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Antonio Pascale: “Liberalizzare il romanzo”

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“«Cioè scrivere significa porsi un sacco di problemi. Cioè, capito. Non puoi, che ne so… per esempio… una cosa che mi ossessiona: puoi essere contro il potere e usare il suo stesso stile o no? Come dire, faccio un esempio, puoi essere contro i fascisti e usare la voce stentorea del Duce? In fondo il potere ti vuole stupido, no?»”.

“«Cioè scrivere significa porsi un sacco di problemi. Cioè, capito. Non puoi, che ne so… per esempio… una cosa che mi ossessiona: puoi essere contro il potere e usare il suo stesso stile o no? Come dire, faccio un esempio, puoi essere contro i fascisti e usare la voce stentorea del Duce? In fondo il potere ti vuole stupido, no?»”. In fondo il potere ti vuole stupido. E’ a questo punto della lettura che l’occhio si ferma e torna indietro, per leggere tutto daccapo. Perché si ha l’impressione
che sia stato detto qualcosa d’importante, qualcosa che è sfuggito e che varrebbe la pena invece fissare bene. Questo è lo stile di Antonio Pascale, ed è lui stesso ad inquadrarlo: “mi piace la chiarezza nello scrivere, non mi piace la semplicità”. La chiarezza, perché il lettore non deve minimamente sospettare il lavoro che c’è dietro. Nell’accordo delle parole, nel limare le frasi. “Una buona scrittura è quella in cui non si vede la fatica dello scrittore”, e convince, Pascale.
Il libro da cui è tratta la citazione dell’autore di origine napoletana – ma casertano di adozione – è “S’è fatta ora”, pubblicato recentemente dalla minimum fax. Nel corso dell’intervista avvenuta nel luogo congeniale ad uno scrittore (una libreria) e ad un giornalista (la caffetteria della libreria) viene spontaneo togliersi subito una curiosità. Perché definire “romanzo” un libro che poteva essere inteso come una raccolta di cinque brevi racconti, seppur evidentemente connessi tra loro? La risposta è ovvia. Perché si tratta di un romanzo. La visione che Pascale ha di questo strumento letterario è decisamente più ampia di quella a cui sono abituati la gran parte dei lettori. E la totalità dei critici, all’ossessiva ricerca di categorie fisse per un umano bisogno di catalogare, catalogare, catalogare. Storie raccontate senza una lineare scansione temporale caratterizzate non da grandi movimenti, bensì da piccoli spostamenti senza un preciso ordine. Perché lo scopo del personaggio è trovare se stesso. E questo può farlo anche se resta fermo esattamente lì dov’è.
In realtà il romanzo si è trasformato già svariato tempo fa. E allora lo scrittore chiederebbe volentieri a Bersani di firmare un decreto legge per “liberalizzarlo”, “e poi gli amanti della tradizione scendano pure in piazza con i cartelli: ‘questo romanzo non si tocca’”. Qualcosa insomma bisognerebbe fare per cambiare una mentalità diffusa, quella che rifiuta a priori le novità – si, perché se resta salda una certa idea, anche se le cose di fatto sono mutate da decenni, quando si cerca di imporre un nuovo modo di vedere di novità si deve parlare. E, diciamola tutta, viene anche più voglia di “lottare” con chi mostra le sue ragioni senza voler indurre a tutti i costi a pensare che questo cambiamento sia indispensabile anche per la propria vita, sebbene non se ne abbia mai avuto il sentore. C’è infatti un velo di umiltà in Pascale quando, rispondendo alla domanda su quale sia lo scopo del suo scrivere dice che “la scrittura è un atto di conoscenza come tanti altri. Non penso che sia più nobile di altre cose. Se sono seri e professionali i commercialisti valgono tanto quanto gli scrittori”. Chissà se tale atteggiamento è comune tra i suoi “colleghi”.

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