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Hollywood zero ’07: mai dire Maya

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Se non altro è servito per far sapere al mondo che i Maya esistono ancora. E sono anche vagamente permalosi. Si possono incontrare in una versione più o meno moderna...

Se non altro è servito per far sapere al mondo che i Maya esistono ancora. E sono anche vagamente permalosi. Si possono incontrare in una versione più o meno moderna e inseriti nella società occidentale quel tanto che basta per protestare contro un film. Più precisamente, un film che riguarda il declino storico dei loro antenati. Apocalypto è l’ultimo kolossal appena sfornato da Hollywood – uscito lo scorso week-end nelle sale italiane – che ha l’ambizioso progetto di mostrare momenti di vita di questa antica civiltà precolombiana, riuscendo incredibilmente a scontentare un po’ tutti. Ancor prima che si avesse ben chiara la trama, l’enorme macchina pubblicitaria si era già messa in moto, presentando questa pellicola come una tra le più sanguinolente del secolo. Ci vuole un piccolo esercizio di memoria per ricordare l’ultima volta che si sono sentiti avvertimenti di questo tipo, con conseguenti polemiche di chi pare non aspetti altro che amplificare l’effetto-pubblicità. Si parla del tanto criticato La passione di Cristo, e il regista, guarda un po’, è lo stesso. Si, proprio lui, l’ultra-conservatore cattolico Mel Gibson. Deve andare proprio in brodo di giuggiole per sbudellamenti di vario tipo.
E non deve essere il suo unico hobby; già nel film sopra citato si era infatti cimentato nell’impresa di usare nei dialoghi l’aramaico antico. In quest’ultima fatica, invece, si è divertito a far studiare al cast la lingua maya yucateca. Prima gaffe: il linguaggio messo in bocca agli attori non è quello che parlavano nell’antichità, bensì quello che parlano i Maya oggi. Così lo spettatore occidentale è comunque sbalordito, ma va a farsi benedire la ricerca della corretta ambientazione storica. Di cui del resto non si può comunque parlare viste le numerose incongruenze di fatti citati appartenenti a diverse epoche storiche. Non solo: come se non bastasse, la lingua utilizzata è una brutta copia di quella moderna, resa più rozza, con la sintassi ridotta all’osso. Per i Maya odierni deve risultare come sentire un dialogo tra analfabeti. E qualche ragione per incavolarsi ce l’hanno già qui. Ma questa è una cosetta da niente. Il vero problema è che Gibson ha dato un’idea completamente sballata di questa civiltà, presentandola come in mano a guerrieri senza pietà, il cui unico passatempo è infilzare e violentare, risultando anche un po’ imbecilli e primitivi. Prima di sentire le proteste indignate dei loro legittimi discendenti in Messico e in Guatemala, si rimane alquanto perplessi. Ma come, i Maya non erano quella civiltà – che si trova nella pagina accanto a quella degli Aztechi nel libro di storia delle medie – descritta come straordinariamente avanzata nelle scienze? Non sono quelli a cui probabilmente si deve l’invenzione del calendario nella sua suddivisione annuale in 365 giorni, che avevano disegnato accuratamente la mappa celeste e creato una scrittura e concetti algebrici e matematici molto complessi per quei tempi? In una parola, una società avanzata? Basta ricontrollare, e si, il libro dice proprio questo. E dov’è tutto ciò nel film del regista australiano? Non si intuisce neanche. Anzi, non c’è alcun dubbio: quelli che si muovono sullo schermo sembrano proprio dei primitivi, con i loro riti sacrificali umani e tutto quell’agitarsi di natiche nude al vento. Mostrando la distruzione interna di un popolo straziato da lotte intestine di diverse tribù, Gibson sperava, dice, “di offrire una riflessione su di noi e sulla nostra società osservando una civiltà scomparsa”. Già, meno male che alla fine del film giungono le navi con i conquistatori spagnoli, che – lascia intendere – generosamente mostreranno un po’ di civiltà ai barbari. E poi, mica è colpa nostra se questi stupidi proprio non si piegavano ai magnanimi insegnamenti, e si è dovuto sterminarli. Tutto ciò dopo aver accuratamente bruciato i loro manoscritti per cancellare la piaga del paganesimo.
A proposito di piaghe, contro Apocalypto si è scagliato il Ministro dei Beni Culturali, che avrebbe voluto applicare la censura al film vietandone la visione ai minori di 14 anni. Non entrando nel merito della questione censura-sì censura-no, va presa nota del fatto che Rutelli e le varie associazioni di difesa dei minori abbiano sollevato il caso senza neppure vedere il lungometraggio – mai definizione fu più azzeccata: ben 138 minuti di torture (mentali, e tutte dello spettatore). Insomma, la pubblicità di film truculento ha avuto successo.
Ed è qui che entra in scena l’ultima categoria di scontenti relativa a questo evento cinematografico: gli amanti del genere splatter. Tanto si è detto, tanto si è protestato, che come minimo ci si aspetta di godere della visione di un po’ di sana violenza. Di quella con schizzi di sangue ovunque, smembramenti, magari effettuati con tanta fantasia. E invece, il film è proprio deludente da questo punto di vista; si rimane tutto il tempo sul bordo della poltrona in attesa di scivolare giù al momento opportuno, ma questo momento non arriva mai. Qualche sgozzamento qua e là, un po’ di teste mozze che scivolano giù dalle scalinate, un cuore palpitante strappato via dal petto – ma la scena non si vede -, e viene da dire: “tutto qua?”. E poi, non c’è neanche un po’ di soddisfazione. In ogni pellicola c’è quello che ha il ruolo dell’antipatico, ma che più antipatico di così non si può. E allora si pregusta il momento della sua morte – perché tanto arriva -, sperando che faccia una fine spettacolare. Macché, va giù con due soli colpi alla testa.
In definitiva, per un motivo o per un altro questo film ha lasciato a tutti l’amaro in bocca. Non è difficile prevedere l’unico che uscirà soddisfatto da questa storia, in collegamento diretto con i botteghini di mezzo mondo.

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