Condividi su facebook
Condividi su twitter

Luoghi non comuni

di

Data

La luce del pomeriggio, radente, tinge di giallo i palazzi che fronteggiano il mare. E il mare è una distesa piatta, appena percorsa da venuzze viola. Siracusa si allunga placida nell’acqua, una signora che aggiunge al fascino dell’età la grazia di una giovinezza mai perduta.

La luce del pomeriggio, radente, tinge di giallo i palazzi che fronteggiano il mare. E il mare è una distesa piatta, appena percorsa da venuzze viola. Siracusa si allunga placida nell’acqua, una signora che aggiunge al fascino dell’età la grazia di una giovinezza mai perduta.
Percorriamo lentamente il ponte Umberto, ci inoltriamo per le stradette di Ortigia verso la Marina. E ritroviamo l’odore, quello. Che sa di umido e di muffe, di salmastro, di piante cresciute nei vasi all’ombra, di ragù che bolle e ribolle già alle nove del mattino per gli arancini che più tardi i turisti mangeranno nelle rosticcerie. E anche odore di sapone, che ristagna nelle chiazze sotto i panni stesi tra muro e muro. O l’odore del mosto, che viene da un basso adibito a cantina in cui s’allineano le botti di nero e di zibibbo, di moscato, che ha un profumo tutto suo, riconoscibile tra le fragranze delle altre uve che fermentano nel buio. O di carrube. Ma più vago questo, appena un sentore, ché oggi le carrube non le conserva più nessuno.
“E mi pare giusto” dice l’amico che ci accompagna. “Oggi coi muli e coi cavalli chi volete che ci abbia a che fare? Forse qualche proprietario di carrozzella. Ma sono rari, ormai, quelli che hanno le carrozzelle a Siracusa”.
“E perché?”.
Ci guarda e si mette a ridere:
“Come perché? Ma perché è attività che non frutta, che non fa incassare un centesimo”.
“Ah!” mormoriamo. E poi: “A Roma, invece, sì che ci sono le carrozzelle. Portano in giro i turisti e il biglietto costa un occhio”.
Sospira: “Eh, Roma è Roma, la capitale del mondo!” poi subito divaga “Qui, in Sicilia, gli affari si fanno con la mafia”.
Scuotiamo decisamente la testa: “Non è di mafiosi che vogliamo parlare”.
“E chi l’ha detto che bisogna parlare di mafiosi? Qui è la parola mafia che ci interessa, solo la parola. Perché è questa parolina che, come la metti metti, come la giri giri, ti fa cascare la moneta in tasca”.
E siccome non lo seguiamo, ecco che si premura a precisare: “Scrivi un libro sulla Sicilia? Naturalmente ci infili la mafia. E sennò che l’hai scritto a fare? Quando mai lo vendi? Fai un film in Sicilia e non ci metti un Padrino?” strizza l’occhio. Continua: “Fai un quadro? Pìttaci lupare, coppole e fichidindia, e ne piazzi quanti ne vuoi. La mafia è un affare, signori miei, l’affare migliore da che Sicilia è Sicilia”.
Ride, e intanto cammina. E le strade di Ortigia profumano di mosto e di sapone. Ci ricordano gli anni del liceo, quando arrivavamo troppo presto e aspettavamo sul lungomare che si facessero le otto e venti. Lì, affacciati alla balaustra, il mare si sfasciava e ricomponeva in onde come cavalli, e l’inverno sapeva di alghe fresche, di sale, di quel sentore di pesce vivo che ti resta nelle mani quando nuoti tra gli scogli, o che hai sulle labbra dopo aver succhiato una patella, la lingua corallina d’un riccio.

Sbuchiamo in piazza Duomo: “Quando Tornatore venne a girare Malena in questa piazza” dice “la prima cosa che domandò fu quella di far sparire i fili della luce. E li levarono, i fili della luce, li levarono subito, perché l’aveva domandato Tornatore, sennò avevano voglia di stare lì per l’eternità”.
“E che c’entra Tornatore con quello che stavamo dicendo?”.
“C’entra, c’entra”.
“Tornatore è un mafioso?” mormoriamo increduli.
“Cristo santo, ma la capitale che fa, vi rimbambisce?” ci guarda e pare che le rughe di cui ha tagliato il viso si facciano più profonde. S’arrabbia. Se non fosse che ci conosce da quando eravamo piccoli, e ha per noi una tenerezza, un affetto da padre, ci avrebbe già spedito al diavolo con una carrettata di male parole. Invece si trattiene, riesce pure a sorridere e, pazientemente, molto pazientemente, con uno sforzo che gli tende i muscoli del collo:
“Volevo dire che qui per fare una qualunque cosa ci deve essere un secondo fine”.
Lo provochiamo: “E il secondo fine di Tornatore qual era?”.
“Il secondo fine dei siracusani qual era!” sbotta.
“Qual era?”.
“Quello che il film fosse girato in questa piazza, no?”.
“E che c’è di male?”.
“Niente c’è di male. Appunto. Solo che fino a che Tornatore non ha detto: Levate quei fili che sono una porcata! i fili là erano e là sarebbero restati”.
“Con gran disturbo degli occhi”.
“Sissignore. Con gran disturbo degli occhi”.
“E la mafia?”.
Ride. Sta al gioco: “Non è un disturbo per gli occhi?” e prima che possa sentirsi frainteso: “Qui tutti mafiosi siamo!” e ci passa la mano sopra la spalla. Avvicina la sua bocca al nostro orecchio: “E la cosa più pericolosa sapete qual è?”.
“Qual è?” domandiamo con lo stesso tono da cospiratori.
“Che tutti lo sanno e tutti fanno finta di niente”.
“Che siamo tutti mafiosi?”
“Sissignore”.
“Pure gli scrittori?”.
“E certo. Non era forse un mafioso, Sciascia? E Pirandello, con tutte quelle storie di essere uno e nessuno e pure centomila e così confondere la polizia che, mischinazza, ne deve fare di salti e balletti per sapere qual è la vera faccia di Salvatore Comesichiama”.
“Pure i netturbini?”.
“Pure”.
“E i maestri di scuola?”.
“E certo?”.
“E i professori, gli avvocati, i medici, i notai, gli operai, i panettieri, i tabaccai, i parrucchieri…”.
“Eh, i parrucchieri poi! Quelli hanno certe orecchie…”.
“E gli amministratori?”.
“Ah, io non l’ho detto!”.
Camminiamo.

Vicino alla Fonte Aretusa gran traffico di motorini. Ragazze con la pancia scoperta e ragazzi in jeans griffati si scambiano battute, gli sms volano da una comitiva all’altra insieme al nome di un pub o di una pizzeria. I turisti si mescolano ai residenti, si fotografano con lo sfondo del mare.
Guardando la fonte, ci torna in mente il mito, la leggenda che vuole Aretusa ninfa bellissima ma poco incline a concedere la propria bellezza all’altrui voluttà. Un giorno, mentre accaldata cerca refrigerio – nuda – nell’acqua fresca di una fonte, si accorge di lei Alfeo. E s’innamora. E naturalmente vorrebbe farla sua. Ma lei è tanto ritrosa quanto magnifica. Così scappa. Lui la incalza. Ma lei invoca Artemide e Artemide la soccorre, la avvolge in una nube e… la cambia in acqua:
“Un sudore freddo mi invade le membra…, stille cerulee cadono da tutto il mio corpo; per dove volgo i miei passi, la terra emana acqua; dai capelli mi scendono gocce di rugiada e, più in breve di quanto ti narri l’evento, mi cangio in sorgiva” (così Ovidio nelle Metamorfosi).
E continua a correre, scivola per sotterranei che le spalancano fratte e precipizi, imbocca cunicoli che girano intorno a radici d’albero o fondamenta di città prima di riprendere la via diritta che dalla Grecia la porterà a Ortigia. Ma Alfeo non si rassegna, anche lui si cambia in acqua e col fiato grosso cerca di raggiungerla, di costringerla al suo amore. Ma si può costringere all’amore? Si può pretendere che un altro ci si consegni per sfinimento?
Il nostro amico sembra seguire i nostri pensieri, maliziosamente sorride, indica un punto poco oltre il muraglione che divide la fonte Aretusa dal mare:
“Quello è l’Occhio della Zillica” dice “una sorgente d’acqua dolce in mezzo al salato. Dicono che sia Alfeo. E quando c’è burrasca si scatena. Cerca di saltare il muro, di buttarsi dentro; urla come un pazzo” ride “dicono… Altri invece dicono che non è così, che nella Zillica si sono fatti una cosa sola”.
“Come i mafiosi?”.
“Ma quando mai! Ché i mafiosi ci tengono a non mischiare acqua co’ acqua”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'