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Il 13 settembre 1506, alla corte dei Gonzaga, muore Andrea Mantegna. Cinquecento anni dopo, tre grandi mostre, a Padova, Verona e Mantova, fino al 14 gennaio 2007

Il 13 settembre 1506, alla corte dei Gonzaga, muore Andrea Mantegna. Cinquecento anni dopo, tre grandi mostre, a Padova, Verona e Mantova, fino al 14 gennaio 2007 faranno rivivere l’arte di uno dei grandi pittori della storia, attraverso i suoi capolavori e le opere di alcuni degli artisti dell’epoca, protagonisti del rinnovamento del linguaggio figurativo del nord Italia. L’evento è stato reso possibile grazie al coinvolgimento e al contributo di oltre 56 studiosi e numerosi musei di tutto il mondo, da cui provengono, ad esempio e solo per citare alcune opere, il San Marco (prestato dallo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte), la Madonna con il bambino addormentato – Madonna Simon (dai Musei di Stato di Berlino) e la Madonna con il il bambino serafini e cherubini – Madonna Butler (dal Metropolitan Museum di New York).
(http://www.andreamantegna2006.it/ita/home.html)

Di eccezionale rilievo la “restituzione” della cappella Ovetari, all’interno della chiesa degli Eremitani, che dopo il distruttivo bombardamento del 1944 nessuno aveva più potuto ammirare. In 80.000 piccoli frammenti si era dispersa la pregevole opera del Mantegna e di altri artisti dell’epoca. Grazie all’anastilosi informatica, circa il 20% di quei frammenti, raccolti subito dopo il bombaramento e conservati per sessant’anni nelle casse, è stato recuperato grazie a un algoritmo e ad una particolare procedura che ha permesso di ottenere una efficace, anche se quasi completamente virtuale, ricostruzione dell’opera.

(anastilosi informatica: http://www.pd.infn.it/~labmante/Sottopagine/ferrara/sld001.htm)

Sulla parete sud della cappella sono stati ricollocati i frammenti su pannelli monocromi, mentre sulla parete nord viene proiettata l’immagine degli affreschi riportati virtualmente in vita.

Tutto inizia a Padova, o meglio nel piccolo paese di Isola di Carturo, dove nel 1431 nasce Andrea, da una famiglia poverissima, così povera da non potersi permettere neanche di allevare quel figlio. Ed ecco così un ragazzino biondo di undici anni, ribelle e solido, dato “in adozione” a Francesco Squarcione: un consapevole e responsabile caposcuola oppure un impresario sfruttatore di giovani talenti? La storia ci tramanda entrambi gli aspetti di questo personaggio; si narra, ad esempio, che come compenso alla realizzazione di una pianta della città di Padova (1465) egli chiese non già denaro, ma di avere cancellate le sue proprietà immobiliari dalla carta e dall’estimo catastale, scomparendo così come contribuente. Uomo astuto e duro, che prima di essere pittore, già collezionista e antiquario, è stato anche sarto e dedito al ricamo, ma nella cui casa-bottega si formano comunque ben centotrentasette pittori.
Ma il temperamento intransigente di Andrea ha ben presto il sopravvento e nel 1448, a soli diciassette anni trascina il padre adottivo in Tribunale ottenendo la libertà, mettendo su casa e firmando il suo primo lavoro per la chiesa di Santa Sofia (di cui oggi resta soltanto la trascrizione della scritta ANDREA MANTINEA PAT. AN. SEPTEM ET DECEM NATUS SUA MANU PINXIT MCCCCXLVIII, da cui è stato possibile risalire al suo anno di nascita), venendo già definito “magister” e “pictor”.
Soltanto pochi mesi dopo, è incaricato dalla Imperatrice degli Ovetari di dipingere la sua cappella, nella chiesa degli Eremitani, insieme ad altri due pittori già affermati, Giovanni d’Alemagna e Antonio Vivarini, e all’esordiente Niccolò Pizzolo. Ben presto però, per varie vicende, Mantegna si trova da solo a portare a termine l’imponente opera, dopo essere di nuovo finito in Tribunale, per contrasti sorti tra gli artisti e tra gli stessi e la committenza.

E sono proprio gli affreschi della cappella degli Ovetari che mostrano il desiderio di Mantegna di trasporre nella pittura il modellato plastico della scultura, segnando la svolta rinascimentale della pittura italiana.
La superficie del muro assume il rilievo del marmo, il pennello sembra diventare all’improvviso scalpello e insieme all’uso virtuosistico della prospettiva consente di ottenere una perfetta tridimensionalità delle figure. L’opera esplode e crea il dialogo e il contatto con l’osservatore. Ma dove ha imparato tutto questo il Mantegna? Solo nella bottega dello Squarcione? A chi si è ispirato?
Oltre alla inevitabile influenza di artisti come Filippo Lippi, Andrea del Castagno e Paolo Uccello, sopra tutti egli segue il grande Donatello, che in quegli stessi anni è a Padova per realizzare i rilievi dell’altare maggiore della basilica di Sant’Antonio e la statua equestre del Gattamelata e nel cui cantiere si è formato appunto Niccolò Pizzolo, altro suo prezioso riferimento. Dalla scuola di Donatello impara la spazialità, la sconnessione dei piani prospettici, il crudo realismo nella rappresentazione del dolore, la lividezza e dinamicità delle figure, il movimento dei corpi.

Ma ora lasciamo a lui la parola, a noi resta l’onere di qualche improvvida e stupida domanda … come ad esempio:

Ci parli, di sua lingua, de l’arte sua e d’ogni altra cosa ch’ella ritiene degna d’esser raccontata…
Ma dove son capitato, poveretto me. Sti mentecatti slitterati ignorano pure che un pittore non gli aggrada di usare la favella … parla col penèl. Non vi basta il Parnaso?
Si, Maestro, d’accordo…

Ma ci piacerebbe ora lasciare che continuasse egli stesso nel racconto della sua storia, magari aiutato … ma già ci fa un cenno con la mano e ci mostra un appunto appena vergato per noi: ci informa che risponderà, sì, ma con parole d’altri, con commenti altrui, per non smentire alcuno, né confermare o alimentare dubbi.
Una domanda sulla prima opera che segna il destino del giovanissimo Mantegna e quello della storia dell’arte italiana: la cappella Ovetari. Incaricati inizialmente in quattro, Lei fu da solo a completarla; addirittura Niccolò Pizzolo, l’unico rimasto a lavorarLe a fianco, anch’egli altra complessa personalità e caparbio provocatore, fu “affrontanto e morto a tradimento”; l’Imperatrice poi si sdegnò quando si accorse che gli apostoli nella figurazione dell’Assunta erano soltanto otto e non dodici e rifiutò il pagamento; nel giudizio in Tribunale fu chiamato a periziare lo Squarcione, che definì i Suoi affreschi come statue colorate ricavate dalla “durezza dei sassi” piuttosto che dalla morbidezza dei pennelli.
Una serie di incresciosi incidenti o….

“Mantegna non doveva essere persona facile, tanto che un contemporaneo arrivò a definirlo ‘tanto molesto e rincrescevole che non è omo né vicino che possa pacificar con lui’” (I classici dell’arte – Rizzoli), ma “ben che quest’uomo riuscisse alquanto duro e asciutto di maniera, ciò non fu per altro che a cagione dell’esser egli nato e fiorito in quei tempi ne’ quali ancor la tenerezza era poco cognita…” (L. Scaramuccia – Le finezze de’ pennelli italiani – 1674).

A Venezia conobbe Niccolosia e la sposò: era la sorella del grande poeta del colore Giovanni Bellini. Sarà un matrimonio tranquillo (o almeno non abbiamo notizie in contrario) e un valido sodalizio e interscambio artistico con Suo cognato. Ma l’ira dello Squarcione aumentò, non la prese tanto bene… inoltre qualche probabile problema economico – sappiamo che dovette impegnare un anello di Niccolosia – insomma, l’aria di Padova diventava pesante?
Per questo, subito dopo aver portato a compimento la pala per l’altare di San Zeno, a Verona, il trasferimento a Mantova come pittore di corte?

“… lo Squarcione si sdegnò di maniera con Andrea che furono poi sempre inimici; e quanto lo Squarcione per l’adietro aveva sempre lodate le cose d’Andrea, altretanto da indi in poi le biasimò sempre publicamente. E sopra tutto biasimò senza rispetto le pitture che Andrea aveva fatte nella … cappella di S.Cristofano … ” (Vasari).

A Mantova, invece …
“Il mio carissimo Mantegna, solenne maestro”, parole del Gonzaga, in una raccomandazione al podestà di Padova… “Quando Andrea mostrava un suo lavoro, una pittura in tavola, in tela o su muro (…), c’era sempre una frazione di minuto nella quale l’attesa lievitava in ammirazione” (I classici dell’arte – Rizzoli).

Però, sempre a proposito del carattere, abbiamo informazioni davvero contrastanti: Maestro, Lei per alcuni era indemoniato, rincrescevole, superbo e fastidioso, per altri invece tutto gentile, amico incomparabile, di costumi amabilissimi… Si narra anche che, non sopportando di competere con altri artisti, assoldasse dei bravi per prenderli a bastonate. In ogni caso, persino alla corte dei Gonzaga, nel ritratto di famiglia della Camera degli Sposi, nessuno sconto, nessuna adulazione: “il marchese Ludovico esprime il suo valore nel suo stesso modo d’essere affaticato, la marchesa Barbara è rilevata in ogni sua durezza germanica; dei loro figli, il cardinale appare come respinto da ogni espressività nel viso appiattito, Gianfrancesco impietosamente dilatato in grassezza, Ludovichino e Paolina, i minori, incisi quasi crudelmente nella loro esilità esangue, vicina al rachitismo” (I classici dell’arte – Rizzoli). Ma nessuna lamentela?

“Nessuno protesta, nessuno si sdegna: a ragione” (I classici dell’arte – Rizzoli)

Un’ultima domanda, forse impertinente, a favore degli allievi della scuola OMERO.
Il Suo amico Felice Feliciano, di vasta cultura antiquaria, appassionato ricercatore in
ambito epigrafico e letterario, poeta instabile e vagabondo, che abbandona il suo lavoro di copista per dedicarsi alla ricerca della pietra filosofale, l’antimonio, parlando di Lei rivela come fosse un uomo “la cui grammatica e sintassi, in italiano, (fossero) zoppicanti; e il cui latino (fosse) deplorevole”….
Il genio non va di pari passo con la cultura?

A questo punto ci pare di notare qualcosa di strano… si alza dallo scranno, va dietro una tela, comincia a muovere un pennello… e all’improvviso tuona:

io ho potuto emanciparmi da quella condizione, unendo “ai beni del corpo e della fortuna quelli della mente”!

Segue un breve silenzio, lui ci guarda, torvo, e poi continua a spennellare rapidamente e mentre è tutto intento, noi ci guardiamo di sottecchi: pensiamo la stessa cosa?

Direi di sì, te la ricordi Isabella d’Este? Quel ritratto che lei chiese, per farne dono a una sua amica?
Ricordi che in proposito ella scrisse “ne ha tanto malfatta”, che l’immagine “non ha le nostre simiglie”… e poi si rifiutò di essere ritratta ancora?

Ci diamo di gomito, un cenno d’intesa – andiamo via? – mentre ci tocchiamo la pancia, il naso, una mano tra i capelli…via, via! … ma così? senza gli auguri per Natale?

… e senza nemmeno salutare??

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