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Il triangolo sociale

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In caso di attacco chimico mi brucerebbe la gola in fondo e mi accascerei perdendo le forze. Se invece mettono una bomba, nascosta in uno zaino, uscirei ridicolmente con tutte le budella penzoloni.
Adamo

In caso di attacco chimico mi brucerebbe la gola in fondo e mi accascerei perdendo le forze. Se invece mettono una bomba, nascosta in uno zaino, uscirei ridicolmente con tutte le budella penzoloni. I rientranti escono fuori dalla metro con una boccata d’aria sempre uguale. Sempre uguale. Sul lato destro della strada qualcuno si affaccia per vedere se arriva l’autobus. Ho le mani sporche. La faccia sudata. Il sole semi-alto. Sono ancora vivo. Nel tragitto della metro non è successo nulla di importante. I polpastrelli sono neri e arancioni per il giornale. Non m’asciugo la fronte che sennò ci lascio una riga nera sopra gli occhi. Oggi fa particolarmente afoso. Ho bisogno di un Nano. Il Nano è un vino frizzante bianco in una bottiglia da succo di frutta con l’etichetta nera. Ho una sete cagna e quella lì non mi prende mai la birra all’iper. Io allora vado al bar e ci spendo pure sei euro. Quella lì appena torno mi attacca con la storia della casa. Che se c’ero io non succedeva quello che è successo, porco cane. Il vino è freddo, il bicchiere sporco d’unto di dita. Me ne prendo un altro che ora mi sembra di ragionare. Allora entra Bruno proprio sul fondo del secondo. Bruno è il capo del quartiere, quello che organizza la festa in parrocchia, quello che c’ha la macelleria, quello che l’anno scorso ci ha rifatto tutti i marciapiedi. Non ci ho scambiato mai una parola, ma quello mi fa un cenno e va a mettersi al banco accanto a me. Davanti la cameriera tettona che non vede l’ora di chiudere serranda e andare ‘affanculo. Nel bar non c’è nessuno. Siamo soli. Il pomeriggio del primo del mese, Bruno fa un giro di tutti i negozi e dei portieri. Saluta tutti e tutti lo salutano. Chiede se c’è bisogno e tutti gli chiedono qualche cosa. Bruno è il capo del quartiere. Fuori la luce si abbassa e Bruno mi dice che lo prende anche lui un Nano che oggi non si respira. Poi incomincia a parlare di questo e di quello tutto preoccupato. Io annuisco e gli sorrido come per consolarlo. Facciamo un terzo giro. E il problema del quartiere dormitorio. Quarto bicchiere e il fatto che non ci sono soldi per il primo maggio. Al momento di pagare mi offro di offrire. Quando usciamo Bruno mi dice “grazie e arrivederci”. Si gira, mi guarda fisso e mi stringe la mano con la sua rossa e pelosa da macellaio. Nel breve tragitto dal bar a casa faccio un rutto per le bollicine. Mi sento una cosa dentro che ricomincia a girare. Prima era ferma. Ora rigira e mi sento meglio. Sento ancora la stretta di mano di Bruno.

Bruno

Sono arrivato un po’ in anticipo e così mi siedo su delle scale laterali del palazzo che introducono ad un vicolo. Qui al centro un sacco di persone parlano da sole. Corrono e saltellano, smontano dai motorini lesti, scaraventano borse e borsoni piene di documenti in aria. Sembrano tutti pazzi, mentre ridono e strillano davanti all’aria che tagliano a passo svelto. Hanno tutti l’auricolare del cellulare. Mi fumo una o due sigarette che ho un quarto d’ora di attesa. M’accorgo, accendendomi la sigaretta, che le dita tremano un po’. In mano ho l’accendino e la cartella con il progetto del comizio e della festa. Sono tutti e due verdi. L’assessore mi ha chiesto di venire a mezzogiorno in punto che ha molte cose da fare. Sono arrivato alle undici che al negozio ci pensa mio cugino. Dall’altra parte del vicolo ci sono due marocchini, un uomo e una donna, che si truccano il viso d’argento. Poi si mettono dei mantelli d’argento e lui si apre una birra che fa sempre più caldo. Poi si mettono una corona e sono due statue della libertà. Una vecchietta, che sembra una suora laica, chiede loro dov’è palazzo Altemps. Loro glielo dicono e la statua della libertà donna, in cambio, le chiede una moneta con un lamento. Al terzo piano del palazzo c’è un altro ascensore, ma vado a piedi che è mezzogiorno adesso. Dalla finestra dello studio si vede tutta piazza Venezia. L’assessore entra e la mia mano è sudata quando me la stringe. Gli spiego tutto come l’abbiamo pensata, io e gli altri del quartiere, e lui fa “mmh mmh” tra le labbra sfogliando le fotocopie che gli ho portato. Fa finta di sentire. Si vede che ha altro da pensare. Poi all’improvviso si ferma. Non so che gli prende. Guarda fuori dalla finestra e io smetto di parlare. Si volta e mi dice di “si” che viene sicuro alla festa e fa il comizio. L’assessore ha gli occhi azzurri. Mi accompagna alla porta del suo ufficio e mi stringe la mano forte. Scendo giù in strada e mi butto nel primo bar. Mi prendo un prosecco. Poi un altro e lo offrirei a tutti i presenti per quanto sono felice.

Claudio

L’assessore scese per i due ascensori. Nella macchina-blu riesaminò le carte. L’Italia, pensò tra un semaforo e una piazza, è il paese che ha più ascensori al mondo e questi ascensori hanno bisogno di una continua manutenzione per funzionare correttamente. Si potrebbe dire che l’Italia è retta e sta in piedi grazie ai tecnici e ai riparatori di ascensori? Per preparare un discorso, Claudio, si esercitava spesso in questo tipo di sillogismi. Caccio via queste prove retoriche e penso che la soluzione per il quartiere poteva essere la costruzione di enormi piscine sui terrazzi inutilizzati. D’estate, nelle giornate più afose, gli abitanti indigenti avrebbero potuto usufruire del refrigerio anche senza il mare. Per i bambini sarebbe stato molto educativo il nuoto quotidiano. Si poteva anche progettare una copertura invernale delle piscine per un utilizzo completo. Però l’idea di quei rettangoli celesti nel cemento, visti dall’alto come in una foto satellitare, era più potente di quella di coprirle con delle strutture semirigide che si sarebbero subito sporcate per lo smog. Il pensiero dei bambini nuotatori gli provocò un altro progetto. La costruzione di un’area verde adatta alle attività ludiche. Perché ai bambini piace giocare a calcio e non tanto a pallanuoto. Poi c’era il lato pedagogico della questione. Il parco poteva anche essere abbandonato dalla crescita della popolazione. Sarebbe stato necessario istituire una scuola per fare evitare la dispersione in altre aree. E dove sarebbe nata una scuola, a pochi metri per la verità, doveva crescere una libreria scolastica e poi commerciale. E mentre gli frullavano in testa questi tentativi di portare il centro in città, arrivò finalmente con un abbozzo di discorso in mano. Scritto su cartoncino di carta bianca e pregiata. Dopo il discorso e il pranzo Claudio, accompagnato dalla moglie che lo aveva raggiunto per la festa di quartiere, volle fare una passeggiata. Tra i palazzoni ingrigiti e attraversati dalle prime ombre, la moglie gli stringeva la mano a tratti e gli parlava guardando per terra. Claudio pensò che la soluzione ultima per quel quartiere sarebbe potuta essere la riqualifica. Quelle case potevano diventare ostelli economici per studenti stranieri. Poi alzò gli occhi e gli sembrarono delle enormi astronavi pronte a partire per qualche pianeta remoto e non tornare mai più. Affrettarono il passo per tornare alla macchina. L’autista davanti al cofano fumava senza cravatta, ormai. Un portone si aprì al loro passaggio e Claudio vide, con la coda dell’occhio, un uomo triste e dal viso sbatacchiato. Si fermò e gli tese la mano per stringergliela. Quell’uomo era la fotografia della miseria e della infelicità di vivere in quel quartiere. Sulla strada di casa, sul vetro della macchina, Claudio lo rivide così e pensò che non tutto era perduto. Tutta la sua vita e il suo lavoro dovevano essere al servizio di quell’uomo e di quelli come lui. Si sentì meglio. Una nuova speranza lo aveva raggiunto. Aveva stretto la mano a Adamo.

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