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E poi non so altro…

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Dici Taormina e evochi bellezza: una distesa azzurra, un picco di montagna che strapiomba sull’azzurro, scogli e isolotti e un incresparsi dell’onda in merlettine che spumeggiano vaghe.

Dici Taormina e evochi bellezza: una distesa azzurra, un picco di montagna che strapiomba sull’azzurro, scogli e isolotti e un incresparsi dell’onda in merlettine che spumeggiano vaghe. E poi fichidindia e ogliastri, la macchia selvatica che s’arrampica per i fianchi scoscesi e viene a lambire ora uno sperone, ora un picco bianco che degrada, ora uno scoglio che si smussa e si copre di capperi. Intanto ti avvicini – strada statale 114 venendo da Siracusa – e la montagna si fa sempre più prossima, fino a quando non la raggiungi e le trapassi il ventre percorrendola nella lunga galleria che l’attraversa. E ora, deviando per il casello, ti trovi davanti alla soprelevata che s’inerpica in tornanti comodi per le automobili non essendo più in uso accedere alla città a dorso d’asino, di mulo o a forza di gambe. D’un tratto, però ti conviene chiuderli gli occhi, altrimenti ci resti male: troppo cemento, troppe case di nuova costruzione a massacrare le chiazze di verde che le ultime piogge hanno reso ancora più vive. Del resto – ci si giustifica – una città deve pur adeguarsi alle esigenze dei suoi abitanti, non può certo restare gioiello di natura. E così si edifica, si moltiplicano gli alberghi, i ristoranti, i negozi, si costruiscono parcheggi e discoteche, ci si conforma, cioè, alle moderne necessità del business e del turismo di massa. Perché qui è di turismo che si vive, e come potrebbe essere altrimenti? E i turisti brulicano per il Corso, fotografano, comprano, si fermano a guardare l’Orlando di latta che appeso a un filo muove la spada, ammirano le ceramiche di Caltagirone indecisi tra un piatto giallo e verde e un bùmmulo (orcio per l’acqua fresca) a fiori azzurri. Ed è inevitabile, per te, oltrepassata Porta Catania confonderti con loro, guardare il bùmmulo e il piatto, un ciondolo di pietra lavica, un vestito – che pure ti piace, e quasi quasi ti fermeresti a comprarlo, quel croccante di pistacchi d’un goloso unico, lì, dietro la vetrina che sponsorizza cannoli di ricotta “all’istante”, nel senso che te li preparano a richiesta e non li lasciano ad afflosciarsi dietro il cellophane del bancone.
Ma ti basta tutto questo? Sei arrivata fin qui solo per lasciarti appagare da un paio di vetrine?
E allora svicoli. Subito abbandoni il Corso, il gruppo folk che sta cantando “Çiuri çiuri”, il signore tedesco che sta spiegando a suo figlio l’uso corretto della digitale e il vecchio inglese che fuma la pipa. Scendi giù per una scaletta di pietra, giri a destra, scendi ancora e ti ritrovi davanti a un panorama d’eccezione.

“Quella è l’Isola Bella” dice un tizio alle tue spalle. Ti volti infastidita, l’ultima cosa che ti serve adesso è un cicerone. Ma il fastidio te l’inghiotti all’istante.
“Davvero?” chiedi con l’aria più innocente del mondo. E invece lo sai che quella è l’Isola Bella, sai che Federico di Borbone, quando i taorminesi gliela domandarono, rispose: “Chillu scogliu? E pigliatavillu!”, sai che Truman Capote emise un assegno di diecimila dollari all’ordine di Giuseppe Panarello per acquistarla (era bello e squattrinato e affittava ogni pomeriggio ragazzi diversi per soddisfare le sue voglie), sai che grazie ai fratelli Bosurgi diventò una specie di paradiso tropicale, che fu rifugio d’Onassis e Jacqueline Kennedy, che Mariorye, moglie di Bertrand Russel, una sera litigò col marito e sparì (le malelingue dicono che il suo amante segreto era quel Panarello amico di Capote), che è abitata da un lucertolone azzurro unico esemplare al mondo, che tanti infelici – almeno una ventina – sospirando sospirando sulle sue sponde hanno messo drasticamente fine al loro patire. Le sai tutte queste cose, certo che le sai, ma naturalmente te le sei scordate.
Guardi verso la baia, là dove l’uomo ti sta indicando, e fingi di non raccapezzarti:
“L’Isola Bella?” domandi.
E lui: “Sì”.
E ti pare di conoscerlo, sai che l’hai già visto da qualche parte, che assomiglia a qualcuno, che una faccia così non è di quelle che si dimenticano, che questi occhi (mai vista una simile sfumatura di verde) difficilmente nel mondo troveranno eguali. Ma per quanto scartabelli nella memoria, il suo nome ti resta sconosciuto.
“Quella invece è Mazzarò” continua lui, spostando il braccio e indicando la spiaggia che conosci benissimo per averci nuotato decine di volte. Naturalmente annuisci. Lui sorride.
“Lassù, invece, c’è Castelmola”.
“Ah!” e stavolta la risata non riesci a frenarla, perché a Castelmola ci sei stata appena due giorni fa, l’hai girata in lungo e in largo cercando di far combaciare i ricordi tuoi con le visioni di Vitaliano Brancati, di confrontare la tua idea di scrittura con la sua, il suo modo di raccontare col tuo, la sua Sicilia e quella nella quale ti riconosci…
Anche lui sorride:
“Bello vero?” mormora guardando il panorama.
“Già” e hai dimenticato il cemento, il turismo di massa e i negozi che squillano uguali a Taormina come a New York o Parigi. Perché l’incanto di Taormina – questa brezza che increspa appena l’acqua facendo tremare l’immagine di Isola Bella, questo odore di mandarini che qualcuno, dietro l’angolo, sta sbucciando, questo profumo di fiori in questo gennaio che sa troppo di primavera – è potente come una magarìa. E allora diventa tutto naturale, persino che l’uomo ti prenda sottobraccio e tu cominci a raccontargli di quando questa terra era abitata dai Siculi, e poi dai greci e dai romani, e poi dagli arabi e quindi dei normanni, e ciascuno – con diverso splendore – lasciò traccia di sé.
E parlando parlando v’incamminate verso il mare. E lui vuole sapere la storia recente, e allora gli racconti, per esempio, di Truman Capote, che negli anni Cinquanta venne ad abitare a Taormina, e non aveva un soldo e viveva di espedienti e però era talmente sicuro del suo talento che andava dicendo a tutti di essere un genio e che un giorno avrebbe fatto parlare di sé il mondo. Gli dici della rassegna cinematografica che ogni anno porta a Taormina attori e cineasti da tutto il mondo. Ma lui muove la mano come a scacciare una mosca: “No” dice “questo non mi interessa”. E per un attimo ti sbalestra. Allora torni indietro, racconti di quando vennero gli arabi, che erano eccellenti pasticceri e insegnarono alle monache a preparare la cassata siciliana. Ma adesso è lui che strabuzza gli occhi: “Alle monache?” esclama sbalordito. E tu ridi: “Ops!” esclami e precisi: “Le monache avevano imparato dalle donne di casa. E divennero così brave nel confezionarle – e così attente e precise e scrupolose – che il sinodo di Catania, nel 1575, fu costretto a proibirne la manifattura durante la settimana santa essendo troppo alto il rischio che quelle dimenticassero di attendere ai sacri obblighi”.
Ride: “E poi?”.
E tu gli racconti di Mary Isralsonn, la ragazza svedese che venne a Taormina nel 1954. “Nella sua terra era innamorata di uno” ti hanno detto parlandoti di lei “che la lasciò. E allora lei, per scordarselo, venne in Sicilia. Ma sempre a quello pensava e sempre a quello voleva. Non ci fu potenza di farglielo scordare. E quando non ce la fece più, si buttò dal Catrabico. La trovò Ciccio Nicita, una mattina che pescava, la vide lì, mangiata dai pesci…
Lui ti guarda. Occhi verdi mai visti uguali:
“E poi?” domanda.
E tu adesso vorresti che fosse lui a parlare, che ti dicesse chi è, da dove viene, perché è qui, perché gli interessa tanto Taormina. Ma ti incalza con gli occhi. E allora gli dici della casa di Fontana Vecchia che sulla parete esibisce la targa con su scritto: “D.H. Lawrence Englisc. Autor 11/9/1885 – 2/3/1930, Lived Hre 1920-1923” e gli racconti che Lawrence era un uomo schivo, di poche parole, che trascorreva le sue giornate sotto il carrubo a leggere gli scritti di Verga che molto amava e che tradusse in inglese permettendo allo scrittore siciliano di farsi conoscere anche all’estero.
“E poi?”.
“Lawrence era sposato con Frieda, una tedesca, con la quale litigava moltissimo. I maligni dicono che avesse molte buone ragioni per litigare, pare infatti che Frieda amasse imboscarsi con giovani e valenti taorminesi per fratte e vigne e stalle. E dunque quel romanzo – L’amante di lady Chatterley – che dette molta fortuna al marito, fu molto dolorosamente ispirato dalla moglie… E poi non so altro!” precipitosamente concludi.
Lui sbotta in una gran risata. E comincia a parlare…

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