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Fabio Viola: “Scrivere un racconto, è un po’ come entrare in un negozio d’armi”

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…Ma sai anche che c’è c’è che una cosa così non poteva succedere proprio a me che non so più dove pigliare i pesci che mio marito ormai c’ha il respiratore attaccato e io l’artrite che a forza di uscire con il freddo e la neve ti pare che non mi veniva a me?

“…Ma sai anche che c’è c’è che una cosa così non poteva succedere proprio a me che non so più dove pigliare i pesci che mio marito ormai c’ha il respiratore attaccato e io l’artrite che a forza di uscire con il freddo e la neve ti pare che non mi veniva a me? Questa della truffa di Vanna è una grande falsità io lo so che lei e Paciugo sono onesti sennò come vincevamo al lotto… Vanna è santa e io adesso che l’ho saputa in carcere non mi do pace…” Così l’uomo comune sfiorato dalla Storia. Diverso, lontano, dai tratti ironici e dissacranti (ai limiti del nichilismo) di chi scrive; pronto anche a mettere subito da parte quanto fatto, per gettarsi su nuovi progetti.
Un percorso a tappe, un viaggio confuso, fatto di curve ed ellissi, accelerate, brusche frenate…e strade abbandonate. Ma forse, per Fabio Viola, è una vita perfettamente normale.

Non è mai semplice creare l’atmosfera giusta per intervistare uno scrittore. Ancora meno lo è cercare di comprendere come si inizia a scrivere, cosa si prova, come nasce una pubblicazione, e dove sono i punti di svolta di una carriera che spesso non ha filo logico… oppure lo trova in un andamento discontinuo e frammentato. Ma ricostruiamo dal principio…

Il suo nome?
Fabio Viola

In vita dal…
1975

Professione?
Lo stato di disoccupazione in cui mi trovo al momento mi permette di dire scrittore. Ma è una cosa temporanea.

Quando ha iniziato a far scorrere inchiostro?
Inchiostro mai. Ma digito sul mio portatile dal 2002, più o meno.

Come definirebbe la sensazione che si prova, quando si inizia a scrivere?
Se ti riferisci alla prima volta che ci si mette a scrivere un racconto, in assoluto, è un po’ come entrare in un negozio d’armi: un misto di soggezione ed eccitazione. Se invece ti riferisci a quando si inizia a scrivere qualcosa di nuovo, è un po’ come andare dal dentista.

Poco dopo, è nato un progetto letterario composto da… ellittici.
ellittico è nato come progetto di un gruppo di studenti di un corso di scrittura creativa, voleva essere un contenitore di racconti a tema. Organizzavamo reading, tentavamo di dare un taglio quasi “sperimentale” (parola triste) al nostro modo di fare letteratura. I risultati sono stati buoni e in costante crescita, non solo per l’attenzione che parte della stampa ci ha dedicato. Tramite ellittico abbiamo fatto letture singole, a due voci, abbiamo fatto leggere robot, pubblicato libercoli, abbiamo invitato più o meno famosi, finché non sono stati i famosi a chiedere di venire a leggere da noi. A quel punto, ovviamente, abbiamo chiuso i battenti.

Che tipo di scrittore pensa di essere?
Uno molto confuso.

I suoi primi passi professionali però, hanno lasciato orme nei corridoi di un quotidiano storico.
Ho lavorato quasi cinque anni nel centro documentazione de Il Messaggero. È stata un’esperienza che non avrei mai pensato di trovarmi a fare, ed è durata più del previsto. Fondamentalmente procuravo materiale ai giornalisti e il relativo corredo di immagini per i loro articoli. Sembra un lavoro affascinante, ma in realtà è abbastanza alienante.

Cosa ha portato con se di quei 5 anni, e cosa ha lasciato volentieri dietro le spalle?
Banalmente, porterò con me i miei colleghi e le loro facce. Dietro di me lascio volentieri un lavoro che non poteva darmi granché in termini di realizzazione professionale, sempre che sia possibile una realizzazione professionale quando non si ha alcuna professionalità specifica: sono laureato in Lingue e letterature scandinave.

Altra tappa (o forse svolta) è la pubblicazione di Effetti Collaterali – Dal caso Ricucci a Vanna Marchi, una raccolta di racconti pubblicata dalla Giulio Perrone Editore. Come è nato il progetto?
È nato dal desiderio di concretizzare quanto si andava sviluppando intorno a ellittico come combo (unione, ndr.) di giovani autori. Tutti in qualche modo erano entrati in contatto con il sito, dall’interno o dall’esterno, e avevano contribuito a renderlo migliore coi loro testi. Perciò ho proposto agli autori di scrivere un racconto prendendo come spunto un fatto di cronaca, elaborandone le possibili conseguenze sulla vita delle persone. Col tempo Effetti collaterali ha visto la luce, e dopo “solo” due anni e mezzo ha trovato la sua incarnazione cartacea.

Il libro è stato anche definito …irriverente, amaro e ironico, concreto e surreale, violento e tenero… Con quali occhi lo vede, chi ha ritagliato e incollato le sue pagine?
Come qualcosa di distante. Ora se ne va per la sua strada.

La prefazione è di Oliviero Beha. Cosa le ha detto il giorno della presentazione, tra gli scaffali di Feltrinelli?
Mi ha detto: “Me ne mandi una o due copie a casa? Se esco col libro suona l’allarme”.

Le svolte non finiscono mai…ora è in partenza.
Sì, finalmente.

Dove se ne va?
A Osaka. Una città che amo di cui si è ultimamente parlato anche in Italia perché un tizio, dopo aver pagato il conto al ristorante, è andato alla cassa e ha chiesto, coltello alla mano, che gli venisse consegnato l’intero incasso. La stranezza della sequenza è ciò che rende questo (peraltro inusuale) fatto, un fatto giapponese.

Che ci va a fare?
Andrò a insegnare l’italiano. Quindi fondamentalmente a impararlo a mia volta.

Continuerà a scrivere da li?
Sì.

Chi o cosa sarà Fabio Viola a Osaka?
Sarò io, però a Osaka.

Buon viaggio o In bocca al lupo?
Non so come rispondere.

Tornerà?
Certamente. Appena sarò riuscito ad ambientarmi e mi ci sentirò perfettamente a casa, tornerò in Italia.

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