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Con la bocca e col cuor di un Serafino

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Lei è Petra Magoni, lui Ferruccio Spinetti. Lei è la voce, lui lo strumento. Lei è solo voce, tutta voce, un dispiegarsi della voce dentro le molteplici possibilità espressive che l’aria sospinta dai polmoni su per trachea e corde vocali può consentirsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lei è Petra Magoni, lui Ferruccio Spinetti. Lei è la voce, lui lo strumento. Lei è solo voce, tutta voce, un dispiegarsi della voce dentro le molteplici possibilità espressive che l’aria sospinta dai polmoni su per trachea e corde vocali può consentirsi. L’album è “Quam Dilecta” e raccoglie undici brani che fanno parte del repertorio dei Piccoli Cantori di San Nicola – coro di voci bianche, fondato nel 1963 da Padre Renzo Spadoni, di cui Petra, a partire dagli anni Ottanta, ha fatto parte. Sono alcune nenie, alcune lodi alla Madonna, un paio di canti natalizi. Di questi, il primo subito ci sorprende: una Ninna Nanna di Brahms che ci colma di quella felicità che dà il ritrovarsi dentro una melodia che si pensava persa tra i ricordi di un’infanzia ormai lontana; un canto che abbiamo imparato quando eravamo bambini e le suore stiracchiavano con dovizia meticolosa in acuti nasali che salivano indecisi verso la volta affrescata della Basilica di San Sebastiano. Anche noi cantavamo, e le nostre voci di bambini erano schegge impietose che nessuna maestra di canto aveva saputo domare e che le suore lasciavano volteggiare con rassegnazione tra l’odore d’incenso e gli sguardi azzurrini dei Santi. Ma quando Salvatore steccava e scoppiava a ridere, allora suor Concettina saltava su come punta da uno spillo e gli lanciava addosso uno sguardo infuocato che voleva dire: “Poi facciamo i conti” e quei conti, immancabilmente, avevano a oggetto le caramelle che venivano conteggiate in sottrazione dal mucchietto di quelle in premio a ciascuno di noi.
“O Bambino, del Ciel, tra la paglia assopito” canta Petra, e la sua voce è spirale che s’invola e scintilla nel buio di un sottofondo abitato soltanto dalla sua purezza cristallina. Una voce che il contrabbasso accompagna con un respiro grosso di animale contento. Lei canta. E tu immagini il bue e l’asinello, rivedi il presepe di pasta di pane che stava nell’angolo della sala da pranzo della signorina Nocera, che aveva settant’anni e le mani gelide e i capelli tirati in una crocchia sulla nuca e occhi come carbone e labbra sottili tinte d’un vermiglio che spiccava netto contro il grigio della faccia, il grigio dei capelli, il grigio del golfino dal quale spuntava il colletto bianco della camicia ricamata. E noi in fila, silenziosi, ad ammirare il fiumicello che scorre tra i ciottoli levigati del fiume, e i gomitoli di lana accanto alla vecchina che fila, e le fiasche di vino, le bocce di caciocavallo in miniatura, le reti dei pescatori fatte davvero di corde e nasse.
“Fermarono i cieli la loro armonia, cantando Maria, la nanna a Gesù” canta Petra “Dormi do-ormi, fai la ni-nna nanna Gesù” e la sua voce adesso s’è abbassata, s’è fatta fluida e languida, una cioccolata calda che scivola nella tazza a onde, e profuma di cannella e scorzette d’arancia candita. Poi s’aggruma, si fa quasi ruvida: un velluto trapunto di nodini, col fiato che arroca il canto e l’impasta in un sospiro che il contrabbasso esalta avviandosi verso un assolo governato dalle note facili dell’armonia. Poi ecco di nuovo Petra, allegra come una bimba che salta con la corda: i calzettoni bianchi, il cerchietto di velluto blu a tenere fermi i capelli, e le guance rosse: “Vorrei salir sull’ali d’una stella che mi portasse al trono tuo divino”, sembra una Mina anni Sessanta che improvvisa vocalizzi “con la bocca e col d’un Serafi-ino” dondolandosi tra acuti e bassi che fanno l’altalena prima di spegnersi in un silenzio inaspettato, che ci disturba, ci sospende in una rarefazione lunghissima prima di spalancarsi a un acuto che s’innalza al cielo come la guglia di una cattedrale. Una cattedrale di ghiaccio, slanciata in una luminosità polare da cui si stacca un filo che intesse merletti. Ma sì, è davvero un merletto questa voce che adesso trapunge il nero e fa figure di brina: “Una pietra io sono, Acqua e fuoco è Lui, e intorno a noi, l’Aria” e s’allunga sul presepe della signorina Nocera che ha le case di cartone dipinto, i tetti di carta vetrata cosparsi di granelli come di zucchero. E noi siamo ancora lì, a guardare le statuine rozze dipinte a colori accesi: rosse le gonne delle contadine, bianche le camicie dalle maniche slabbrate, nero il corpetto legato con le stringhe sotto il seno. Gli uomini hanno perlopiù pantaloni alla zuava e fusciacche purpuree rigirate in vita, sembrano compari con la coppola, la lupara nascosta per decenza sotto una pelle di pecora o uno strato di paglia. Le tuniche degli angeli sono invece di raso, e svolazzano non appena qualcuno socchiude la porta spalancando la via a una corrente gelida che fa rabbrividire suor Concettina e tossire suor Graziella, l’eternamente raffreddata.
La voce di Petra trapunge l’aria, Ferruccio borbotta quieto col suo strumento che non si concede azzardi ma solo quest’andare appresso a una limpidezza di timbro alla quale ogni tanto s’intreccia con entusiasmo. E Dio si fa bambino, ha culla in una grotta e sulla paglia, tra il bue e l’asinello, c’è già una croce. Ricordiamo ancora: la chiesa del Carmine; accanto al presepe c’è un tavolino con un fornello sul quale bolle per ore un composto di vino, zucchero, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, pezzetti di canditi e di mela. Sparge per la chiesa un odore dolciastro, che sa di medioevo e di francescani, di Gerusalemme pure, o di quell’Arabia fantastica che nella mente dei piccoli ha coordinate da mille e una notte. Accanto al pentolino c’è uno straccio rosso, e sullo straccio alcuni chiodi, un martello e una corona di spine. Il Bambinello sorride guardando la croce. A Pasqua, durante la Passione, qui si canta la disperazione di Maria che vede aperta la bottega di un fabbro e domanda: “O bon firràru, chi fai apertu a ‘st’ura?”. “Fazzu ‘na cruci e tri pungenti chiova”. “O bon firràru, nun la fari ora”. “O bona donna, nun lu pozzu fari… ‘Na ‘sta cruci unni c’è Gèsu mi ci mèttunu a mia”. Il Bambino sorride, inconsapevole forse o forse talmente consegnato al Padre da considerare il martirio parte integrante della storia che si appresta a vivere.
Limpidissima voce questa che adesso si avvia a concludere. Il “Quam Dilecta” è magnificenza cristallina che s’invola in un cielo terso, con le stelle come capocchie spigate che irradiano lucentezze gelide.
La signorina Nocera ha messo in un piatto pezzi di giuggiulena, il torrone fatto coi semi di sesamo:
“Vi piaci?” domanda indicando il presepe.
“Siiii” rispondiamo in coro. Perché sì, è davvero bellissimo.
Lei sorride contenta e ci accarezza con la mano ghiacciata.
Mentre c’incamminiamo verso l’Oratorio, la raffreddatissima suor Graziella intona:
“Dormi do-ormi, fa’ la ni-nna na-nna Gesù” e tutti le andiamo dietro imitando alla perfezione le sue magnifiche nasali raffreddate. In bocca qualcuno ancora scioglie i pezzi durissimi della giuggiulena.

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