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Ulderico Pesce: Melfi, dalla piazza al teatro

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Il posto fisso. Questo sognano i giovani italiani all’inizio del nuovo millennio. Eccola qui la fotografia del mondo del lavoro di questi primi anni del 2000: call-center...

Il posto fisso. Questo sognano i giovani italiani all’inizio del nuovo millennio. Eccola qui la fotografia del mondo del lavoro di questi primi anni del 2000: call-center – e dintorni – e contratti rinnovabili, ma solo due volte altrimenti scatta obbligatorio quello a tempo indeterminato. Non sia mai. E poi c’è chi resta senza contratto pur continuando a lavorare. Allora si tenta il braccio di ferro per far valere i propri diritti, ed è la strada che sta battendo la categoria dei giornalisti e degli auto-ferrotranvieri. Certo, è dura ottenere una qualche vittoria. È come scommettere su Fassino contro Tyson. Facile indovinare chi diventerebbe lo stuzzicadenti dell’altro.
Eppure, talvolta le cose cambiano. Giusto il tanto di riuscire a riprendersi quel po’ di dignità che spetta, prima che ad un lavoratore, ad un uomo.
26 Aprile 2004, stabilimento lucano della Fiat–Sata di Melfi. La riprova che anche il tanto agognato posto fisso può trasformarsi in un inferno. È un tappeto umano quello davanti ai cancelli della fabbrica; superano il migliaio gli operai, giunti da ogni parte d’Italia per sostenere i colleghi della Basilicata. “Pace, diritti, dignità”, gridano da 21 giorni in faccia ai capo-settori che tentano di superare l’ingresso. Lo gridano in faccia alle forze dell’ordine venute da Roma per tenere sotto controllo la situazione, lo gridano al governo che li accusa di bloccare l’economia italiana. E si, la protesta ha una grande eco, eccole lì le telecamere della Rai – a onor di cronaca, pure di Mediaset -, e anche la foto nella prima pagina dei quotidiani nazionali. Ma è non è facile lo stesso star lì, per giorni, con i poliziotti che sembrano solo in attesa del via. E poi, questo segnale, arriva. Il ventunesimo giorno di sciopero arriva la carica. I manganelli picchiano, e fanno male, e non importa neanche che ci saranno delle riprese video a testimoniarlo. Due operai resteranno a terra gravemente feriti.
Ma la Fiat, alla fine, cede: le richieste degli operai – supportati dalla sola Fiom-Cgil – verranno accettate. Il salario sarà dunque equiparato a quello degli altri stabilimenti italiani – fino a quel momento corrispondeva al 10% in meno – e la “doppia battuta” sarà eliminata. Varrebbe la pena spendere almeno una riga per spiegare cosa sia questa “doppia battuta”: massacranti turni notturni che si protraggono per 12 notti consecutive, previsti sia per gli uomini che per le donne. Naturalmente senza eccezioni per il periodo di gravidanza. Tutto ha un limite. Questo non si può sopportare per il “posto fisso” – che peraltro prevede uno stipendio da fame – neanche al sud, dove averlo significa essere quasi miracolati, e dove non ci si ribella contro “il padrone”.
Non si parla degli anni ’70, ma di soli due anni fa. È bene ricordarlo. Ed è per questo che Ulderico Pesce ha deciso di allestire uno spettacolo teatrale su questa vicenda, vincendo anche il Premio Riccione Teatro 2005, sezione Marisa Fabbri. “FIATo sul collo” si intitola, ed è in scena fino al 23 dicembre. È straordinario Pesce, semplicemente, mentre si agita sul ristretto palco del Piccolo Jovinelli nella sua tuta amaranto – che consta di ben tre pezzi, non come quella blu a salopette che indossano gli operai di Torino; la sua è orgogliosamente “post-fordista”. Le strappa a forza, le emozioni, forse anche per l’intimità della sala del teatro, tanto piccola che l’attore riesce a guardare ad uno ad uno gli spettatori negli occhi. Impossibile sfuggire ad un totale coinvolgimento. Nel monologo si racconta la storia di Antonio e Angela, due giovani che ripongono tutte le loro speranze nell’assunzione allo stabilimento di Melfi. La sicurezza di due stipendi, il matrimonio, le figlie. Certo, l’affitto delle case intorno è alto, perchè dove c’è lavoro per alcuni, c’è sempre da guadagnare per qualcun’altro. Ma in fondo va bene così, si riesce lo stesso ad essere felici. Poi gli anni passano, e si comincia a sentire il peso del lavoro ripetitivo, dei turni diurni e notturni alternati, così che marito e moglie non riescono neanche più ad incontrarsi. E a veder crescere le proprie figlie. Sino a giungere all’Aprile del 2004. L’inizio della lotta. “Contro la Fiat non si sciopera, si resiste”, diceva il padre di Antonio, che fu operaio allo stabilimento di Torino e partecipò alle proteste del 1980. Le richieste non furono accolte, ma le manganellate ci furono lo stesso, eccome. La storia è andata diversamente a Melfi per quanto riguarda i risultati ottenuti. E la violenza subita, di quella si può avere un’idea da poche immagini trasmesse durante lo spettacolo.
Fra i tanti spunti di riflessione regalati dalla rappresentazione, fa provare tenerezza e insieme rabbia il nonno di Antonio, un nostalgico partigiano che aspetta con ansia il 25 Aprile per festeggiare la liberazione d’Italia, sbeffeggiato dai ragazzi. “Noi abbiamo versato tanto sangue per avere i diritti scritti su una carta – dice con la voce tremante – e voi oggi, la state calpestando”.
E, a proposito di giustizia, l’autore-attore invita a fine spettacolo ad andare sul suo sito, per firmare una petizione che consenta di archiviare la pratica nella quale si indaga su 17 persone tra delegati sindacali e operai che hanno partecipato alla protesta, avvenuta in modo pacifico e civile. Perché quei giorni a Melfi non c’erano solo loro lì, ma molti, molti di più.
Rivivendo questa vicenda tornano alla mente le immagini del funerale dell’Avv. Agnelli, nel 2003, ed in particolare le dichiarazioni delle numerose persone accorse per dargli l’ultimo saluto. Benefattore d’Italia, l’hanno chiamato.

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