i pavimenti rifatti secondo l’originale disegno delle maioliche di Caltagirone, che ancora resiste in alcune piastrelle del Settecento. I mobili sono quelli che i discendenti di Nelson, nel tempo, hanno portato dalla madrepatria.
Percorriamo lentamente il lungo corridoio che immette nei vari ambienti. Il sistema di riscaldamento, rifatto da poco, diffonde per l’aria un omogeneo fiato caldo. Guardiamo con attenzione gli oggetti, le lettere, i timbri, le onorificenze e i diplomi, le medaglie di bronzo. Dentro una teca ci sono due bicchieri e una bottiglia: “Used by admiral viscount Nelson on board H.M. Victory the eve of the battle of Trafalgar. 21st oct. 1805” c’è scritto su una targhetta. Guardiamo i tanti ritratti di Nelson, in uno, addirittura, è raffigurato insieme a Wellington, che batterà Napoleone a Waterloo. E poi ci sono immagini di velieri, battaglie, il mare in tempesta, il mare in gorghi bluverdi che il tempo ha fatto polverosi.
E una sensazione indefinibile ci coglie nell’attraversare questo luogo straniero in terra siciliana: altra gente, altro modo di accostarsi alla vita. Percepiamo come il senso di un distacco, di una forzatura che ci procura disagio, e la consapevolezza che spesso la terra, come l’anima, diventa oggetto di scambio. Quest’ultima, però, da parte di chi non può disporne. Perciò le usurpazioni del territorio, perciò le regalie che i re si permettono per disobbligarsi dei favori dei loro pupilli.
Un feudo che i brontesi cercheranno nei secoli di rivendicare. E che penseranno di poter riavere grazie a quel ribaltamento sociale che Garibaldi, appena messo piede in Sicilia, andava proclamando: i servi diventano padroni e i padroni cominciano a sudare per guadagnarsi un morso di pane. Così, è l’agosto del 1860, ci si ribella. E si fa la carneficina.
Ma la favola va bene finché racconta della pantofola di Elisabetta. I fatti di Bronte sono altro. E Garibaldi, ch’era venuto a spartire la terra, si tolse il cappello davanti agli inglesi (che in fondo l’avevano aiutato, non impedendogli di sbarcare coi mille a Marsala) e ordinò a Bixio di massacrare i responsabili dell’eccidio. Tra questi un povero scemo, Nunzio Ciraldo Fraiunco, che andava cantando per le strade e che al momento dell’esecuzione: “Grazia, grazia” urlava.
E l’ottenne: “Gli si avvicinò l’ufficiale e gli diede il colpo di grazia. Stava Bixio con gli occhi fissi, vitrei, a cavallo, come l’angelo della vendetta”. (Benedetto Radice)

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