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Il vizio di un parroco

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Si fantastica molto sui vizi dei parroci divagando sul più o meno peccaminoso, pruriginoso o perverso di certe abitudini che hanno a soggetto i prelati. Ed è la parola “vizio” che subito stuzzica le menti dei maligni e fa scattare in essi la molla della brama,

Si fantastica molto sui vizi dei parroci divagando sul più o meno peccaminoso, pruriginoso o perverso di certe abitudini che hanno a soggetto i prelati. Ed è la parola “vizio” che subito stuzzica le menti dei maligni e fa scattare in essi la molla della brama, quel bisogno spasmodico di sapere, di strappare una verità che soddisfi in pieno le loro supposizioni e li faccia gongolare quando d’un prete venga alla luce ciò ch’era meglio restasse nascosto. E quindi, al solo scopo di saperne di più, si fingono stupiti, assolutamente meravigliati di ciò che sfiora le loro orecchie e che ritenevano impossibile (“Ma chi, quello?”), essendo assolutamente improbabile che il “don” in questione potesse macchiarsi di un crimine del genere.
Per fortuna siamo in chiesa (la Madrice di Melilli) e di maligni, in giro, manco l’ombra. Le luci sono basse e l’atmosfera è quella paterna che s’instaura dentro un confessionale. Solo che i ruoli, per una volta, si sono invertiti, perché l’uomo che sta confessando il “vizio”, nella penombra silenziosa della chiesa, è proprio don Alfio Li Noce, il parroco.
“Ebbene sì, è un vizio” mormora. E i suoi occhi brillano d’un entusiasmo ragazzino che non gli conoscevamo.
“E… dura da tanto?” chiediamo a bassissima voce.
Resta un attimo a pensare, poi:
“Una quindicina d’anni”.
“Uh!”.
“Grave?”.
“Be’ visti i risultati…”.
“Già. Ma in certe cose, sapete, è la passione che conta. E quando c’è la passione…”.
Un brivido ci corre per la schiena. Ci guardiamo intorno: ci fosse un qualunque maligno a portata d’orecchi, la frittata sarebbe già fatta. E come sarebbe contento! Forse gli suderebbero le mani, forse un filetto di bava gli correrebbe giù dall’angolo della bocca, perché… insomma… un vizio che dura da più di quindici anni e che ha per fondamento la passione… in un prete… è tutto dire. Noi, però, non possiamo che convenire con lui: certe cose si possono fare solo per passione.
“Una passione faticosa” ammettiamo.
“Molto” risponde.
“Che dà soddisfazioni”.
“Altroché!”.
“E coinvolge anche altri”.
“Tanti”.
“Amici?”.
“E pure parrocchiani”.
“E sono loro che aiutano nel reperimento?”
“Sì, danno una mano”.
“Ma sono tutti, proprio tutti, di sua proprietà?” domandiamo avvicinandoci all’oggetto del nostro discorrere.
“Certo!” dice pianissimo “E sennò in che consisterebbe il vizio, scusate!”.
“Giusto. E… quanti sono?”.
“Settantacinque”.
Mìzzica! direbbe qualcuno e “Mìzzica!” diciamo noi. Settantacinque presepi tutti di sua proprietà?
“Sì” mormora. E piano piano, orgogliosamente, inizia a mostrarceli: settantacinque presepi che vengono da tutto il mondo. E adesso non sapremmo, davvero, da dove cominciare a raccontarveli, perché sono tutti bellissimi, custoditi dentro teche di legno e vetro che li proteggono dalla curiosità dei visitatori. Sono così piccoli, alcuni, da stare tranquillamente racchiusi dentro una scatola di fiammiferi, il guscio di una noce o la scorza di un limone, altri invece (il magnifico napoletano), così grandi, da occupare un’intera teca. Ce ne sono di coloratissimi (il messicano per esempio, o l’olandese) o di stilizzati (il malgascio scolpito nel legno) o fantasiosi (il peruviano coi personaggi che assomigliano vagamente a matrëske, o il venezuelano colorato d’ocra e nero). Ci sono madonne africane col viso scuro e i ricci nerissimi, e bambinelli adagiati su foglie di palma. San Giuseppe ha il viso affilato di un eremita tedesco o le guance paffute di un contadino toscano. Ogni presepe, infatti, si distingue dall’altro non solo per le dimensioni, la varietà e ricchezza delle sfumature cromatiche, ma soprattutto per il fatto di rispondere nei caratteri somatici all’etnia che l’ha confezionato.
Passiamo da una teca all’altra cercando di imprimere nella memoria i particolari più originali. Alcune donne si avvicinano al parroco, chiedono informazioni. E così veniamo a sapere che il “vizio” si è diffuso, è diventato un contagio, non quello del collezionismo, no, piuttosto la passione per il Presepe: nella grotta della Madonna di Lourdes, infatti, ne è stato allestito uno monumentale che riproduce il paese nella sua conformazione di fine Ottocento.
Ci avviciniamo a guardare. E le riconosciamo le case: quella azzurra, per esempio, che ancora esiste nel quartiere della Torre, o quella coi cinque gradini davanti in cui adesso abita Rosanna; o l’abbeveratoio – che prima sorgeva all’inizio della strada per il cimitero – di cui non esiste foto o schizzo ed è stato realizzato da Salvatore (scalpellando un unico blocco di pietra) sul filo della memoria di Franco (il padre di tutte le opere in falegnameria). E poi la chiesa di San Sebastiano, con il loggiato in cui si compravendono frutta e animali, e la chiesa della Grazie, il campanile della Madrice. E l’alternarsi del giorno e della notte, del buon tempo e del maltempo (con tanto di tuoni e temporale elettronicamente programmati da Sebastiano), e l’angolo del divertimento – con la bottega del vino e i giocatori di carte – e quello in cui si svolge la vita sociale col gobbo che saluta il panciuto e il bambino che dà l’elemosina a un frate. E i giochi d’acqua, e i giochi di luce, il canto del gallo che annuncia l’alba e le campane che chiamano per il Vespro.
I pastori sono tutti in ceramica di Caltagirone, le case e le chiese, invece, sono realizzate col cartongesso:
“Ma come avete fatto?” chiediamo meravigliati per l’estrema precisione con cui è stato ricostruito il paese.
“Eh… ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo lavorato. Per circa due mesi e mezzo”.
“Soltanto?” ci sembra impossibile che tutto questo sia stato realizzato in poco più di sessanta giorni.
Il parroco sorride: “Quando c’è la passione…”.
Sì, quando c’è la passione tutto è possibile, in fondo che si fa? Si prende il cartongesso, lo si sfrega con una spugna bagnata per togliere lo strato di carta e poi lo si lavora:
“Abbiamo usato il bisturi del dentista” dice “abbiamo inciso e scavato, creato profondità e spessori, e abbiamo riprodotto in scala le costruzioni che ci sono sembrate più caratteristiche. Rosolino ha fatto la chiesa di San Sebastiano. Non è perfetta?”
Sì, è perfetta, persino le porte di bronzo lo sono.
“Io invece” continua “mi sono occupato dei muri a secco impastando il gesso e modellandolo col coltellino. Insomma, tutti hanno fatto qualcosa, persino i bambini dell’Oratorio: è da ottobre che fabbricano tegole col Das”.
E le tendine di merletto alle finestre? vorremmo chiedere. E quelle sfumature di giallino e verdino? E la stella che naviga placida sullo sfondo blu?
Naturalmente, in tutto questo c’è la mano e l’estro di Mario. E come potrebbe non essere così? E’ un maestro del colore e della cartapesta, lui, e a Carnevale i suoi carri allegorici sono sempre magnifici.
“E il vizio?” domandiamo.
“Quale vizio?” chiede don Alfio come cadendo improvvisamente dalle nuvole.
Lo guardiamo senza capire: e di che cosa abbiamo parlato fino a ora? E stiamo per rinfrescargli la memoria, puntualizzando con dovizia il cosa e il perché, quando lo vediamo strizzare appena l’occhio sinistro. Voltiamo di scatto la testa e comprendiamo al volo: la lingua più pericolosa del paese è a un passo da noi.

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