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Investigatori di Edimburgo

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All’inizio ho creduto fosse un medico, o meglio un laureando in medicina. Mi ha chiamato una mattina, su indicazione del poeta, chiedendomi se volessi accompagnarlo a vedere una piccola mostra...

All’inizio ho creduto fosse un medico, o meglio un laureando in medicina. Mi ha chiamato una mattina, su indicazione del poeta, chiedendomi se volessi accompagnarlo a vedere una piccola mostra al Museo di Patologia. Ed invece per strada mi dice con un sorriso aperto, su un viso di bambinone punteggiato di lentiggini e coronato da una folta chioma rossa, che lui di medicina non ha mai capito niente. E da un paio di anni è a spasso. Prima un lavoro ce l’aveva e viaggiava molto. Poi si è accorto che quel lavoro non lo poteva più fare. E ora viaggia per diletto, con tempi lunghi, un mese qui, un mese là, in cerca di qualcosa di nuovo. È convinto che tra un viaggio e l’altro lo troverà. Gli verrà qualche bella idea.
Così pieni di fiducia e di entusiasmo, attraversata una piazzetta deserta, ci arrampichiamo su per le scalette di una elegante palazzina, sede del Royal College of Surgeons, il reale Collegio dei Chirurghi, finché nel silenzio, dalla penombra, un uomo anziano alto, magro, elegantissimo ci viene incontro con passo felpato e sorriso affabile. Appreso che non siamo medici né laureandi, si prodiga a informarci che ci troviamo nel museo di patologia più antico del Regno Unito, ha appena celebrato i 500 anni, ci rivela soddisfatto. Poi muovendo con grazia le dite lunghe e bianche ci illustra la disposizione delle sale, e i nostri occhi scivolano alle sue spalle in una oscurità azzurra piena di bacheche che pullulano, ci viene detto, di reperti anatomici e patologici dalla fine del settecento, un excursus completo della storia della chirurgia. Al piano inferiore inoltre c’è una nuova sezione su “Sport, chirurgia e benessere”.
Il delicatissimo signore fa una breve pausa, sembra di udire uno sfrigolio di ossa rotte, uno sparpaglio di minutissimi frammenti, ma è solo il fruscio delle maniche della sua giacca mentre si schiarisce la gola e riprende in tono più basso.
Si tratta per lo più di preparazioni anatomiche sotto formalina, divise per categorie secondo le parti del corpo. Il materiale esposto, sussurra con un sorriso, attiene alle più disparate patologie, deformità, infezioni e anomalie. Un’esperienza altamente informativa, ci avverte, ma la vista di resti umani, in tale abbondanza, può talvolta arrecare disturbo.

Il rosso saltella da una gamba all’altra in preda, mi pare, a incontenibile aspettativa. “E la mostra su Sherlock Holmes?” chiede. L’elegantissimo signore controlla una smorfia, solo un brevissimo lampo negli occhi, un’improvvisa rigidità nelle membra. “Oh” sorride indulgente. “Siete qui per lui?”
Mentre procediamo nella direzione indicata, scricchiolando sul parquet, fluttuando tra elegantissime stanze adorne di teche su cui il mio occhio scivola veloce, mentre il Rosso guarda tutto con il suo sorriso aperto e il fare gioviale, ci accorgiamo che altri anziani simili all’uomo dell’ingresso sono sparpagliati qua e là su piccole sedie. Tutti elegantissimi, con le ossa lunghissime, vestiti di grigio e blu. Alcuni accavallano le gambe e leggono compiti il giornale. Delicati ed esangui tra immagini disgustose. Morbidi ed elastici nonostante l’età. “Chirurghi in pensione” mi sussurra il Rosso all’orecchio. Pronti ad illustrare i segreti della professione alle giovani leve in visita.
Ed ecco una locandina indica l’ingresso alla mostra “Il vero Sherlock Holmes”. Una accanto all’altra appaiono le foto di Conan Doyle e dell’illustre professore Joseph Bell primo presidente del Reale Collegio. Fronte alta, naso aquilino, mantello sulle spalle e in testa il cappellino da cacciatore, il deerstalker, è la copia sputata di Sherlock Holmes, dell’immagine classica che gli illustratori ne hanno tramandato. In tutto tre piccole sale, ricavate in una grande stanza con parquet e velluti. Una rapida occhiata attorno non rivela presenza di organi maciullati, macerati, incancreniti, tessuti necrotizzati, teste mozzate, testicoli trafitti da proiettili che ci hanno accompagnato fin qui solo libri, foto, disegni, manoscritti. Tiro un sospiro di sollievo.
Avevo temuto che l’oggetto della visita fosse qualche organo compromesso di Conan Doyle ed invece no mi spiega in un sussurro emozionato il Rosso: si parla dei medici che hanno ispirato il personaggio di Sherlock Holmes. Prima di tutto il Joseph Bell della foto. Conan Doyle, medico anche lui, ne era stato l’assistente e il suo compito era quello di registrare i dati dei pazienti prima che Bell li visitasse, ma poi Bell deduceva tutte le informazioni senza rivolgere né a Conan Doyle né al paziente la minima domanda.

Il rosso è emozionato, i suoi occhi sfavillano inquieti, si china su ogni teca legge avidamente. Io lo seguo e leggo che Conan Doyle si è laureato in medicina qui ad Edimburgo. Ha esercitato la professione per poco tempo ed è stato nel suo studio medico poco frequentato che ha cominciato a scrivere le avventure di Sherlock Holmes. Un’intera parete è dedicata alla memorabilia di Joseph Bell e della sua illustre famiglia, quattro generazioni di eminenti chirurghi, ci sono i diari, le foto, il passaporto francese, la lettera che i discendenti della famiglia hanno prestato al museo dove si leggono a caratteri sbiaditi le parole di Conan Doyle “It is most certainly to you that I owe Sherlock Holmes.” “È a lei che sicuramente devo Sherlock Holmes“ . L’abito accademico e l’abito da cerimonia su due eleganti manichini. Studenti dell’epoca ne ricordano le prodezze, raccontano di come prima ancora che il paziente aprisse bocca, Bell fosse in grado di dire tutto sulla persona in questione: i sintomi della malattia, i dettagli della sua vita trascorsa. Di come gli piacesse coinvolgere gli studenti. Chiedeva loro di fare una diagnosi del paziente senza toccarlo. “Usi gli occhi, signore, le orecchie, tutti i suoi sensi, la sua percezione delle cose e la sua facoltà di deduzione.” Non sbagliava mai, ricorda un allievo, lasciava tutti sbalorditi, e quando poi ricostruiva il processo di deduzione ad uso degli studenti era tutto un battersi la palma sulla fronte: ma certo come ho potuto non pensarci prima? Come succedeva anche a noi quando leggevamo da ragazzi le storie di Sherlock Holmes.
Il rosso mi racconta dell’unica volta in cui sembrava che Bell si fosse sbagliato. Dice ad un paziente vedo che lei è stato in guerra. E l’uomo giù a smentire, io in guerra mai stato, e lo stupore che serpeggia tra gli studenti. Ma Joseph Bell non se la prende, è sicuro del fatto suo e quando il paziente è portato in infermeria gli trovano tatuata sul corpo una piccola d, il marchio dei disertori.
Mi guardo attorno quasi mi aspettassi di vederlo scivolare, Bell, tra i signori elegantissimi e squisiti che in silenzio leggono il giornale. La piccola sedia nelle tre stanze di Conan Doyle è vuota con un giornale accuratamente ripiegato sopra.
Altra parete, altre teche: le prime edizioni dei libri di Conan Doyle, le lettere agli amici. Il taccuino con le note cliniche e dentro la prima stesura di un romanzo e un poema dedicato al Royal College of Surgeons. E altri medici che hanno influenzato il personaggio di Sherlock Holmes a modo loro sublimi e bizzarri: Robert Christison tossicologo che ingollava veleni potentissimi e bastonava i cadaveri per dimostrare che i lividi possono venire anche da morti; Henry Littlejohn vero talento della medicina forense, perito legale in casi giudiziari famosissimi; e un tale Bryan Charles Waller patologo, viveva a pensione dai Doyle che affittavano stanze per sbarcare il lunario, ed ebbe una grande influenza su Conan Doyle che divenne medico per seguirne l’esempio. “Bryan Charles Waller il patologo che visse a casa loro. Quando il padre già non c’era più.” Dice il rosso gioviale e rimane immobile a lungo davanti alla sua scheda.
In un angolo sono appesi dei fogli, sembrano disegni, caricature, illustrazioni di libri. Compongono una parete ben diversa dalle altre. Mi avvicino curiosa. Il Rosso mi raggiunge. Sembra risalire da profondissime profondità. “Era il padre di Conan Doyle “ mi sussurra all’orecchio. Mi indica il disegno con il suo viso. Bohemien e malinconico. Inquieto e delicato. “Non era medico?” “Oh no” e il Rosso sorride “alla fine però l’hanno internato in una specie di ospedale psichiatrico.” Veniva da una famiglia di grandi illustratori, caricaturisti, mi spiega, i suoi fratelli hanno fatto fortuna, anche lui era illustratore ma aveva tanti figli e niente soldi, sempre l’assillo del denaro, poco tempo per l’arte. È finita con depressione e alcolismo. Sherlock Holmes deve aver preso da lui la dipendenza dalla cocaina e l’abilità del conversatore. Pare fosse un affascinante conversatore Charles Doyle, quando la depressione glielo consentiva, e affascinanti sono i suoi disegni, dipinti prestati da privati, illustrazioni leggere, incantate. Ci sono le parole di Conan Doyle sul padre: tutto lo affascinava, il tema ricorrente dei suoi dipinti era la meraviglia del mondo naturale. In particolare c’è un disegno con le guglie della cattedrale. Io e il Rosso restiamo incantati a guardarlo. È la prima volta che viene mostrato al pubblico. Si chiama “The Bells of St Giles” (Le campane di St Giles) e mostra delle figure che ascendono in cielo con un moto a spirale. Una leggerezza, una follia alla chagall, le figure volteggiano nel cielo rosa e nero del tramonto lontanissime dalle preparazioni sotto formalina. Non potrebbero essere più diversi il freddo e razionale Joseph Bell e il visionario malinconico Charles Doyle.
Il rosso mi fa segno di avvicinarmi ad una parete defilata. Sta per partire un filmato. È del 1929, l’anno prima della morte di Conan Doyle, mi dice il Rosso ed è l’unica intervista, l’unica registrazione audio con l’autore. Ed ecco che inizia: con un fruscio sullo schermo appare Conan Doyle placido e grassottello, il viso tondo, seduto in un giardino tra gli alberi. Sorride e la sua voce, che sembra emergere dagli albori del tempo, racconta di Sherlock Holmes, di come prima di lui gli investigatori risolvessero un problema grazie al caso e alla fortuna. E questo a lui proprio non lo convinceva. Voleva arrivare a scoprire l’assassino con un ragionamento. Parla della capacità deduttiva di Bell che gli ha aperto gli occhi. Della nascita di Sherlock Holmes. Conan Doyle esita un istante. Sorride questo gentile signore da un video di ottanta anni fa, e dice “ancora oggi dopo tanti anni continuo a ricevere lettere indirizzate a Sherlock Holmes (che si è ritirato dalla professione e si dedica ora all’apicoltura)” La macchina da presa coglie una contrazione leggerissima sulle sue labbra. Difficile capire se si tratta di malinconia, di ironia, di tenerezza dietro il suo perfetto aplomb. Lettere, spiega, in cui gli chiedono l’autografo, altre chiedono consigli, altre offrono il loro aiuto come giardinieri, come governanti, tutti vogliono lavorare per Sherlock Holmes. “Una signora sapendo dei miei studi sullo spiritismo” dice “mi ha scritto che lei sa come segregare l’ape regina e che quindi è spiritualmente predestinata a fare la governante di Sherlock Holmes”.
C’è una piccola pausa. “Cosa voglia dire segregare la regina io non lo so” e ride. Il filmato finisce con un fruscio. Noi restiamo immobili. Vorremmo sentire molto altro dalla voce calma pacata che sembra arrivare da una quiete verde oltre il tempo. O forse ci aspettavamo di vedere Sherlock Holmes emergere tra gli alberi alle sue spalle con la pipa e il berretto. Il video finisce e addosso rimane una strana sensazione quasi l’impressione di essere stati testimoni di un tormento, del cruccio segreto di Conan Doyle. Sherlock Holmes, la sua creatura, lo aveva soppiantato in pieno, relegato nell’ombra, quando aveva deciso di farlo morire il pubblico lo ha costretto a riportarlo in vita. Conan Doyle ha scritto romanzi storici, racconti di fantascienza e studi sullo spiritismo, storie dell’orrore e corrispondenze di guerra ma sembrava saperlo, seduto tra gli alberi, perfettamente placido e controllato un anno prima di morire, che di lui sarebbe rimasto solo Sherlock Holmes il volto che gli spettatori spiano alle sue spalle nascosto tra gli alberi.

Il rosso è immobile. Con un fruscio diverso, leggerissimo uno dei chirurghi in pensione, particolarmente bello con una grande criniera bianca e arti lunghissimi fasciati di impeccabile blu riprende il suo posto sulla sedia e fissa il vuoto. Poi apre il giornale e si immerge nella lettura. Sembra seccato che lo abbiano messo proprio qui con tante belle cose, tanti begli organi in formalina, che c’erano da custodire
Il Rosso si alza e non riuscendo ad evitare con la sua mole di far scricchiolare sotto di lui il pavimento di parquet, gli si avvicina, il vecchio leone alza lentamente lo sguardo dal giornale, il Rosso si complimenta per la bella esposizione e il vecchio sorride compiaciuto Dice che per l’inaugurazione hanno fatto una grandissima festa, bottiglie e bottiglie di champagne e nobili signore, la contessa… Il Rosso chiede se il materiale esposto verrà pubblicato in un catalogo. Il garbatissimo leone sorride, esterrefatto. “Ma queste cose, la storia di Conan Doyle, la può trovare sulle enciclopedie.” Poi vedendo che il rosso rimane lì inebetito, solleva impercettibilmente un suo elasticissimo arto e indica la sala attigua dove è esposto, spiega, materiale interessante: aneurismi dell’aorta dalla collezione di Rutherford Haldane, tessuti di reduci di guerra e molto altro elenca euforico mentre la sua chioma si agita in aria in un dondolio scomposto.
Il rosso si allontana in silenzio, in piedi davanti ad un’ultima bacheca leggiamo che Arthur Conan Doyle registrò tutta la vita eventi persone luoghi nomi e oggetti che più tardi rielaborò come materia prima per i suoi scritti. Non è vero che si dimenticò di Edimburgo.

Fuori in strada ce ne stiamo in silenzio, mesti e nauseati. Il Rosso sembra provato. Tutti quegli organi e i tessuti maciullati nella cui contemplazione si è immerso prima di uscire hanno finito per avere su di lui il loro effetto.
D’un tratto si passa una mano tra i capelli e dice che ha guardato bene ma che non gli è sembrato che lo dicessero da nessuna parte che il tale Bryan Charles Waller, patologo, medico a pigione, è stato a lungo l’amante della madre di Conan Doyle, aveva sei anni più dello scrittore ed era molto più giovane di lei. Molti dicono che Conan Doyle ha sempre voluto dimenticare Edimburgo, il padre alcolista e la madre con l’amante di cui lui aveva seguito le orme mentre il padre era internato. “Qui invece non fanno altro che dire quanto siano stati importanti quegli anni”. Mormora come tra sé.
“Medico però lo è stato ben poco” dico io “gli è servito per scrivere e poi quelle indicazioni di Joseph Bell sembrano un esercizio per la scrittura: cogliere con uno sguardo i mille risvolti di un uomo”
“E tu credi che Bell lo vedesse tutto un uomo?” Chiede il Rosso soprapensiero “Magari vedeva certe cose: il pancreas, le ossa, il cuore. Ma ad esempio credi che avrebbe saputo dire perché una persona sceglie un mestiere e poi si accorge che non lo può fare? Perché magari gli sembra con quel lavoro di aver tradito il padre?”
“Ma queste sono supposizioni, intrichi dell’anima” dico io ridendo “la deduzione è esattamente l’opposto”
Lo guardo di sottecchi cercando di applicare il metodo di Bell. (Davanti ad una teca poco fa mi ha detto che quel lavoro che non ha più era un lavoro un po’ speciale, “come uno Sherlock Holmes per il governo. Capisci. E comunque non ne potevo più.”)
È possibile, rimugino tra me, che la madre del rosso avesse un amante e… ed eccomi precipitata nel terreno delle più bieche illazioni, delle più maligne supposizioni.
Il Rosso mi sta dicendo che quando Conan Doyle ha chiuso il gabinetto medico ha tappezzato le pareti del suo studio di scrittore con i disegni del padre. “Peccato senza catalogo non li vedremo più.” Si stringe nelle spalle con il suo sorriso gioviale. Poi indica un punto lontano e mi dice che alla fiera tedesca ci sono degli stand meravigliosi che vendono patate e salsicce.
Ci incamminiamo. Davanti a noi, all’orizzonte, svettano le guglie della cattedrale. Il cielo nero è screziato di rosa, screziature di luce al tramonto, deduciamo. Ma a guardarlo fisso il cielo mentre il vento soffia sugli occhi si direbbero anche sagome umane, figure che aspettino di tuffarsi nel vento dalle guglie di St Giles, al suono ritmico delle campane, come doveva vederle certe sere, a quest’ora circa, l’occhio visionario, la mente malinconica di Sherlock Holmes.

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