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I bambini della Galleria d’arte moderna di Palermo

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Il 2 dicembre 2006, il comune di Palermo ha inaugurato la nuova Galleria d’arte moderna nella sede restaurata del complesso monumentale di Sant’Anna. A cento anni dall’istituzione della Civica Galleria...

Il 2 dicembre 2006, il comune di Palermo ha inaugurato la nuova Galleria d’arte moderna nella sede restaurata del complesso monumentale di Sant’Anna. A cento anni dall’istituzione della Civica Galleria d’Arte Moderna, nel 1906. Potevamo mancare noi di Omero?

 

Sono stupendi i bambini della Galleria d’arte moderna di Palermo. Ce n’è uno che… “piange” forse perché costretto nel marmo, privato del busto, non ci si stanca mai di guardarlo. Si arrende al bronzo un altro ne “Il riposo” e la stanchezza che vuol abbandonarsi al sonno ci parla del lavoro dei bimbi. Ma “Fiorenzo ha mangiato” ed è sazio e ci mostra nel quadro il piatto vuoto, il cucchiaio pulito e la sua faccia rubiconda. Somiglia a quello con gli occhi azzurri che si fa leccare dal cane, al Cupido del primo piano che ci intima di fare silenzio quando Venere dorme. Somiglia ai bimbi felici in braccio alla mamma di prorompente bellezza e sensuale maternità; “Ecco i miei figli” dice la scultura con le tre teste, “Ecce mater” dice quella accanto. Nel chiostro di San Giovanni degli eremiti il bimbo vuole afferrare le foglie mentre la madre lo sorregge. Sono felici prima di diventare piccoli adulti, inconsapevole solo la Faunetta che beve, ma Dante fanciullo si abbandona già al languore doloroso della prima visione di Beatrice e i Carusi nel grandioso quadro della sezione verista, forse la più bella, ci dicono la loro fatica nelle zolfare, il calore che li fa andare nudi, quello al centro ci guarda negli occhi, ed è un pugno allo stomaco. ” Parto da qui”, dirà Guttuso, vedendo il quadro. Piccoli adulti quindi: la fanciulla che va a prendere l’acqua con la pesante brocca in testa, quella che piange sulla sepoltura garibaldina, quella che prega ne “Le comunicande”, che si ribella e muore ne “I vespri siciliani” o il “Chierichetto che canta”. Piccoli prima di diventare adulti sul serio e allora il dramma sarà ancora più grande. Caino sopra un sasso si raggomitola su se stesso e ogni parte del corpo nella scultura appare forzata da una forza centripeta una tensione del rimorso che fa vibrare la pietra. Quella pietra morta invece, immobile ne “La madre dell’ucciso”, la madre che veglia il figlio ammazzato dai banditi, che si raccoglie anche lei sulle ginocchia ma non per accogliere un sentimento e farsene attraversare come il Caino, bensì per rappresentare il vuoto e l’immobilità di un dolore troppo grande. L’ira invece torna a vibrare a schizzare fuori dal bronzo ne “Gli iracondi” al piano terra, l’opera che tanto piacque a D’annunzio. E quella mano che trattiene la coscia, le pieghe della carne e la tensione dei nervi entrano dentro di noi. Adulti che soffrono quindi: Colombo in catene freme e gli amanti si abbandonano alla sconfitta perché “Amore e le Parche”, il viso realistico e ineluttabile di una delle Parche, sono contro di loro. Eva però accoglierà il male avvolta nelle spire del serpente e Armida ritornerà bambina, lei sì chiuderà il cerchio, perché Rinaldo, ferraglia languida di pupo abbandonata nel suo ventre, giocherà con lei maga bambina che non conosce il dolore.
E Philip D’Averio bambinone anche lui, col cravattino, un enorme sigaro in bocca e un grande cartello di “Vietato fumare”. Sta nel monitor all’entrata del bellissimo complesso Sant’anna: convento più palazzo in cui è stata allestita la Galleria. Ci dice che una vera città cosmopolita è una città che possiede una Galleria d’arte moderna. E la fortuna di Palermo è che non è dovuta andare a comprare opere chissà dove, sono pezzi in gran parte di autori siciliani che raccontano la storia di questa terra.
Vero è. Ci sono anche dei siciliani tra i futuristi, all’ultimo piano accanto a Guttuso, al suo ritratto. E la Palermo arabo-normanna nei quadri, e i paesaggi di struggente bellezza della campagna con l’asinello in primo piano che spia il tramonto, annusa l’orizzonte.
Vero è.

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