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Idiota fino all’ultimo respiro

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“Dopotutto sono un idiota. E comunque… va fatto!” È con questa battuta che si apre il film Fino all’ultimo respiro, di Godard, 1960.

“Dopotutto sono un idiota. E comunque… va fatto!” È con questa battuta che si apre il film Fino all’ultimo respiro, di Godard, 1960. Confesso che ho il poster in camera. Confesso che la prima volta che l’ho visto, il film, sono rimasta stupita per la bellezza dei dialoghi e delle inquadrature. Ogni volta che lo riguardo mi pare modernissimo. Sono riuscita a trovarlo in dvd nell’unico negozio a Roma che conosco che affitta e vende credo tutti i film d’autore, Hollywood, in pieno centro, dietro piazza Farnese. Un posto piccolissimo, gestito da un uomo che sa davvero tutto di cinema. Quando gli ho chiesto se aveva Fino all’ultimo respiro, abbiamo iniziato a parlare sul fatto che non si riesce a trovare nei film più vicini a noi la stessa intensità di inquadrature e dialoghi e ironia. Forse Ferro 3 si avvicina per qualche verso, ma lì c’è la totale assenza di dialoghi e una intensa tristezza orientale che è un’altra cosa. Ma il senso di essere di fronte a qualcosa di vero c’è. Ed è la cosa più difficile da ottenere attraverso ogni tentativo di fare arte, ogni artificio. Non starò a fare una dissertazione sulla Nouvelle Vague francese e sul fatto che preferisco Godard a Truffaut (il quale ha comunque sceneggiato Fino all’ultimo respiro). C’è una abbondante letteratura e aneddotistica a riguardo. Non parlerò della bellezza di Jean Paul Belmondo e delle sue smorfie e sexissima mimica da pugile e della luminosità del viso, degli occhi e della postura di Jean Seberg. Trascrivo semplicemente una parte del dialogo che avviene in un interno, una scena fin troppo lunga per i canoni classici del cinema, ma che rimane di rara intensità e freschezza. E che rende il senso dell’innamoramento: “Dopotutto sono un idiota. E comunque… va fatto!”.

-Rispondi, che cos’hai?
-Lasciami tranquilla, rifletto.
-Su cosa?
-Il dramma è che non lo so.
-Io lo so.
-No, non lo sa nessuno.
-Tu pensi a ieri sera. Ma sì!
-Ieri sera ero furiosa. Ma adesso non lo so, non importa. Non penso a niente. Vorrei pensare a qualcosa ma non ci riesco.
-Va bene, io sono molto stanco e mi rimetto a dormire. Perché mi guardi?
-Perché ti guardo.
-Dovevi restare con me ieri.
-Non potevo.
-Sì invece. Dovevi solo dirgli che non potevi vederlo.
-Mi farà scrivere degli articoli, è molto importante per me, Michel.
-No, è più importante venire a Roma con me.
-Forse, non lo so.
-Hai dormito con lui?
-No.
-Scommetto di sì.
-No, lui è molto gentile. Ha detto che un giorno andremo a letto insieme, ma non ora.
-Che ne sa, non mi conosce.
-Non io e te! Io e lui! Siamo andati a Montparnasse a bere qualcosa.
-Anch’io ero lì, a che ora?
-Non lo so, non siamo rimasti molto.
-Perché sei venuto qui, Michel?
-Perché avevo voglia di dormire con te.
-Non mi sembra una buona ragione.
-Evidentemente significa che ti amo.
-Ma io non so ancora se ti amo.
-E quando lo saprai?
-Presto.
-Che vuol dire presto? Tra un mese, tra un anno?
-Presto vuol dire presto.
-Le donne non vogliono fare in otto secondi quello che farebbero volentieri otto giorni dopo. Ma è la stessa cosa! Allora perché non otto secoli?
-No, otto giorni vanno bene.
-No, siete sempre per le mezze misure, mi butta giù di morale. Perché non vuoi dormire con me?
-Perché voglio scoprire… C’è qualcosa di te che mi piace ma non so cosa. Vorrei che fossimo Romeo e Giulietta.
-Che idee infantili!
-Vedi? Ieri mi hai detto che non potevi stare senza di me. E invece puoi benissimo. Romeo non poteva stare senza Giulietta.
-No, io non posso stare senza di te.
-Che idee infantili!
-Sorridimi… Allora conto fino a otto. Se non mi avrai ancora sorriso, ti strangolo! Due… tre… quattro, cinque, sei, sette… sette e mezzo… sette e tre quarti… Sei così vigliacca che scommetto sorriderai.
(lei sorride)
-Non ho più voglia di giocare oggi.
(lui le alza la gonna, lei gli dà uno schiaffo)
-Sei una vigliacca, che peccato.
-Perché mi dici questo?
-Non lo so, perché mi dai ai nervi.
-Anche tu.
-No, io non sono un vigliacco.
-Come fai a dire che ho paura?
-Dici che va tutto bene e non riesci neanche ad accendere una sigaretta. Significa che hai paura di qualcosa. Non so di cosa, ma hai paura.
-Prendine una.
-Non fumo Chesterfield. Dammi il cappotto, prendo le mie.
-Qui?
-Dammelo.

(Lui si accende la sigaretta)

-Vedi? Io non ho paura.
-Io non ho detto questo.
-Certo che sì.
-No.
-Avresti voluto dirlo e ora sei seccata… perché è troppo tardi.
-Ora non ti parlo più.
-Pensi mai alla morte? Io continuamente.
-Michel?
-Che c’è?
-Dimmi una cosa carina.
-Cosa?
-Non lo so.
-E nemmeno io.
-Mi piace il tuo posacenere.
-Viene dalla Svizzera. Mio nonno avava una Rolls Royce, che bella macchina! In 15 anni non l’hanno mai portata dal meccanico.
-Hai visto il mio nuovo poster?
-Patrizia, vieni qui.
-No.
-Ma sì, per Dio!
-Qui non sta bene, dove posso metterlo?
-Perché mi hai dato uno schiaffo quando ti ho guardato le gambe?
-Non erano solo le gambe.
-È la stessa cosa.
-I francesi dicono sempre che è lo stesso quando non lo è per niente.
-Ho trovato una cosa carina da dire.
-Cosa?
-Voglio andare a letto con te perché sei bella.
-No, non sono bella.
-Allora perché sei brutta.
-È la stessa cosa.
-Sì, bella mia, è la stessa cosa.
-Sei un bugiardo.
-È stupido dire bugie. È come al poker… meglio dire la verità. Gli altri pensano che stai bluffando e così vinci. Che c’è?
-Ti guardo finché non mi guardi più.
-Anch’io.
(si baciano)

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