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Viva i mascalzoni!

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Ok, è una mostra didascalica quella di “Viva la pittura!” al Vittoriano di Roma (allestita fino al 4 febbraio, catalogo Skira) che mette a confronto due grandi figure del Novecento

Ok, è una mostra didascalica quella di “Viva la pittura!” al Vittoriano di Roma (allestita fino al 4 febbraio, catalogo Skira) che mette a confronto due grandi figure del Novecento: Henri Matisse e Pierre Bonnard.
Non ero tanto attratta da una mostra che ha fatto il pienone di presenze, presa letteralmente d’assalto da turisti, e che si è guadagnata articoli a tutto spiano sulla bellezza commerciale delle grandi mostre romane. Una cosa però m’incuriosiva. Era una poesia di Carver, “I nudi di Bonnard”:

Sua moglie. Per quarant’anni l’ha ritratta.
Un quadro dopo l’altro. Il nudo dell’ultimo quadro
era lo stesso corpo giovanile del primo. Sua moglie.

Come la ricordava da giovane. Com’era quando era giovane.
Sua moglie che si fa il bagno. Alla toeletta
davanti allo specchio. Spogliata.

Sua moglie con le mani sotto i seni
che guarda fuori in giardino.
Il sole le dona tepore e calore.

Lì ogni cosa viva è in boccio.
Lei, giovane e tremula e desiderabilissima.
Quando lei morì, lui dipinse ancora per un po’.

Qualche paesaggio. Poi morì anche lui.
E fu messo a riposare accanto a lei.
Alla sua giovane moglie.

E va bene. Non è la poesia migliore di Carver ma mi incuriosiva il fatto che Carver fosse stato attratto da questa maniacale ossessione di Bonnard. Un’ossessione amorosa. Scusabile, dunque. E che ha avuto l’effetto di conservare giovane e vibrante l’immagine dell’amata.
Bonnard ha ritratto la moglie Marthe in ben 384 quadri, dei quali 147 nudi. È un po’ il sogno femminile, essere musa adorata ed esclusiva di un artista.
Nella mostra, che indaga la relazione artistica e d’amicizia tra Matisse e Bonnard, espressa principalmente attraverso un lunghissimo carteggio durato per oltre vent’anni e iniziato con una cartolina inviata da Matisse all’amico Pierre, nella quale scrive proprio “Viva la pittura!”, le opere dei due pittori sono messe a confronto in svariate sezioni, che comprendono il rapporto con la natura, le scene cittadine, la visione attraverso le finestre, la mondanità, il nudo appunto.
Le moltissime opere si snodano in modo didattico e suscitano nello spettatore un istintivo confronto. La fama di Matisse rispetto a Bonnard è decisamente più ampia e dunque si giunge alla mostra con una presa di posizione inconscia a favore del meno conosciuto, Bonnard.
Man mano però che si percorrono i quadri con lo sguardo, c’è qualcosa di Matisse che prende il sopravvento. È la linea, la forma, la nettezza e quasi la violenza del colore. Si fa un gioco: riconoscere a primo sguardo di chi è questo o quel quadro prima di leggerne il titolo. E si indovina sempre. Provateci, a colpo sicuro vedete chi è Matisse e chi Bonnard. Buona cosa questa, segno di personalità di ognuno dei due, certo. Ma piano piano, l’occhio inizierà a riconoscere Bonnard per scartarlo. E lo scarta perché l’osservazione dei suoi quadri richiede un atto di volontà, non è spontanea come per Matisse. I quadri di Matisse sorridono e corrono leggiadri vociando alti come bambini sudati e mascalzoni. I quadri di Bonnard sono piccoli adulti seri, che dicono qualcosa, anche importante, anche giusto, ma lo dicono sempre con lo stesso tono di voce. Dopo un po’ viene a noia starli a sentire. Matisse è sonoro, insomma, acuto. Sorprende nei progressivi cambiamenti di registro e di tecnica, la sua è una ricerca in mutamento. Quella di Bonnard è una sorta di estasi razionale. Raffinata, sobria, silenziosa, tenue. Come invecchiata, però. È strano, ma è proprio Bonnard che invece ha influenzato artisti successivi come Rothko e Newmann, che da lui hanno ripreso lo studio del colore come materia rarefatta ed espressiva. Ma si tratta di un espressionismo triste in effetti quello della modernità, cervellotico, poco sensuale, lo sappiamo bene.
Tornando ai nudi, poi, l’accesso vitale di Matisse su Bonnard è davvero palese. Dopo un po’ questa sua Marthe non la vogliamo più vedere. Abbiamo capito che lui la ama talmente tanto da cercare in lei ogni minimo gesto che la sveli senza mai renderci il viso. Ma Marthe non siamo noi. Noi donne ci identifichiamo nello sguardo sfacciato di Matisse. Perché Matisse ci immortala in desiderio. E cambiando modelle, ci permette l’ideale possibilità di essere una di loro. Diventiamo odalische, bagnanti, danzatrici, donne in reggicalze, cambiamo sguardo, lo accendiamo e lo fissiamo oltre le tele. E, alla fine, emettiamo gemiti di libertà.

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