Tiger girl ha un brutto presagio tra le gambe

di

Data

Questa storia mi è stata raccontata da un marinaio montenegrino di nome Pjer sul volo Seoul-Mosca la notte tra il 31 agosto e il primo settembre del 2006.

Questa storia mi è stata raccontata da un marinaio montenegrino di nome Pjer sul volo Seoul-Mosca la notte tra il 31 agosto e il primo settembre del 2006. L’epilogo è frutto della fantasia. Il resto è tutto vero.

Illustrazione di Marco Lovisatti

A carico vuoto entrarono nel Pacifico. Il servizio meteorologico li aveva avvertiti di “cattivo tempo”, ma non pensavano di trovare mare-forza-sette. Il telegiornale, incomprensibile, aveva fatto vedere immagini di tifoni e distruzione sulla costa cinese. Sulla plancia il piccolo frigorifero, che avevano comprato a Ho Chi Minh City per dieci dollari, volava da una parte all’altra disperdendo le lattine di birra e facendo esplodere le bottiglie. La nave era troppo leggera e beccheggiava con sempre maggiore intensità. Le inclinate, a carico pieno, sarebbero state inferiori, ma le onde erano troppo alte e, soprattutto, irregolari. Quando la nave tentava di raddrizzarsi, si sentiva un’altra collisione proprio sulla parte alta della chiglia. Non c’era tregua. Non si vedeva niente: i finestroni della plancia erano frustati dalla pioggia. Pjer si reggeva al radar. “Capo” era aggrappato alla leva per la sala macchina e bestemmiava pensando all’ironia della sorte: crepare all’ultimo viaggio, dopo trent’anni di mare. Il capitano bestemmiava in greco, abbracciando il timone. Il capitano aveva ordinato il tuttisottocoperta e aveva comandato avantitutta per allontanarsi a largo, invano. Chiedeva continui “check” in inglese a Pjer che dal punto dov’era aggrappato poteva vedere la strumentazione, ma le risposte dicevano sempre merda. Sempre più merda. Il greco sudava e guardava Pjer. Solo il capitano e l’armatore erano greci. La nave-cargo, invece, era stata costruita a Taranto nel novantasei. Tutto l’equipaggio, escluso un macchinista albanese, era o serbo o montenegrino. Il più anziano era “Capo” cioè il capo macchine, che era serbo ma bestemmiava “porcamadonna” in italiano, e guadagnava settemila dollari al mese per il lavoro che faceva sulla nave. “Capo” aveva 65 anni, ma ne dimostrava venti di più. Era il suo ultimo lavoro in mare. Secondo contratto, aveva raggiunto l’equipaggio in aereo in un porto indiano di cui non ricordo il nome. Per tre mesi di lavoro s’era fatto in tutto ventimila dollari. Una bella somma. Era uno dei più benvoluti tra i giovani perché era generoso e trattava tutti bene. Aveva la faccia scavata dal vento. Gli occhi, affondati tra le occhiaie, lacrimavano spesso per il sonno arretrato. Pjer non si riusciva a spiegare che vita conducesse “Capo”. Non aveva moglie né figli, non si comprava nulla e quando scendevano in un porto non spendeva i soldi neanche per bere. In tutti quegli anni di lavoro, “Capo” aveva guadagnato un patrimonio, ma era un mistero che cosa ci avrebbe fatto in pensione. Nessuno lo sapeva. Pjer non poteva dire di conoscerlo bene. Per lui era un mistero. Ma era una brava persona. Il migliore amico di Pjer era Momo, per gli amici, un suo compaesano che lavorava con lui da quattro anni. Momo veniva pure lui da Podgorica, ma non aveva parenti. Li aveva allontanati o forse se n’erano andati. Momo non era sposato, non aveva figli e, nei tre mesi di pausa da un lavoro all’altro, viveva in un albergo di Podgorica. Quando parlava di lui, a qualcuno, Pjer diceva che era matto perché spendeva tutti i soldi che guadagnava lasciandosi fregare dalle puttane. Momo aveva dei bei baffi che si univano ad un sorriso a labbra strette. Sorrideva con gli occhi, più che altro. Guadagnava circa mille e cinquecento dollari al mese e sembrava, era, sempre ubriaco. Quando stavano al bar, Momo non parlava mai ma preferiva sentire i racconti di Pjer. Guardavano le donne e Momo solo allora diceva: -Guarda quella-. Pjer non ricordava mai la guerra e non voleva ricordarla a Momo, ma ricordava tutte le sue donne, le giornate di pioggia e tutte le volte che aveva cantato una canzone d’amore. Ce n’era anche un terzo sulla nave che veniva da Podgorica. Si chiamava Dan e viveva a Bari dove aveva una figlia. Dan, la prima volta che era arrivato in Italia, aveva fatto un bel colpo dalle parti di Terni: una gioielleria. Due ore era stato ricco e sfondato, lui e un altro, e poi lo avevano sbattuto undici giorni nella prigione di massima sicurezza, senza contatti con l’esterno, e poi lo avevano rispedito, sbagliandosi, in Albania. In quegli undici giorni Dan aveva sviluppato un tale odio per gli italiani che era ritornato subito a Bari per sposarsi una e picchiarla tutti i santi giorni, tranne quand’era in mare. A Pjer non gli piaceva Dan quando si ubriacava e diceva cose del tipo: -Tua madre è una puttana e me la sono scopata e sei nato tu che sei uno stronzo-. E poi rideva con tutti suoi denti gialli.
Pjer era giovane e bello. Aveva trent’anni. A vent’anni aveva capito che la cosa che voleva fare nella vita era vedere tutto il mondo. Il padre lo aveva iscritto alla scuola nautica che -Se devi fare la mia stessa vita di merda devi almeno guadagnare di più-. Nella sua famiglia c’erano sette generazioni di marinai. Pjer era l’unico diventato sergente. Era fiero di questo e se lo ripeteva tutte le mattine sul ponte della nave su cui lavorava. In montenegrino le generazioni vengono chiamate “ginocchia”. Pjer era da sette ginocchia marinaio e, ogni sera, se le strofinava, le sue, come se dovesse sostenere la responsabilità della sua famiglia intera.
Guadagnava duemila dollari al mese ed era contento così. Nel senso che era quello che gli serviva per vivere. Una volta a Los Angeles qualcuno gli aveva detto: -Potresti darti al cinema o alla moda-. Lui ci aveva riflettuto e poi la sera, in nave, si era messo a sfogliare il suo passaporto con tutti i visti spillati tra le pagine e i timbri variopinti dei luoghi che aveva visitato. La sera dopo stavano già in pieno oceano. Non aveva ancora viaggiato abbastanza. A Los Angeles aveva avuto un incidente semi mortale con Lucy. Una ragazza di lì. Nessuno può immaginare quant’è dura la vita di un marinaio di una nave mercantile. Dopo 6-8 mesi di mare non è la stanchezza (turni massacranti: si dorme 6 ore e si lavora altrettanto senza sosta), ma è il calore umano che ti manca. Le donne, per Pjer, erano l’unica zavorra che lo teneva allacciato alla terra durante le licenze nei porti in cui attraccavano. Se non avesse incontrato almeno una donna sulla terra ferma, i suoi piedi si sarebbero staccati da terra e sarebbe volato via. Si sentiva debole come un fuscello di saggina dopo tutto quel mare.
La donna che più aveva amato era stata una italiana che viveva con i suoi in una villa nella campagna serba durante la guerra: figlia di mafiosi, sicuramente, di quelli che si arricchirono a vendere armi ai guerriglieri. Quando faceva il militare, in quelle lunghe giornate di pioggia durante la ronda, la vedeva che si pettinava i capelli dalla finestra tra le tende. Piano piano, nei giorni a seguire, si era avvicinato e le aveva cantato, non visto, sotto le mura di recinzione della villa, una canzone italiana di Eros Ramazzati e poi “Affacciati alla finestra amore mio” di Jovanotti. I giorni successivi la ragazza, che avrà avuto al massimo quattordici anni, lo osservava da lontano e lui, tra la pioggia, grandi sorrisi. L’ultima volta che le aveva cantato una canzone si era arrampicato sul muro di cinta e aveva visto una mano afferrarle i capelli, tra le tende. Era scomparsa, non la vide mai più.
Pjer aveva amato tutte le donne che aveva incontrato. Anche quella pazza di Lucy. Lucy aveva un culo ispanico strepitoso e una sera, ubriachi, gli aveva detto: – Andiamoci a schiantare-. E lui le aveva risposto affermativamente pensando di stare a recitare in qualche film. La potente Dodge nera si era completamente distrutta su un muro del porto e Pjer s’era beccato pure una denuncia e il volto graffiato. All’ospedale gli avevano detto che Lucy non rischiava, che aveva avuto un lieve trauma cranico e che avrebbe dormito tutta la notte. Pjer si congedò da lei senza aspettare la mattina dopo. Rimase un po’ con lei nella stanza buia a osservarle le lenzuola da ospedale gonfiate dalla forma perfetta del suo culo. Poi se ne andò.
Pjer non fumava: non amava le donne che fumavano. Quando attraccavano in una nuova città, Pjer si puliva tutto, si lavava i denti due volte e andava in qualche bar. Se riusciva a conoscere qualcuno del luogo, che gli andava a genio e lo vedeva che era un tipo sveglio, gli prendeva il braccio e, quasi fosse un vecchio amico, gli chiedeva: -Dov’è che possiamo trovare delle ragazze?, amico mio?-. Di solito, andava a puttane. L’importante era che non fumassero, però.
Quella volta, quel lavoro s’intende, la cosa era andata molto male. Trasportavano grossi tubi di acciaio che servivano per cavi sotterranei e, passate le due chiuse del canale di Suez, quei tubi divennero una dannazione. Appena si fermavano in un porto dovevano scaricarli con una complessa operazione: non erano semplici come i container. Durante la traversata, inoltre, avevano avuto pochi momenti morti perché c’era sempre qualcosa da fare. Così, quando attraccavano e avevano la licenza e tempo-libero, erano così stanchi che Pjer non riusciva ad andare a donne. Considerando poi che le prime tre tappe erano state Egitto, Yemen e il porto di Bassora in Iraq e che Pjer, come buona parte dei Montenegrini, odiava i mussulmani, l’idea di scendere per vedere le donne coperte dal velo era insopportabile. Di conseguenza Pjer, in quei sette mesi di traversata, era sceso solo una volta sulla terra ferma: in India. Ma lì era andata male, come al resto della ciurma, anche perché il tempo era poco. Andarono con Momo in un bordello e il proprietario offrì loro due ragazzine nepalesi che avevano non più di dodici anni a testa e tossivano nell’ombra. Avevano detto di no. Quindi quando arrivarono in Vietnam, Pjer aveva sulle spalle sette mesi di astinenza.
Il Vietnam gli apparve, bollente, una mattina di metà agosto, quando attraccarono al porto fluviale di Ho Chi Minh City. Ci arrivarono imboccando la foce del fiume Saigon ingombra di traffico mercantile. A destra si apriva una diramazione del Mekong, il Fiume Rosso, e, dopo due larghe anse, alla fine, apparve loro la città più grande del Vietnam. L’idea di fermarsi lì due settimane non entusiasmava nessuno dell’equipaggio. Tutti si erano fatti un’idea deprimente del paese che se lo immaginavano fatiscente e lurido. Infatti intorno al porto si sviluppava una enorme baraccopoli. Secondo contratto sarebbero ripartiti il primo settembre per Seoul da dove avrebbero preso l’aereo per fare scalo a Mosca per poi arrivare a Belgrado. Dopo un giorno intero di sonno, scesero tutti insieme, la sera, dalla nave-cargo. Per la forza d’abitudine s’erano tutti imbellettati, ma con scarsa eccitazione. Eppure, appena usciti dalla grande area del porto, la Ho Chi Minh che gli apparve lì investì con fasci di luce da Las Vegas, un traffico impressionante e rumoroso di moto e motorette, le musiche dei night e dei bar, le strade alberate, di gusto francese, pulite e calcate dai tacchi di belle ragazze orientali abbronzate. Anche i palazzi erano splendidi: ricordavano le città del Mediterraneo con tutte le vetrine che si aprivano sulla loro base. Pjer non ci voleva credere. Comprò una lattina di Coca da un chiosco e la pagò mezzo dollaro. Accettavano i dollari. Era il posto più economico che avesse mai visitato. Il Vietnam lasciava presagire di essere un paradiso. Andarono a cena perché dovevano festeggiare l’ultimo porto di “Capo”. Scelsero un posto di lusso con menù occidentale, si strafogarono, urlarono il nome di “Capo” venti volte e non pagarono nulla. Ognuno dovette mettere una quota e si meravigliò di quanto poco fosse. Già ubriachi si divisero sotto un’insegna mastodontica della Levis. Qualcuno tornò sulla nave, tra cui “Capo” che voleva farsi un sonno. Pjer, con Momo e Dan, si diresse verso un locale del centro che sembrava molto popolare. Subito si rimorchiarono cinque ragazza che stavano all’ingresso come ad aspettarli. Vestivano canottiere sfilacciate colorate e shorts beige. Le ragazze vietnamite che Pjer conobbe, in quelle due settimane, gli dicevano subito che erano povere, il che le faceva tutte delle potenziali prostitute. Erano tutte incantevoli. Ben vestite e profumate al cocco. In realtà volevano divertirsi, farsi pagare da bere e, il più delle volte, accettavano una notte in hotel. Le camere costavano pochissimo: quindici dollari a notte in una matrimoniale. Pjer tornava sulla nave solo per prendere una camicia nuova. Le ragazze chiedevano dieci, venti dollari al massimo e cinque per il taxi per la mattina dopo. Pjer le trattava con dolcezza, gli diceva qualche parola dolce e spesso quelle non chiedevano nulla. Momo, invece, che non perdeva il suo sorriso stanco, era andato subito a rovinarsi con le puttane “ufficiali”. In Vietnam le chiamano “business girls” e costano dai cinquanta dollari in su. Le “business girls” si tingevano i capelli di biondo, indossavano collane e lenti a contatto colorate per distinguersi dalle altre.
Quelle due settimane furono sensazionali. Scopavano tutte le sere. Tutte le sere una ragazza diversa. Pjer si faceva lasciare il numero di quelle che più gli piacevano. Quelle gli dicevano –Chiamami domani. Non andare con le altre. Domani gratis-. Ma Pjer la sera successiva se le era già scordate. Una sera Pjer andò con Dan in un ristorante di pesce dove il piatto più famoso era un pasticcio di gamberi. Dopo la cena, per variare rispetto al solito, decisero di andare in un locale a bere e basta e non conoscere ragazze, ma non ci riuscirono. Subito dentro il posto, Pjer vide, riflesso in uno specchio, lo sguardo puntato su di lui di una ragazzina con delle labbra dolcissime. La conobbe e si fecero pure delle foto tanto era carina. Poi se la portò in albergo.
I loro giorni a Ho Chi Minh City si esaurirono con questa piacevole monotonia. Si sentivano tutti ripagati dall’ingiustizia e dalla durezza del viaggio di lavoro fatto fino a lì. Ogni marinaio è convinto che in ogni porto ci sia una donna per lui che l’aspetta, ma non si aspettavano che una donna diversa li avesse aspettati per ogni sera della loro permanenza. L’ultima sera in Vietnam decisero di tornare nel primo locale in cui erano stati in città. Era una sorta di disco-pub pieno di fasci di luce rossi e blu. Si ubriacarono in modo esagerato ad un tavolo blu che aveva il privilegio di stare al centro della sala e di dominare la scena. Pjer era alla ricerca della sua ultima ragazza vietnamita e voleva concludere in bellezza. La vide per la prima volta con la coda dell’occhio che gli passava accanto per raggiungere un jukebox alle sue spalle. Quando la canzone melensa finì, quella ritornò al jukebox guardandolo con curiosità. Aveva un corpetto tigrato che a malapena tratteneva delle tette portentose. Mentre tornava indietro, dopo aver messo la stessa canzone di prima, Pjer si sporse in equilibrio sulle gambe posteriori della sua sedia per intercettarla con un sorriso. -Ciao tiger girl! –. Le disse e lei rispose: -Ciao tiger boy!-. Era una “business girl” di alta fascia. Glielo disse nell’ascensore dell’albergo, mentre salivano in camera dopo aver concluso la serata a ubriacarsi brutalmente. Pjer pensò che, come ultima notte in città, se la poteva concedere una puttana da ottanta dollari. Sul letto, al buio, Pjer le tastò, le lecco e giocò per più di un quarto d’ora con le sue tette sode e giganti rigate di luce intermittenti che entrava dalle fessure della finestra. Senza capire veramente il perché gli piacessero così tanto glielo chiese. Erano rifatte. In tutti i suoi viaggi, Pjer non aveva mai incontrato dei seni riempiti di silicone. Era strabiliato, non ci riusciva a credere. Gliele strinse il più forte che poteva e lei non sentiva nulla. Poi scese in fondo e, tirata su la corta gonna sulla pancia, incominciò a leccargli la fica con profonda riconoscenza e amore. “Tiger girl” ansimava e diceva monosillabi senza senso. Pjer si accorse subito che, al gusto, la vagina di quella donna non aveva il solito sapore, anzi non ne aveva nessuno in particolare. Cominciò a sospettare che fosse una donna finta. Fatta di silicone, acqua e gomma. Quando fu tutto finito, “tiger girl” se ne andò lasciando solo Pjer nella stanza ancora calda. Aveva chiesto di essere pagata in anticipo per potersene andare nel corso della notte. Pjer si alzò dal letto con un mal di testa precoce da sbornia e andò nel bagno della camera d’albergo. Davanti allo specchio notò che aveva la bocca come infiammata e sul mento c’erano macchie rosa ancora fresche. Tirò fuori la lingua e la scoprì tutta arrossata. Si lavò con una smorfia di disgusto e un principio di conato di vomito. Aveva la faccia, la bocca e la lingua completamente sporche di sangue mestruale. “Tiger girl” aveva le mestruazioni. La mattina dopo, sul ponte della nave-cargo che salpava sul fiume Saigon, non disse niente a nessuno della sua disavventura della sera prima. Sapeva, da marinaio, che tutti i marinai sono molto superstiziosi e che i suoi compagni avrebbero interpretato l’accaduto come un presagio di morte e sventura.
Quando entrarono nella tempesta, che si stava abbattendo sulle coste cinesi del Mar Giallo, Pjer incominciò a sentirsi dentro il sapore amaro del sangue che non aveva sentito sulle papille gustative. Già da mezz’ora la nave era completamente fuori controllo. Le oscillazioni erano diventate molto preoccupanti, tanto che per qualche secondo, sul fianco, la nave aveva dato l’impressione di volersi capovolgere. Pjer raggiunse le strumentazioni arrampicandosi sul radar. Sul fondo della plancia, in una posizione scomposta, “Capo” aspettava la fine con dignità, senza piangere, ma con gli occhi che gli lacrimavano per la stanchezza. Pjer raggiunse il quadrante dell’inclinometro: la lancetta superava i 180 gradi. Battè col pugno su vetro dello strumento, ma non era rotto. Pjer era incredulo. Alla scuola di marina ti insegnano che quando l’inclinazione della nave osa avvicinarsi soltanto ai 180 gradi, il ribaltamento è inevitabile. Quella situazione era impossibile. Pjer si infilò una mano in tasca; impugnò il telefono cellulare che si portava dietro; scattò una foto del quadrante con la fotocamera incorporata. Se fosse sopravvissuto, pensò, suo padre non avrebbe creduto ai suoi occhi guardando la fotografia.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'