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Una celeste sordità

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Ci sono altezze e altezze, visioni e visioni. Da Castelmola il mare è una fetta di cielo capovolto, lontano, uno specchio appena più curvo laggiù, dove sembra andare storta una vela bianca.

Ci sono altezze e altezze, visioni e visioni. Da Castelmola il mare è una fetta di cielo capovolto, lontano, uno specchio appena più curvo laggiù, dove sembra andare storta una vela bianca.
Una pioggerella farinosa viene a spolverare il taccuino poggiato sul belvedere. Sotto di noi una voragine: la montagna crolla in una serie di dirupi verdemarrone, e una betoniera, insolente, manda per l’aria i suoi fumi tossici. Per le strade nessuno. E’ ora di pranzo. L’odore di carne alla brace colma i vicoli, le strade così strette che da una porta all’altra ci si tocca. Su ogni porta una formella con un motto: battute di spirito, auguri di fortuna, scongiuri contro i mali cristiani.
Se non fosse per la betoniera e l’odore della carne, sembrerebbe un paese morto. Colpa del freddo, dell’ora, della consuetudine di chiudere fuori dalla porta ogni distrazione dalla tavola. Soprattutto quelle che vengono da Taormina, quelle facce straniere che lì sono d’obbligo e qui solo contorno, perché qui non ci sono celebrità, fasti, hotel megagalattici, e neppure botteghe di furbesco richiamo. Qui le strade sono tutto un aggrovigliarsi di pietre intorno a case anonime; unico spettacolo è il panorama. E il senso di precarietà, la vertigine di trovarsi aggrappati a un puntale di roccia che ha l’apparenza di un granito e la sostanza di una signorina dai fianchi troppo lisci lungo i quali si potrebbe d’un tratto scivolare. Precipitando. Un po’ quello che accadde a Sebastiana, la protagonista di un racconto di Vitaliano Brancati, una ragazza “silenziosissima, facile al rossore, alle palpitazioni, vergognosa sempre di non si sa che, (…) incomparabilmente bella”. Una figlia che aveva solo un vizio: quello di volersene stare in santa pace: “Lasciatemi stare! A chi faccio ombra?” diceva alle sorelle che la incitavano a uscire, a farsi vedere; testarda come la pietra di cui erano fatte le strade, si rintanava in casa. Erano tempi negri quelli che intanto si preparavano. Ma lei se ne sottrasse: “(…) beata di star ferma, rapita dall’essere dimenticata e trascurata, Sebastiana visse fino al nove settembre del 1939, giorno in cui prese un febbrone al mattino e al tramonto morì”. Amen. E pace. Nel senso che, salutandola, tutti le augurarono sonno profondo e imperitura quiete, come si fa generalmente con chi s’è congedato da questi affanni terreni per proiettarsi in una celeste eternità. Per Sebastiana, però, a partire da quel momento, cominciarono i guai. O meglio, quelli che, se fosse stata viva, sarebbero stati davvero guai. E questo perché – forse non lo sapete – il cimitero di Castelmola “sta quasi in bilico su una sporgenza della montagna e le tombe han l’aria di far mille sforzi per non precipitare nel vuoto”. Accadde così che, in una giornata di vento, il cimitero franò, e Sebastiana “precipitando per il pendìo, prima dentro la cassa di noce, poi tutta sola, con l’abito bianco mangiato dal buio e dall’umido, andò a finire nel mezzo della piazza di Taormina” dove – dopo aver atterrito un vecchio genovese – venne nuovamente tumulata. Senza trovare pace, in verità, perché “amanti, sposini, soldati, ufficiali, dame della Croce rossa sfilarono accanto a lei, nelle ore della notte, parlando, baciandosi, canticchiando”. Intanto arrivò l’anno ’43, quello in cui i tedeschi si ritirarono dalla Sicilia. Un colpo di cannone svelse la bara dalla fossa e la trascinò giù, sulla spiaggia di Giardini, dove un ufficiale bavarese “per tre quarti pazzo e per un quarto sfinito dalla fatica di nascondere a tutti di essere pazzo” la scambiò per la sua fidanzata, morta sotto un bombardamento in Germania. Così, per non separarsene, la infilò in una cassa di munizioni, la coprì con un drappo nero e la caricò sulla carretta di un cannone. Il corpo cominciò a viaggiare; in mezzo a un fracasso infernale attraversò lo Stretto che “brulicava di rottami, di morti mezzi divorati e ogni tanto sfolgorava come il pavimento di un salone accogliendo nel suo seno un aeroplano svampante come una torcia”. Giunto a terra, il tedesco, completamente impazzito, scaraventò la cassa su una nave in partenza per Trieste. Che risalì l’Adriatico fino a quando, all’altezza di Bari, non venne incendiata, frantumata, affondata, “e la cassa con Sebastiana, spinta da un naufrago che vi si reggeva come a un salvagente, approdò nel porto dove fu caricata su un autotreno e trasportata (…) verso il cuore della Germania”. Arrivò in un campo di concentramento polacco dove naturalmente scoppiò una battaglia. Il campo passò dai tedeschi ai russi, dai russi ai tedeschi e da questi di nuovo ai russi:
“Lasciatemi stare, a chi è che faccio ombra?” implorava rivolta alle sorelle.
“A cu fazzu ummra?”.
E’ una frase che ci sorprende, che ci riporta ad altri tempi, quando certi vecchi – stizziti, disgustati dalle solite lotte per aggiudicazione di robe da parte dei figli – la pronunciavano col pianto nella voce, sbattendosi una porta alle spalle e maledicendo la mala vicchiània che li metteva in balia degli altri. Una frase modesta, con la quale ci si schermisce affermandosi di non voler avere nulla a che fare con gente cui potrebbe dare fastidio persino la nostra ombra, ma che contiene, invece, in trasparenza e superbissimo, l’invito a che siano gli altri a non disturbare, neppure col fiato inconsistente della loro ombra.
E, leggendo di Sebastiana e del suo infernale viaggio post mortem, ripensiamo a Brancati, al suo bisogno, chissà, di trovare tra tanto frastuono un minimo di pace: è il 1946, anno in cui esce la raccolta Il vecchio con gli stivali di cui Sebastiana fa parte, e Brancati si trasferisce a Roma. E’ la capitale che lo frastorna? Il dopoguerra – con le sue chiacchiere e i suoi festini, la sua voglia di ebbrezza e dimenticanza – che gli fa rimpiangere Castelmola e i suoi silenzi? O un luogo è uguale a ogni altro, l’intento di conservarsi immune da chiacchiere e pettegolezzi vale in un eremo come in una piazza? Brancati non lo dice. Solo, nel finale: “(…) sibili e scoppi perseguitavano ancora la povera morta, come se il mondo feroce, a cui Sebastiana era sfuggita da viva nascondendosi nella casetta di Castelmola, avutone tra le zampe il cadavere, non si stancasse mai di rotolarlo, di sbatterlo, d’intronarlo, cercando di sfogare il suo urlo rabbioso in quell’orecchio reso sereno per sempre da una celeste sordità”.
E chissà che non fosse questo l’augurio dello scrittore per sé: una “celeste sordità” per passare indenne tra il chiasso cui non ci si può sottrarre e che, con varia ferocia, rotola, sbatte e introna chi vorrebbe pascersi soltanto di parole scritte.

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