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Mudilla & le altre. Esperienze di un giardino ai tropici

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La cornice è quella di un progetto di gioventù, un sogno realizzato. Ogni generazione ne ha uno ricorrente…

La cornice è quella di un progetto di gioventù, un sogno realizzato. Ogni generazione ne ha uno ricorrente…
– Scappiamo da questo posto di merda e andiamo ad aprire un bar in Costarica, su una spiaggia!
– Questa vita piatta non fa per me: me ne vado in Brasile… In Finlandia… A Cuba!
Noi eravamo andati in Sri-Lanka.

La piccola baia davanti al mare é sulla costa sud-occidentale dell’isola, in una zona che i locali chiamano Polhena (in singalese Pol cocco, hena posto: il posto dei cocchi). Sono circa 4000 mq. di terra di fronte al mare. Non che fosse davvero un giardino; scavando anche solo di venti centimetri si trovava una fanghiglia grigia e maleodorante, residuo della spiaggia corallina che c’era prima. Così com’era il posto non era adatto a nessuna coltura. Allora ci abbiamo fatto scaricare decine di trattori di terra e si è creato uno strato dove almeno si può sperare di far crescere delle piante. Poi é venuto lo Tsunami, che ha distrutto la casa e si è portata via tutta la terra; quella che è restata rimarrà salata per un bel po’. Così sono ricominciati i viaggi dei trattori; abbiamo risistemato tutto e ripreso a piantare…

Mudilla
La mia storia con Mudilla è cominciata vari anni fa, quando l’ho trovata davanti al Sayuri, un alberghetto di quattro stanze sul mare, ad un estremo della spiaggia di Polhena.
Allora era già grande e ancora non conoscevo il suo nome; ora è un albero maestoso e copre completamente l’albergo, se lo si guarda dal mare.
Di notte apre dei grandi fiori bianchi e profumati, di una forma che a qualcuno ricorda un piumino di cipria, ad altri uno scovolino da cesso (questo li rende anche un buon test di personalità).
La mattina i fiori della notte sono tutti caduti e li si ritrova sotto l’albero, ancora un po’ profumati, ma appiattiti, spiaccicati a terra, senza la grazia vaporosa che hanno quando sono su.
Questa è la mudilla, com’è chiamata lì (mudeh, in singalese, è il mare: splendore del mare): per altri più pignoli è una Barringtonia speciosa. Le varie parti della pianta, i grossi semi soprattutto, sono tossici (fish poison tree) e i locali ne usano il succo per stordire i pesci che rimangono intrappolati nelle pozze d’acqua.
Con tali caratteristiche si capisce perché mi aveva attratto, questo grande albero con le foglie lucide, un po’ simili alla nostra magnolia, ma più grandi e fitte. La mudilla è una pianta di frontiera, di quelle che colonizzano le coste nella zona di passaggio tra la sabbia e la terra. Prospera ai Tropici e sembra giovarsi della salinità del terreno e del vento. I semi, più grossi di un pugno, galleggiano e sono trasportati dal mare anche a distanze considerevoli, in grado di germogliare dove toccano terra; fanno così anche le noci di cocco e infatti l’areale delle due piante coincide.
La mattina che Jinà, un nostro amico del posto e Gherard, il vecchio signore tedesco che vive lì da anni, sono passati a prendermi con il programma di andare a cercare piantine giovani di mudilla, non mi sono fatto pregare. Jina era interessato all’effetto di consolidamento che le radici hanno sulla sabbia, per la sua guest-house sulla spiaggia; dice che le radici vanno a cercare l’acqua del mare e le foglie non soffrono per il vento e la salsedine; Gherard è sempre alla ricerca di piante che resistano nel suo giardino battuto dai venti…
Così siamo partiti noi tre, con il fuoristrada di Gherard, armati di forconi e di un palo di ferro, per la strada verso Tangalle, poco fuori Matara. Jinà, il nostro ‘pratico locale’, che ha l’occhio lungo, ne aveva visto una quantità, venute su dai semi caduti dalle piante più grandi.
Siamo tornati qualche ora dopo, sudati e con le gambe piene di pizzichi, ma con il piano di carico della jeep pieno di piantine.
Ne ho messe diverse, sul fronte del mare, appena all’interno del muro. Con le loro foglie larghe e lucide e il loro profumo saranno la consolazione delle nostre serate, quando andremo in pensione…

Barringtonia speciosa (Fam. Lecythidaceae): foglie e fiori

L’albero delle patonze
Quando molti anni fa andai per la prima volta in Sri-Lanka, ci fermammo per un thè e la pipì in un resort dell’interno, dalle parti di Ella.
Interessato da sempre alla botanica, mi misi a curiosare in giro e la mia attenzione fu attratta da una pianta rampicante dagli strani fiori penduli, gialli e rossi… Ma quanto era strana..!
Mi avvicinai per guardare meglio e la prima impressione fu confermata: la forma del fiore era identica all’organo sessuale femminile; preciso identico: non mancava niente…
– Però..! – pensai – ..Mi piace questo paese… dove la fica cresce sugli alberi! –
Il tipo del resort mi vide così entusiasta che me ne scovò una piantina messa a radicare in una busta argentata del latte in polvere; come succede sempre in questi casi, lui pensò di avermi fregato sul prezzo, io di aver fregato lui. Quella piantina messa a radicare in una busta argentata del latte in polvere ce la portammo religiosamente dietro per tutto il viaggio; la mettevamo fuori, riparata sotto le ruote, tutte le volte che la macchina restava al sole.
“L’albero delle patonze” – così fu ribattezzato – riuscì quella volta ad arrivare sano e salvo in Italia, in un giardino dei colli intorno a Roma, per morire di freddo (…o di nostalgia, forse) l’inverno successivo.

Forse non fu una decisione cosciente, l’idea rimase a lungo silente tra le pieghe della memoria; ma fu in Sri-Lanka che andammo poi, quando nacque l’idea di cercare un posto al sole dove trasferirsi …
Fu solo alcuni anni dopo, in giro per l’India, che la ritrovai, quella pianta, in un posto dove era molto diffusa: il fiore tipico locale. La città era Mysore e la pianta è una Thunbergia mysorensis (di Mysore appunto!)
Ma allora..? Era stato tutto un equivoco!? Sta a vedere che ci eravamo ritrovati in Sri-Lanka per errore, io e tutto il gruppo che mi ero portato appresso, mentre era a Mysore, in India, che dovevamo trasferirci!

Thunbergia mysorensis (Fam. Acanthaceae)

Il piccolo Buddha
“L’Albero Bo [Inglese: Bo tree; indiano: Pipal; botanico: Ficus religiosa] è un grande albero, molto longevo, oggetto di culto in tutta l’Asia di tradizione buddhista e induista; alla sua ombra, si tramanda, meditava il principe Siddharta quando ricevette l’illuminazione che lo trasformò nel ‘Buddha’.
Camminando per le strade, in India, ma anche qui, in Sri-Lanka, sotto ogni albero bo si trova una cappelletta votiva. Contiene la statuina del Buddha, davanti alla quale vengono deposte offerte di fiori profumati e piccole lampade votive.
Ha belle foglie, l’albero Bo, lucide, larghe e lanceolate dal cui profilo, si dice, sia stata ripresa la forma panciuta dei templi (dagoba).

Un piccolo albero Bo è inaspettatamente spuntato a casa, tra le radici di un’alta pianta di cocco, al bordo del giardino. Una sede quanto mai improbabile, perché le radici del cocco hanno una prepotenza compatta, escludente, eppure…
In Oriente si imparano a rispettare i segni, le coincidenze …come se ci fosse un disegno da capire; o un quadro di cui entrare a far parte al posto giusto, in punta i piedi.

Al negozietto del vicolo dei commercianti chiedi ‘budu pilimayak tienewa deh?’ (‘avete una statuina di Buddha?’) – e già questo basta a scatenare una ridda di curiosità e supposizioni tra la gente del posto.
Poi una mezza giornata di lavoro per costruire, sotto il piccolo albero bo, un parallelepipedo di mattoni alto meno di un metro, sormontato da una nicchietta ad arco dentro cui riporre, al riparo dal vento, la statuina bianca di Buddha.
Infine impari a preparare le ciotoline (methi pahan) con l’olio, che vanno corredate di uno stoppino e riempite di olio di cocco (pol-tel); ma anche altri tipi di olio vanno bene, come l’olio di sesamo (thala-tel) o il ghee (elanghi-tel), un liquido grasso e giallastro derivato dal latte.
L’olio che si usa è importante…

Seduti al portico di casa, dove si sta sempre a leggere o a chiacchierare, l’altarino con il piccolo Buddha è proprio di fronte. Al calar della sera, dopo il rapido tramonto dei tropici, il guardiano riempie la piccola ciotola di olio e l’accende. Anche la moglie, una signora anziana con i denti in disordine, refrattaria a qualunque tentativo di socializzazione, ti sorride, una volta che stai compiendo il piccolo rito in sostituzione del guardiano. Giunge le mani, fa ondeggiare il capo alla maniera degli indiani, e sorride.
Le volte che di notte va via la corrente (spesso), la luce tremolante della ciotola è l’unica dei dintorni. Anche la gente che passa al di là del muro, dalla parte del mare, si ferma e fa un cenno di devozione.

Ti hanno spiegato perché è importante l’olio che si usa …È che i corvi preferiscono l’elanghi-tel
Funziona così. Quando hai un brutto pensiero, un’angoscia, anche solo una tristezza ricorrente, metti l’olio nella ciotola, sull’altarino di Buddha. Se un corvo ruba lo stoppino imbevuto di olio, è un ottimo auspicio – dicono. Significa che il tuo desiderio di liberarti dai cattivi pensieri verrà esaudito.
Per un po’ rimani a rifletterci sopra: forse i tuoi pensieri sono così brutti che neanche i corvi li vogliono, e trovi il modo di non dare importanza alla cosa : – …Figuriamoci… queste stupide credenze locali…
Quando però succede, quando davvero arriva, un corvo, e si porta via a volo, tutto: – lo stoppino, l’olio e anche la ciotolina… – ti senti stranamente sollevato, come se qualcosa di buono, in fondo, ti fosse proprio accaduto.

Foglie dell’albero Bo (Ficus religiosa; Fam. Moracee)

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