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La dolce frocia

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La Dolce Vita. Scena finale. Dopo la festa, tutti si dirigono verso il mare. Ubriachi. Stanchi. Annoiati. Marcello Mastroianni cammina lento. Affianco a lui saltella un frocetto.

La Dolce Vita. Scena finale. Dopo la festa, tutti si dirigono verso il mare. Ubriachi. Stanchi. Annoiati. Marcello Mastroianni cammina lento. Affianco a lui saltella un frocetto. Ha le piume al collo. Il viso esile dai capelli biondi, il trucco in viso. È minuto. Ma non è stanco, lui. Parla velocemente, come danzasse. Con un buffo accento. La sua vitalità contrasta con l’amarezza della sua battuta: “Ah, la natura! L’alba mi fa sempre effetto, tanto. Ieri sera stavo tanto bene tutta truccata, adesso mi sento tutto appiccicoso. Ma a me, che m’interessa più di questo? Io ormai me devo ritirà. Però me sa che più si ritirano, più ne vengono fuori, che ne so! Se ne ritireno due, e ne vengheno fuori dieci! Nel ’65 sarà tutta ‘na depravazione completa. Ah, no? Mamma mia, che schifezza verrà fuori!”. Una battuta che suona come una predizione. Nel film la schifezza viene fuori sottoforma di mostro marino, morto, che insiste a guardare. La “depravazione” moderna poi è forse quella di un mondo invaso da stereotipati gay borghesi. Non da froci.
Frocio. Così si dice a Roma. La parola mi sembrava strana e offensiva. A Milano avevo imparato che gay è il termine politicamente corretto. E che frocio sapeva di dispregiativo. Frocie poi vuol dire a Roma narici. E invece frocio è detto anche dagli stessi omosessuali. Ma il frocio nel senso più dolce del termine forse non esiste più.
“Stasera verranno anche quelle vecchie e pazze frocie!” È così che Dominot ha detto nel suo locale in via di Panico, il Baronato Quattro Bellezze. Dominot è il frocetto che saltella nella Dolce vita. Esiste. È vecchio, di sicuro. Ma ancora balla e canta, nella sua corporatura minuta e nella conversazione saltellante.

Sì, perché Dominot è un mimo. Ed è un mimo serio, che come egli stesso dice “non si prende seriamente”.
Ogni giovedì sera continua a fare il suo spettacolo. E diventa tutti i personaggi che hanno influito sulla sua intensa vita. Edith Piaf sopra tutte. Edith. La divina! Così l’annuncia prima di cantare “Je ne regrette rien” o “Les amants d’un jour”. Dominot non canta, racconta. Le sue canzoni sono anche stonate ormai. Ma la malinconia non riesce ad averla vinta, anche se così potrebbe sembrare nel suo tentativo ormai testardo e anacronistico di far rivivere i favolosi anni ’60, che a Roma ci sono stati. I favolosi anni ’60. A Roma c’è una sorta di ritorno al vintage. Andate al Micca Club una sera e vedrete uomini e donne sfoggiare abitini demodé ormai tremendamente chic e ballare al ritmo di surf, bungaloo, shake, con la musica, come si legge nel programma “che neanche i vostri genitori sognavano di ballare”.
È un fenomeno interessante visto che, al contrario di allora, non c’è il boom economico, tutt’altro. Rimane la voglia di leggerezza e di colore, di psichedelia. Credo sia piuttosto il bisogno di rivivere gli anni prima del ’68. La contestazione del ’68 ha come fermato nella generazione successiva un processo di naturale allegria e gioia giovanile. Altrimenti non si spiegherebbero i figli dei sessantottini tristissimi e annoiati e opachi e confusi. Qualche sorta di responsabilità ci sarà stata. Nella riproduzione di un conformismo e tradizionalismo impensabili un tempo. Forse ha a che fare con il controllo, ben altra cosa rispetto al dominio. Al dominio, a qualcuno che ti dice “No!” si può reagire. Alle spiegazioni razionali sul perché non si può fare questo e quello, a una sorta di plagio del pensiero, non si può reagire. Si rimane senza pensiero critico autonomo. In questo senso il revival degli anni passati consiste in una sorta di catarsi collettiva giovanile. Si rivivono ma a proprio modo. E il proprio modo è riviverli con enfasi sull’esteriore. La politica manca del tutto. Non c’è posizione, né attrito né contrasto. E dunque non c’è l’allegria che scaturisce dalla diversità di pensiero che si confronta.
Dominot non rivive gli anni ’60. Li racconta e basta. Vuole essere struggente e in questa volontà riesce piuttosto ironico, dunque allegro.
Il Baronato Quattro Bellezze poi è un luogo che a Roma va visto prima che l’avvento di locali minimalisti e molto molto moderni, cioè freddi, prenda definitivamente piede. C’è davvero la Roma felliniana lì dentro. Il posto, minuscolo, è dominato da un cavallo a dondolo sospeso sopra il bancone e immerso di lucine. E sul bancone c’è un vecchio drappo rosso, quello che rimanda subito al teatro. Verso le 22.30 il drappo diventa un sipario. Le luci si spengono, anche le candele, il buio preannuncia l’apparizione di Dominot con l’effetto da diva che prende il suo posto naturale. Il palco è suo. E tutti gli sguardi sono suoi. La sensazione di guardare Dominot fa rivivere le ultime scene della Dolce Vita. Come se l’innocenza dall’altro capo della spiaggia chiamasse. Non si sente, non sento! dice Mastroianni, assordato dal mare e da se stesso. Mentre il grande mostro marino sta lì a osservare, morto. Ed è probabile che assistendo allo spettacolo di Dominot si venga attratti più dai suoi cambi di abiti, pieni di lustrini e piume e dal suo trucco curato su un viso rugoso, dallo sventagliare di boa di struzzo e dai passi un poco instabili sul bancone del bar, perdendosi per strada gli intermezzi di un racconto che spazia dai fasti parigini e romani, fino a scendere ai giorni in carcere e alle umiliazioni. Ma il fatto che tutto venga fatto con ironia porta paradossalmente a dire “Non si sente! Non sento!”. E a liquidare tutto con una finta pena per chi invece continua a vivere di quello che sa fare, con coraggio e spudoratezza ingenua e irriverenza. Cose alle quali, come Marcello, non si dà più importanza. E come mostri marini morti, si sta a guardare.

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