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Quella serata micidiale con John Sinclair

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Ero in Amsterdam. Pessima città: ovunque acqua, umidità, protestanti, tossici e puttane. Mi trovavo in quella merdosa Venezia nordica, ospite del mio buon vecchio amico Charlie Reveurs, per far visita al vecchio Barry Fitton, ultimo poeta beat europeo, ancora in vita.

Ero in Amsterdam. Pessima città: ovunque acqua, umidità, protestanti, tossici e puttane. Mi trovavo in quella merdosa Venezia nordica, ospite del mio buon vecchio amico Charlie Reveurs, per far visita al vecchio Barry Fitton, ultimo poeta beat europeo, ancora in vita. Avevo conosciuto Fitton in una fetish bar di Londra, il Kinky Cafè non lontano da Trafalgar Square, e un anno dopo ero andato a trovarlo nella sua casa tra le dighe per raccogliere un po’ di materiale su Ferlinghetti. Charlie mi aveva accolto nel suo splendido squat gelido, con i finestroni, i bagni in comune, quadri, pennelli e tempere. Una ex-scuola occupata vent’anni prima. Dormivo nella stanza cinese, quella che Charlie aveva addobato con dragoni di plastica oro e una collezione rarissima degli albi delle avventure di Tin Tin in Cina. Charlie era un grande fumettista, ma nessuno se n’era mai accorto. Il suo maggior successo era stato una serie di illustrazioni su Moby Dick di Melville, dieci anni fa. Ora insegnava in una elementare disegno artistico, ma in privato costruiva scatole magiche di scene di guerra e furti d’arte ispirati a “Comma 22” di Joseph Heller. Le scatole avevano un solo foro su un lato, ma a guardarci dentro si spalancava un mondo da una prospettiva sempre originale.
Passarono tre giorni prima che Fitton si degnò a darmi un appuntamento. In quello spazio di tempo mi limitai a disprezzare i miei connazionali che vagavano come zombie tra i canali e i McDonalds e a provare differenti qualità di funghetti allucinogeni molto deludenti. In completa solitudine parlavo con i tram e le papere che nuotavano tra la spazzatura gallegiante sotto i ponti vicino alla stazione e quelli mi rispondevano. Con il fegato completamente avvelenato andai al Bax Cafè un pomeriggio: lì, a un tavolo ricoperto di bicchieri di birra vuoti, trovai Barry Fitton. Ci scolammo tre-quattro Heineken, lui recitò tre-quattro poesie pornografiche alla cameriera e, verso le cinque, mi invitò a prendere un tea a casa sua. In quella bettola mi aprì sotto il naso una vaschetta per il gelato completamente piena di erba dalle punte viola, poì mi preparò un tea alle erbe e infine tirò fuori dal frigo mezza torta fatta d’erba: la locale e caratteristica Space Cake. Io avevo molta fame e di quella torta, che sembrava una banalissima torta di cioccolato e burro, ne presi addirittura sei fette. Un’ora dopo, in un ristorante vegetariano zeppo di fricchettoni con la tosse, la torta incominciò a farmi effetto. Prima mi prese la ridarella, ma fu molto breve. Poi chiesi a Fitton da dove cazzo fossimo entrati: la mia pressione stava precipitando e delle macchie nere mi invadevano la retina. Raggiunsi, non so come, l’uscita e vomitai rumorosamente su due biciclette incatenate assieme. No stavo certo meglio, ma tornammo, dopo cena, al Bax dove Fitton aveva un appuntamento con John Sinclair. Sinclair chi era costui? Avevo letto tempo prima un articolo su questo americano di Detroit su un giornaletto di contro-cultura bolognese. Sincalir era un ex-punk, un amico di John Lennon e, ora, in pensione a Amsterdam, un poeta anche lui come Barry Fitton. Ricordavo a grandi linee che era stato in carcere negli anni settanta (possesso di hashish? rifiuto della leva militare?) e che John Lennon aveva scritto pure una canzone su di lui prima di essere stato preso a calci in culo da Elvis e Nixon e rispedito sull’isola britannica. John Sinclair stava lì nel bar a sorseggiare cappuccino schiumoso e tallonato da un ragazzone dell’Illinois che, spompato da un numero imprecisato di fuck-and-suck-fifty-euro, gli faceva da fotografo ufficiale. Sinclair s’atteggiava da novello Rembrant con la penna tra l’indice e il pollice, il basco in testa e un cappotto nero seppia. Era molto elegante. Di contro io avevo il bavero sporco di vomito vegetariano e la mia andatura era alterata. Sinclair m’offri l’ennesima canna, o spinello che dir si voglia, fatto con un mix esplosivo di marijuana e oppiacei assortiti. Dopo quella fumata non ricordo molto: mi ritrovai su una stradina sferzata dal vento con Sinclair e un altro e sempre il fotografo americano porcone e ottuso, ma Fitton era sparito. L’altro era un certo Marcus, dj di una radio alternativa della città. Li stavo accompagnando a una nottata in diretta on-air con le poesie e le canzoni dell’ex-punk amico di John Lennon. Per farmi riprendere, il dj di nome Marcus, mi schiaffò in gola una pasticca di cui non ho mai scoperto il composto chimico, ma che mi fece letteralmente resuscitare. Potevo correre sull’acqua dei canali.
La radio era nella stradina in un palazzo striscionato. Salimmo delle scale di legno marroni e delle altre di metallo su un soppalco. Quella era la radio: la radio sul soppalco. Mentre Marcus smanettava al mixer, Sinclair recitava le sue poesie a memoria e, ogni tanto, lanciava una traccia hip-pop. A un certo punto mi chiamò con lui a imporvvisare un poema notturno (c’è una foto scattata dall’americanone a testimoniarlo). Io ruttai involontariamente nel microfono e a lui piacque a tal punto che quasi non cadde dal soppalco per il troppo ridere.
La mattina era arrivata: m’ero addormentato su un tram mattutino. A casa di Charlie, Charlie stava facendo colazione con un caffè e una canna. Mi sembrava brutto rifitare l’offerta e poi lui mi disse: “Se non fumo una almeno di queste la mattina, rischio di strozzarli quei ragazzini”. E andò a lavoro.

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