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Il capriccio di un Papa

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La prima sensazione, appena varcata la porta per la necropoli, è quella del caldo, come se un fiato guasto venisse ad alitarci in faccia il suo sentore di muffe, muschi e umidità. Subito dopo ci prende alla gola un senso di soffocamento.

La prima sensazione, appena varcata la porta per la necropoli, è quella del caldo, come se un fiato guasto venisse ad alitarci in faccia il suo sentore di muffe, muschi e umidità. Subito dopo ci prende alla gola un senso di soffocamento.
“Alcune persone mi chiedono immediatamente di tornare indietro” dice la guida, assicurandoci che un’eventuale ritirata non incorre quindi nel biasimo d’alcuno ed è, piuttosto, la normale reazione allo sconfinato bisogno di ampie prospettive e aria pura che ci alberga in cuore. Noi però, fingendo indifferenza al caldo, alle muffe e ai muschi resistiamo alla tentazione di riguadagnare rapidissimamente l’uscita e aspettiamo – ma il cuore va a tremila – che il gruppo si compatti. Ecco, ci siamo: oltrepassiamo una soglia e una porta di vetro scivola silenziosa alle nostre spalle chiudendoci nel tepore umidiccio di questo ventre di terra che conserva, tra tanti mausolei pagani, anche la tomba dell’apostolo Pietro. Ed è appunto Pietro che siamo venuti a cercare, il luogo in cui sono custodite le sue ossa, il residuo umano di un testimone straordinario: un concretissimo pescatore che ebbe il coraggio di lasciare la concretissima realtà fatta di pane e di pesci per imbarcarsi nella folle avventura di un Cristo che prometteva la vita eterna.
La guida enuncia date, numeri illustrando il luogo e le sue origini: ci troviamo a sette metri di profondità rispetto al piano di piazza San Pietro; sopra le nostre teste si ergono due basiliche, quella fatta edificare dall’imperatore Costantino nel 320 circa e quella voluta da papa Giulio II, la cui costruzione, iniziata dal Bramante intorno al 1500, venne poi affidata a Michelangelo.
Alle nostre spalle si stagliano spessi muri di contenimento datati 1940 (“fa fede il bollo papale”) anno in cui cominciarono gli scavi che hanno rivelato al mondo l’esistenza di questa necropoli. Davanti a noi il primo mausoleo. E’ un monumento funerario di rara bellezza, detto “Egizio” perché vigilato da una divinità con testa d’uccello e corpo d’uomo. Le luci, che filtrano dall’alto attraverso minuscoli fori, illuminano gli intonaci rossi delle pareti e alcuni sarcofagi mettendo in evidenza, di questi ultimi, i minimi particolari decorativi tra i quali, gioioso e spensierato, ci cattura il gesto di un suonatore di piatti colto nell’attimo stesso in cui i piatti, appena battuti l’uno contro l’altro, vengono aperti per far espandere il suono.
Dal momento in cui ci ha preso in consegna, la guida non ha smesso di parlare. E’ una ragazza che ci pare dotata di scarsa esperienza, rimastica il già detto cercando pretesti mnemonici per acchiappare le frasi che si ostinano a sfuggirle, e per mascherare l’insicurezza, si rifugia dentro fiotti di parole che disturbano la possibilità di contemplare il luogo straordinario che ci contiene.
“Da questa parte” dice, precedendoci lungo un viottolo di terra battuta stretto tra i monumenti funerari e leggermente in salita.
All’interno dei sepolcri ci sono mosaici, resti di anfore, scalette che conducono nel solarium dove, nel giorno del compleanno del defunto, i parenti venivano a festeggiarlo versando cibi e bevande in un apposito foro.
“Gli spazi attraverso i quali ci stiamo muovendo erano completamente interrati, perché l’imperatore Costantino, quando decise di edificare la sua basilica, fece erigere dei muri di contenimento e riempì di terra questi quartieri per offrire una solida base al pavimento della nuova chiesa”.
Dunque la terra, che ha protetto i sarcofagi, i dipinti, i mosaici, le urne, e che solo nel 1940 è stata rimossa per volontà del papa Pio XII.
“Perché proprio allora?” chiede qualcuno.
“Per assecondare il desiderio del papa che voleva essere seppellito quanto più vicino alla tomba di Pietro”.
Per costruire l’ultima dimora del papa fu quindi scavato in profondità ed emerse dal terriccio un cornicione che rivelò l’esistenza della necropoli.
“Dunque l’origine di tutto è il capriccio di un papa?” mormora un uomo che ogni tanto annota qualcosa su un taccuino. La guida strabuzza gli occhi: “Un capriccio? Direi piuttosto un desiderio. E di quale profetica illuminazione!”.
Proseguiamo. Il mausoleo che adesso ammiriamo è uno dei più grandi e meglio conservati. La guida ci suggerisce il nome della famiglia di appartenenza ma la parola latina si perde tra il brusio dei visitatori che si lamentano per il caldo. Ci avviciniamo per guardare con attenzione. Le nicchie contengono statue e frammenti di statue pagane, e gli intonaci fioriscono timidamente di tralci verdini nell’immancabile riferimento al rigoglio della vita anche dopo la morte. Nella parete di fronte, tra le piccole figure che ci sembrano guerriere, spicca l’impronta di un altorilievo mancante: “Si presume fosse Apollo” dice la guida, ma quali siano gli elementi a suffragio di tale presunzione ci resta sconosciuto.
Il caldo s’è fatto soffocante. Sui vetri a protezione dei mausolei s’è formato un velo di condensa e le goccioline brillano come minuscole concrezioni di ghiaccio. Dagli apparecchi di deumidificazione collocati per terra viene un ronzio continuo e qualche scatto che ogni tanto ci fa sobbalzare, anche perché una delle visitatrici ha cominciato a fare delle osservazioni che ci trasmettono parte della sua ansia: “Ci fosse un terremoto proprio adesso…”. E già pensiamo al terremoto, al vibrare delle pareti, l’ondeggiare pauroso di questo mondo sommerso, strappato alla sua pace da mani curiose che hanno scavato e scavato, estratto la terra che compattava i vuoti compromettendone la stabilità.
“Quella è Venere che esce dalle acque” sta intanto illustrando la guida e – col cuore in gola e i sensi all’erta semmai un qualche tremore faccia ballare il pavimento – ci avviciniamo a guardare il dipinto di un uccello appena visibile sopra un muro: “E’ una pernice, sacra appunto a Venere”, e vorremmo chiederle se è la figura sbiadita dell’uccello che rimanda a Venere (perché a lei sacro) o non piuttosto il contrario: si presume sia una pernice perché il mausoleo è dedicato a Venere. Ma la ragazza è già oltre, ci precede a una svolta e la perdiamo di vista.
Il mondo dei pagani coi suoi simboli, le epigrafi, i pavoni e il rigoglio di pampini ci manifesta il suo credo in una vita dopo la morte a gloria di Bacco, dell’ebbrezza di un sonno intessuto di sogni felici: la carne non risorge, la sofferenza non riscatta; ci si ubriaca e si vive per sempre in un altrove senza pretese. E i piccoli oggetti d’arredo, i sarcofagi e i dipinti, non sono che dettagli, segni a perpetrare la tradizione e consacrare la vita a dispetto della morte in una ritualità che esalta le forme e poi le affida alla corrosione del tempo.

Non abbiamo più voglia d’ascoltare la ragazza. Vorremmo che finalmente tacesse, che ci desse il tempo di assorbire l’incanto di questo luogo, dove la morte non fa più paura perché vanificata dallo sfaldarsi dei secoli. Ma non è possibile. C’è una donna vestita di celeste che non smette di fare domande: sul colore dei laterizi (“Perché laggiù sono più rossi e qui, invece, quasi gialli?”), sulla consistenza dell’argilla, sui riti funebri e la decodificazione delle epigrafi, sul tipo di bevande che dal solarium venivano versate nelle tombe, sui parenti del morto, l’età dei defunti, la foggia dei vestiti e il tipo di calzari. E si sporge, sgomita, vuol essere sempre in prima fila.
“Siamo davanti al mausoleo M” dice la guida “il cui tetto è l’unico ad essersi conservato. E’ così piccolo rispetto agli altri perché occupa lo spazio tra due costruzioni già esistenti. Sul tetto potete vedere l’immagine del Cristo Sole, raffigurato secondo l’iconografia pagana: sembra infatti una rappresentazione di Apollo con l’aureola simile a un disco solare. Sulla parete di sinistra c’è un uomo che pesca, dunque Pietro, a destra un’immagine biblica: Giona inghiottito dalla balena, la morte e la rinascita…” giudiziosamente si sposta per lasciarci passare. La donna in celeste vuole vedere il pesciolino pescato da Pietro, e la balena, e Giona, dov’è Giona? E si sporge, spinge il naso contro il vetro, si lucida gli occhiali che le si sono appannati, cede il posto agli altri e poi, quando tutti abbiamo visto, torna indietro, s’accosta a un tizio in giacca e cravatta: “Ma lei l’ha visto il pesciolino?” chiede sospettosa, quasi qualcuno l’avesse defraudata d’un bene che le spetta di diritto, perché l’ha pagato il biglietto, e dunque deve vedere tutto.

Eccoci al muro rosso finalmente, appoggiata al quale (ma non la possiamo vedere) c’è la tomba di Pietro: “Che fu seppellito a testa in giù, per rispetto a Cristo”.
Ma che vuol dire per rispetto a Cristo? E ci sovvengono le parole dell’apostolo: “Crocifisso? Come il mio Signore? Oh no, non ne sono degno”. E gli aguzzini, per oltraggio e beffarda concessione, lo crocifissero a testa in giù
Sostiamo davanti a quella che la guida ci indica come la tomba di Pietro. Non riusciamo a vedere il muro rosso, che dovrebbe essere alla nostra destra, né altro che possa farci pensare alla tomba con copertura “a cappuccina” che avevamo intravisto nel plastico, prima di scendere nella necropoli. C’è solo un intersecarsi di muri, un incastro di mattoni e laterizi dai quali è difficile discernere qualcosa. Intanto la donna curiosa spinge e si fa avanti: “Dov’è il muro rosso, non lo vedo. Signorina… signorina me lo vuole mostrare?”. Ma la signorina s’è arrampicata su per una scaletta e ci attende in uno slargo sopra le nostre teste. Ci arrampichiamo pure noi. “Signorina, io il muro rosso non l’ho visto, se per favore vuole mostrarmelo…” e fa per tornare indietro, di nuovo giù per la scaletta. Ma la guida la blocca: “Non è possibile, è già chiuso”.
Chiuso? Immaginiamo un’altra di quelle silenziosissime lastre scorrevoli che un congegno automatico ha azionato senza che noi ce ne accorgessimo chiudendoci definitivamente alle spalle il quartiere dei monumenti sepolcrali. Per un attimo pensiamo agli avveniristici sistemi di chiusura e apertura delle porte che ci incantavano da bambini nei telefilm di fantascienza, e comprendiamo che di fantascientifico, in questo budello di terra vecchio di venti secoli c’è moltissimo: il sistema di deumidificazione, di illuminazione (a bassa emissione di calore e con uso di fibre ottiche), di controllo delle temperature, di allarme, di apertura e chiusura delle porte…
“La colonnina che potete vedere lì a destra appartiene all’edicola di Pietro” informa la guida.
Si fa improvviso silenzio, anche la curiosa finalmente tace. E la guida riprende fiato appoggiata a una ringhiera. Un brivido ci scivola dalla nuca giù per la schiena. E’ un’emozione inaspettata, che abbiamo cercato per tutto il percorso e che ci sfuggiva. E ora eccola qui, intatta, nello stupore di essere a tu per tu con qualcosa che riguarda Pietro, il pescatore di uomini, il rinnegatore del Cristo e il suo discepolo più fedele se dopo il canto del gallo non ci furono più pretesti per non proclamarsi cristiano, vivere, predicare e morire della stessa morte del suo Maestro.
La colonnina è bianca, esile, tenera e scintillante. Pensiamo a quanto di anni e di silenzio sia piena, a quanta storia l’è scivolata sopra lasciandola imperturbata guardiana del sonno di Pietro.
Vorremmo uno stilo, un chiodo, un pezzo di ferro per incidere sul “muro dei graffiti” un segno del nostro passaggio e sciogliere nella scrittura il groppo che all’improvviso ci stringe la gola. Ma la guida è dietro di noi, ci invita a uscire. Guardiamo ancora la colonna, pensiamo al drappo rosso che si dice avvolgesse le ossa di Pietro, vorremmo scrivere se non altro un biglietto e introdurlo furtivamente tra i laterizi. Ma è tardi, bisogna andare. Gli altri scivolano verso l’uscita. La guida ci sollecita impaziente. Allora, procedendo a ritroso con l’andatura dei gamberi, lasciamo malvolentieri che la visione del Trofeo di Gaio – di cui la colonnina è parte – si nasconda alla nostra vista. Un’altra porta, questa però di legno, si chiude a sipario sigillando gli scavi e restituendo alla sua pace ciò che resta di Pietro.

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