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Vasil Mickovski: La transizione del giornalismo nei Balcani

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Direttore della tv nazionale macedone, fondatore e oggi redattore capo del maggior quotidiano a tiratura nazionale, Vasil Mickovski ci offre una panoramica sulla scrittura giornalistica nei Balcani...

Direttore della tv nazionale macedone, fondatore e oggi redattore capo del maggior quotidiano a tiratura nazionale, Vasil Mickovski ci offre una panoramica sulla scrittura giornalistica nei Balcani,spiegandoci come la transizione politica, economica e culturale della società ha influenzato e cambiato il giornalismo in un’area complessa e oggi quanto mai interessante.

Come ha seguito la trasformazione del giornalismo nei Balcani dal sistema socialista alla transizione segnata da guerre e crisi economiche sino all’attuale fase di stabilizzazione?
Il comunismo jugoslavo era un sistema molto più aperto e liberale di altri Paesi sotto l’ombrello dell’URSS, ma la ideologizzazione della società era accentuata e, di regola, quando il regime dimostrava forza, la libertà acquisita del giornalismo ne risentiva. Non esisteva una censura ufficiale ma in cambio c’era molta autocensura nei giornalisti, dato che alcuni temi e persone erano divinizzati a tal punto da non poter essere tematizzate. Nel caso jugoslavo, dopo la caduta del comunismo, le due più grandi Repubbliche – Serbia e Croazia – alla democrazia hanno preferito dittature vogliose di cambiare le frontiere attraverso lo strumento della guerra. I media di questi due Stati sono caduti perciò sotto il controllo del governo e il giornalismo strumentalizzato nella maniera più violenta. I giornalisti serbi, in particolare, invocando la guerra, propagandavano odio religioso e nazionale e giustificavano crimini non meno aberranti di quelli verificatisi nella seconda guerra mondiale. Esistevano altresì giornali dissidenti che godevano dell’appoggio dall’estero ma erano pochi e la loro influenza sul pubblico marginale. E’ triste se si pensa che il giornalismo serbo e croato erano considerati i migliori e più liberali ai tempi del comunismo.

A dieci anni dal massacro di Srebrenica,compiuto da forze militari e paramilitari serbe, i media si interrogano ancora sulle responsabilità o meno della Serbia.
La verità su Srebrenica non poteva essere nascosta neanche dai media serbi. Ufficialmente Belgrado si è scusato per il massacro di 8.000 civili. L’anno scorso il presidente serbo ha commemorato il decimo anniversario del più grande crimine mai commesso in Bosnia-Erzegovina, inchinandosi davanti alle vittime. Ma il vero shock per il pubblico serbo è avvenuto qualche settimana prima quando il Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra ha consegnato ai media i video amatoriali delle esecuzioni a Srebrenica. Il pubblico televisivo serbo ha visto i soldati in Bosnia far scendere dai camion i musulmani legati e a sangue freddo sparargli alle spalle.
I media serbi oggi seguono i nuovi uomini di governo, che, dopo la caduta di Milosevic, hanno condannato i più grandi massacri ma non vogliono o non possono ancora condannare le guerre che ha fatto la Serbia. Cosi i media offrono una verità equilibrata del tipo: quando ci sono delle guerre i crimini avvengono perché atti di individui irresponsabili o che tutto è stato provocato dall’altra parte. Molto frequentemente si servono dei sofismi o del cambio di tesi spiegando che, a causa dei massacri di Srebrenica, Vukovar, Sarajevo e molti altri il mondo vuole demonizzare il popolo serbo che, nelle due guerre mondiali, data la consistenza della popolazione, ha avuto più vittime di tutti ed è stato esposto al genocidio. La Serbia non è ancora pronta a riconoscere che per quasi 20 anni è stata presa da una pazzia nazionalista e che nel collettivo oscuramento intellettuale la principale responsabilità rimane della elite culturale, politica e d’affari. Come fanno i giornali a scrivere che la Serbia era un aggressore quando solo 15 anni fa la gente spontaneamente usciva sulle strade e gettava fiori davanti ai carrarmati che andavano a distruggere Vukovar? Oppure nel 1993 quando le sofferenze di Sarajevo angosciavano tutto il mondo, una donna politica serba avversaria di Milosevic, chiamava i cittadini di Belgrado a condannare il massacro di popolazioni civili. Nella Belgrado di due milioni di persone alla protesta parteciparono appena un centinaio.

Come giudica il giornalismo macedone?
Sono 15 anni che la Macedonia vive la transizione e il passaggio da media statali verso media privati. Il processo era lento e poi è successa l’esplosione. La Macedonia è un paese povero (solo 2.500 dollari pro-capite) con 2 milioni di abitanti ma in cambio ha 3 canali statali, 5 tv private nazionali e oltre un centinaio di tv e radio locali. In questo momento ha 10 quotidiani privati e lo stesso numero di settimanali privati politici. Con un’economia debole e pochi soldi per le pubblicità, quasi tutti i media sono in crisi finanziaria oppure rischiano il fallimento. Come si spiega allora la grande concorrenza nei media elettronici e cartacei? In Macedonia ogni persona ricca con ambizioni politiche o vicina alla Politica ha deciso di essere un proprietario di media, alcuni per protezione, altri per fare pressioni sui politici o su gruppi di business. I giornalisti in Macedonia hanno sempre avuto un padrone sopra di sè ma se quel padrone era più immaginario adesso è crudelmente reale. Il capo, il commerciante, l’industriale, il banchiere (arricchito in modo dubbio dalla privatizzazione dopo il crollo del comunismo) impone cosa va scritto e per chi. Qualche giorno fa la più grande banca macedone ha annunciato che il più famoso giornalista televisivo chiedeva soldi per non attaccare la banca nella sua trasmissione. In poche parole il giornalismo è in crisi a causa della esagerata e incontrollata liberalizzazione dello spazio mediatico. Nel comunismo i giornalisti si lamentavano cercando di emanciparsi dalla politica. Adesso si devono emancipare sia dalla politica che dai nuovi ricchi.

Visto il dinamismo sociale entro cui si muovono la Macedonia e tutti i paesi dell’ex Jugoslavia, come è possibile superare la crisi del giornalismo in sé e qual’è la strada per una emancipazione del giornalista?
Il giornalismo macedone ha acquisito la libertà ma gli manca la responsabilità. La libertà dei media è offuscata da una forte strumentalizzazione, dal fatto che non si può nascondere dietro il desiderio di trasparenza il riconoscimento di interessi e intenzioni di alcuni. Il giornalismo macedone è diventato troppo giallo, improntato sugli affaires e sui sensazionalismi. Probabilmente è una fase di passaggio dei media controllati da un centro verso media controllati da più centri. La Macedonia ha un serio problema di crisi dei valori. E’ la conseguenza di una crisi interetnica avvenuta 5 anni fa (abbiamo evitato la guerra civile), in più un terzo della popolazione è disoccupato, l’economia cresce ma lentamente, la transizione dura oramai da troppo tempo. In un ambiente del genere è difficile che i media abbiano un approccio equilibrato, cadono invece sotto il populismo, offrendo per problemi complessi delle ricette facili. Per la esagerata politicizzazione dei media la soluzione sta sicuramente nell’entrata dei capitali stranieri, un trend caratteristico per tutti i paesi post-comuninisti. Ciò è estremamente importante per le tv dove manca un media leader in grado di mettere standard più alti e pian piano diventare dominante.

Ma torniamo in piccolo. Come rivede i suoi inizi e quali erano le sue motivazioni?
Sono entrato nel mondo del giornalismo quasi involontariamente, accusandone il colpo sopratutto nei primi 3-4 anni. Nasco professionalmente come insegnante di sociologia in un liceo di Skopje e, all’epoca, pensavo di avere qualche prospettiva, in qualità di politologo, in qualche istituto di ricerca. Ma ero lento nella scrittura, le mie frasi erano confusionarie e io stesso ero infelice di fare qualcosa di diverso dalle mie ambizioni e dal mio temperamento. Nell’allora più grande quotidiano nazionale – ce n’era solo un altro – credo mi abbiano assunto e tenuto perchè ero laureato in una delle più prestigiose università di Belgrado, notavano che avevo una buona conoscenza delle cose, cercando di essere sempre professionale. Dopo 8 anni al giornale, quando è caduto il comunismo, fui trasferito nel primo settimanale politico della Macedonia, dove potevo scrivere articoli più analitici ed esser più apprezzato dal pubblico. In poco tempo sono diventato redattore capo e, credo, sia stata questa l’ambizione massima cui avrei potuto tendere. Nel 1996, un anno difficile per me a un bivio tra politica e giornalismo, fui assunto come direttore della tv nazionale macedone: molto tempo speso, pessima la situazione finanziaria della televisione pubblica e impossibilità di produrre qualcosa di qualità. Per cui 7 anni fa, insieme a 4 colleghi, abbiamo fondato un nuovo quotidiano – “Utrinski Vesnik” – oggi di proprietà del gruppo editoriale tedesco WAC.

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