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Amara Lakhous: La verità nello specchio

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E’ schivo, quasi impacciato: l’immaginavamo diverso; leggendo ciò che altri hanno scritto di lui, l’abbiamo pensato come un gran dispensatore di sorrisi, furbo quanto basta per sgomitare e conquistare da protagonista la scena editoriale del momento col suo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”.

 

 

 

 

E’ schivo, quasi impacciato: l’immaginavamo diverso; leggendo ciò che altri hanno scritto di lui, l’abbiamo pensato come un gran dispensatore di sorrisi, furbo quanto basta per sgomitare e conquistare da protagonista la scena editoriale del momento col suo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”. A noi, invece, Amara Lakhous sembra timido. Un ragazzo coi capelli neri neri attaccati alla fronte e lo sguardo che va dritto a indagare l’interlocutore, che ascolta con attenzione, che risponde con schiettezza alle domande.
Nel presentare il suo libro, le relatrici – siamo a Fregene, ospiti della Biblioteca Pallotta –usano espressioni come “multiculturalità”, “multietnicità”, “tolleranza” “razzismo”, “identità culturale”, “molteplicità di identità”, citando al riguardo il romanzo “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello che frammenta l’identità del protagonista in una pluralità di individui pari al numero di coloro che lo osservano, lo giudicano, si fanno di lui una certa opinione.
Anche nel romanzo di Lakhous le identità di Ahmed (Amede’, Amedeo) sono frammentate, e il lettore ne conosce uno spicchio in più a seconda del giudizio che ne riferiscono gli abitanti del condominio: è buono, gentile, tollerante, disposto ad ascoltare e a capire, è innamorato di sua moglie, è garbato con la portinaia, aiuta senza starci troppo a pensare chiunque si trovi in difficoltà. Ma è anche uno che ha un passato da rimuovere: un gorgo di buio e di sangue che torna a tormentarlo nel sogno.
Intorno all’ascensore viene a coagularsi un’umanità disparata: una napoletana, un bengalese, un pakistano, un olandese, una peruviana, un romano, un milanese, due algerini… soggetti che vivono in un eterno contrasto tra loro e che trovano nell’ascensore l’elemento di scontro: la portinaia napoletana è convinta che gli inquilini le facciano dispetto sporcandolo di proposito, qualcuno vi piscia dentro, qualcuno ci porta il cane, qualcuno non lo usa perché gli sembra una tomba (Amedeo, e questo gli conquista la gratitudine della napoletana), e qualcuno vi è ucciso. Ma il romanzo, che sembrerebbe appunto partire come un giallo, in realtà è il racconto della propria verità da parte di ciascun inquilino, il quale – sulla base degli interrogativi non formulati espressamente: “Chi ha ucciso il Gladiatore? Che fine ha fatto Amedeo?” – esprime se stesso, le sue illusioni e disillusioni, il suo essere integrato, o malamente integrato, in un contesto urbano – la città di Roma – in cui crede/spera di trovare la propria strada: di realizzazione, di emancipazione, o di semplice sopravvivenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il romanzo è stato scritto in arabo (pubblicato ad Algeri) e poi tradotto in italiano. Ma la versione italiana non è il frutto di una traduzione letterale del testo: “Mano a mano che traducevo” racconta infatti Lakhous “mi accorgevo che il testo si discostava da quello arabo: c’erano metafore, espressioni che con l’arabo non hanno nulla a che fare; e anche la versione araba ha risentito dell’influsso italiano arricchendosi di metafore e modi di dire che appartengono all’italiano. Questo, secondo me, è il valore dell’interscambio culturale, quel processo osmotico per cui due civiltà si incontrano e si arricchiscono reciprocamente”.
“Ma chi è Amedeo?” chiede qualcuno “Non è che forse si tratta della stessa persona che abbiamo davanti a noi? Non è che il libro è in realtà un’autobiografia?”.
“Sì” risponde immediatamente l’autore spiazzando tutti “solo che, per dirla con Svevo (al quale era stata fatta la stessa domanda a proposito della Coscienza di Zeno): è un’autobiografia… ma quella di un altro!”.
Si ride. C’è però un certo disagio nell’aria, come se la multietnicità e l’inevitabilità dello scontro con l’Islam sia un argomento da trattare con le pinze, con quella circospezione che viene dal sapere che si tratta di un “problema” che coinvolge mentalità diverse, culture diverse, abitudini e contesti diversi, difficili da comprendere fino in fondo perché difficile l’approccio e la predisposizione all’ascolto; perciò le tante verità, le tante sfaccettature di uomini che sono complessi non solo perché uomini, e quindi dotati di una propria variegatissima ricchezza interiore, ma anche perché provenienti da mondi diversi, con usi – soprattutto religiosi – costumi, linguaggi, tradizioni che poco o nulla hanno a che fare con quelli italiani. E dunque:
“Ma quante verità ci sono?” è la domanda inevitabile.
Amara Lakhous risponde partendo da lontano: “Nessuno di noi può guardarsi coi propri occhi, solo gli altri hanno il privilegio di farlo. Ma ognuno ci guarda con occhi che tendono a soffermarsi solo su un aspetto basandosi su un particolare modo di intendere l’altro… Vi racconto una storiella. Indiana.” precisa “Ci sono due vecchi, sempre vissuti in campagna, un giorno il marito dice alla moglie: ‘Prima di morire voglio vedere la città’. La moglie lo sconsiglia ma lui non l’ascolta: va in città, entra in un mercato, s’intrufola in un negozio che vende cianfrusaglie; ad un tratto vede un vecchio, un viso interessante: gli abbozza un sorriso e anche quello sorride, allora lui sorride un po’ di più, e anche l’altro sorride un po’ di più, allora lui solleva timidamente la mano, e anche l’altro solleva timidamente la mano, lui fa un saluto più vivace e anche l’altro saluta con vivacità… Si avvicina il proprietario del negozio. “Voglio comprare questo” gli dice. “Lo specchio?”. “Si chiama specchio?”. “Sì”. Lo compra, torna a casa. Ed è un altro uomo: quel vecchio che gli sorride, lì, dall’angolino in cui l’ha nascosto, gli riscalda il cuore, e va spesso da lui, per guardarlo e lasciarsi contagiare dal suo sorriso. Ma la moglie si accorge del suo innamoramento per “quella cosa”, di nascosto va a vedere di che si tratta, e trova una vecchia arcigna, con lo sguardo cattivo: “Ma tu guarda, mi ha tradito con una vecchia più brutta di me” esclama, e rompe lo specchio”.
Nel silenzio che segue, ciascuno ha il tempo per pensare, per ripensarsi alla luce di una verità che sta negli occhi – e quindi nel pregiudizio? – di chi guarda.
“Ci sono tanti stereotipi in questo libro…” riprende lo scrittore.
“…Ma ci sono anche” interveniamo noi “degli elementi di rottura dello stereotipo: l’iraniano Parviz che si cuce la bocca perché vuol far capire che non è un immigrato qualunque, ma un rifugiato politico, perché è dovuto scappare, pena la morte, dall’Iran, e lì ha lasciato sua moglie, i suoi figli. Oppure Iqbal, che si sente morire per un errore commesso per ignoranza e leggerezza sul suo permesso di soggiorno: sono stati invertiti nome e cognome e quindi è stata creata una persona diversa, che non è lui, non lui, assolutamente no…”.
“Sì, certe volte lo stereotipo si rompe, ma in genere è difficile scardinare il luogo comune”.
Si continua ancora a parlare, a dibattere su problemi che erroneamente si pensa legati all’Islam e invece certe volte fanno parte di tradizioni culturali che con l’Islam non hanno nulla a che fare: “Per esempio l’eredità delle donne” dice “l’Islam riconosce alle donne un diritto pari a un terzo dell’eredità, ma le tradizioni berbere, per esempio, impediscono a essa di entrare in successione”.
Insomma, tanti errori da correggere, tante posizioni da rivedere, il tutto sulla base del dialogo, perché se si parla – se ci si sorride – si possono chiarire gli equivoci e intavolare discussioni che abbiano alla base la comprensione e il rispetto; se ci si chiude, se ci si nega anche al sorriso, si rimane arroccati sui propri pregiudizi e quando uno qualunque viene ucciso nell’ascensore, be’… almeno su questo siamo tutti d’accordo: non può essere stato Amedeo!

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