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A Dino Buzzati nel centenario della nascita

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In quella stanza densa di fumo, il tempo non passava mai o magari sì. Non ce ne accorgevamo perché nell’attesa di un evento straordinario credevamo di ingannare…

In quella stanza densa di fumo, il tempo non passava mai o magari sì. Non ce ne accorgevamo perché nell’attesa di un evento straordinario credevamo di ingannare… “la monotona routine redazionale notturna. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita.” Come a Giovanni Drogo il giovane ufficiale di passaggio nel presidio della fortezza Bastiani, e poi rimasto lì in attesa, per lunghi anni ,del momento decisivo nella sua carriera: l’attacco del nemico. Ma non era solo questo a farlo restare: ”se era solo questo Drogo sarebbe ugualmente partito; ma c’era già in lui il torpore delle abitudini, la vanità militare, l’amore domestico per le quotidiane mura. Al monotono ritmo del servizio, quattro mesi erano bastati per invischiarlo… però non lo sapeva, non sospettava che la partenza gli sarebbe costata fatica né che la vita della fortezza inghiottisse i giorni uno dopo l’altro, tutti simili, con velocità vertiginosa. Ieri e l’altro ieri erano uguali, egli non avrebbe più saputo distinguerli. Così si svolgeva alla sua insaputa la fuga del tempo.” Il tempo che ci possiede, ci fissa in una posa fino alla vecchiaia o ci sfalda dal di dentro: le nostre certezze i nostri sentimenti .
Il giovane principe de “i sette messaggeri” partito ad esplorare i confini del padre, continua ad allontanarsi per anni ed anni senza incontrare segnale di frontiera. Egli pur mandando regolarmente indietro fidati messi, finirà per perdersi nel silenzio e nella fatica degli anni moltiplicati agli anni: “Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo,e in esse trovavo nomi dimenticati,modi di dire a me insoliti,sentimenti che non riuscivo a capire…M an mano che avanzo verso l’improbabile meta,nel cielo una luce insolita,nell’aria presagi che non so dire.”
Come nella realtà più prosaica di “Enrico Rocco, di 31 anni, gerente di una azienda commerciale”. Si chiude nel suo ufficio a scrivere una lettera d’amore: ”Gentile Ornella, mia Diletta, Anima cara, Luce, Fuoco che mi bruci, Ossessione delle notti, Sorriso, Fiorellino, Amore…” ma entra il fattorino e poi il sarto e poi squilla il telefono, e poi la cugina Franca, e poi il commendatore Invernizzi, e lui negli spazi: ”…basta così poco all’amore…, per vincere lo spazio e oltrepass… Drèn il telefono… ”la segretaria di sua eccellenza Tracchi e poi l’ispettore e l’ingegnere Stoltz. Pronto! Pronto! “Quando durò il turbine? Ore, giorni, mesi, millenni? Al calar della notte si ritrovò solo, finalmente. Ma prima di lasciar lo studio, cercò di mettere un po’ d’ordine nella montagna di scartafacci. Sotto all’immensa pila trovò un foglio di carta. Riconobbe i propri segni…” Che baggianate. Chissà quando mai le ho scritte?”, si chiese, cercando invano nei ricordi, con un senso di fastidio e di smarrimento mai provato, e si passò una mano sui capelli oramai grigi. ”E chi era questa Ornella?”

Le pigre abitudini, gli inganni del tempo, l’attesa di glorie future. Per Drogo “un presentimento o solo speranza di cose nobili e grandi lo aveva fatto rimanere lassù? Ma poteva anche essere soltanto un rinvio. Egli aveva tanto tempo davanti. Tutto il buono della vita pareva aspettarlo… nel fondo dell’animo c’è perfino la pavida compiacenza di aver evitato bruschi cambiamenti di vita, di poter rientrare tale e quale nelle vecchie abitudini… pareva evidente che le speranze di un tempo,le illusioni guerriere,l’aspettazione del nemico del nord,non fossero stati che un pretesto per dare un senso alla vita” Ma poi finalmente nella valle desolata che aveva a lungo perlustrato, ”proprio in fondo, là dove ogni immagine svaniva entro alla cortina perenne di nebbia, gli parve di scorgere una piccola macchia nera che si muoveva. ”Finalmente! Fossero i Tartari o il colombre per ciò si è spesa la vita, l’ ufficiale di vedetta alla fortezza,il marinaio ad inseguire e farsi inseguire dal colombre, “lo squalo tremendo e misterioso” che solo la vittima riesce a scorgere,” e quando l’ha scelta la insegue per anni ed anni, per un’intera vita, finché è riuscito a divorarla…Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene.” Finché, vecchio, gli va incontro: ”Mi ha scortato da un capo all’altro del mondo con una fedeltà che neppure il più nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui…” ma dalle stesse parole del mostro capisce di essersi sbagliato, di aver buttato l’esistenza, perché quello non lo inseguiva per divorarlo bensì per consegnargli “la Perla del Mare che dà a chi la possiede fortuna potenza amore e pace dell’animo. Ma era ormai troppo tardi”; ed anche Giovanni Drogo alla fine della vita, proprio quando dal confine sembra muoversi qualcosa e la fortezza riempirsi di giovani leve, deve andar via dimenticato da tutti, e morire, solo, in una locanda lungo la strada. Eppure continua ad illudersi a rifugiarsi nelle proprie speranze: ”Si innestò nella vita di Drogo un’attesa supplementare, la speranza della guarigione” come il malato della clinica che s’illude di curare in fretta la sua febbriciattola ma che mano a mano si vede trasferito di piano, inesorabilmente dal settimo giù giù fino al primo, dove ci sono i casi più gravi, disperati. Alla fine: ”vide che le persiane scorrevoli,obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.”
La vita dell’ufficiale quindi “si era risolta in una specie di scherzo,per un’orgogliosa scommessa tutto era stato perduto”. E la morte ad attenderlo “Non l’avevi calcolata? … tu puoi fuggire per oceani e monti, te la terrai sempre chiusa dentro e, odiandola sopra ogni cosa, la nutrirai di te giorno e notte: mai ci fu madre altrettanto premurosa col suo bambino.”
Parole semplici a dirci l’attesa il tempo l’angoscia, a rendere credibile l’incredibile; la lingua limpida e concreta di un vecchio giornalista, scrittore per hobby e pittore per professione, a suo dire, “Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie” – 1967.
Raccontare l’amore per le Dolomiti,gli orsi la natura,raccontare le cose semplici,il Giro d’Italia: Parecchie cose, non moltissime, chi scrive ha visto correre, in un modo o nell’altro sopra la superficie del mare e della terra; mai però i grandi ciclisti in gara sotto il sole, con il numero attaccato alla schiena, i tubolari a tracolla e la faccia ingessata di polvere. Ha visto, per esempio, correre i bambini in ritardo verso la scuola, le saette del temporale attraverso il cielo, la gente in direzione dei rifugi antiaerei quando ululavano le sirene. Anche un ladro una volta ho visto correre, volava addirittura perché lo inseguivano, in via Andrea Del Sarto a Milano; e poi lo raggiunsero e lo pestarono, ma non potrei garantirlo perché tutto successe in fondo alla strada e c’era una grande confusione. Ho visto correre gli struzzi come schioppettate nel deserto d’Africa; correre attraverso la notte con molli e affascinanti curve i proiettili delle navi nemiche col loro luminoso rosso e qualcuno propriamente rimbalzava sull’acqua come un piattello, schizzando via impazzito. Ho visto correre i celeri treni all’approssimarsi del crepuscolo, coi loro finestrini già illuminati e i sogni e le fantasie pertinenti attraverso la campagna solitaria; ed erano bellissimi.
Raccontare senza “rompere l’anima al lettore”,diceva, senza emulare imitare plagiare, piuttosto indispettendosi per quella critica che fa due più due: “Da quando ho cominciato a scrivere,Kafka è stato la mia croce…Alcuni critici denunciavano colpevoli analogie anche quando spedivo un telegramma..”.
Raccontare l’amore,la solitudine dell’amore:
“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e stretti insieme dietro i vetri,guardando la solitudine delle strade buie e gelate,ricordassimo gli inverni delle favole,dove si visse insieme senza saperlo…..”Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro,stringendoci dolcemente,nella calda stanza…ma tu-ora mi ricordo-non conosci le favole antiche dei re senza nome,degli orchi e dei giardini stregati…Dietro i vetri,nella sera d’inverno,probabilmente noi rimarremmo muti,io perdendomi nelle favole morte,tu in alcune cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”,ma tu non ricorderesti….Vorrei anche andare con te in una valle solitaria ad esplorare i segreti dei boschi. Fermarci sul ponte di legno,ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai…Tu diresti “Che bello!”Niente altro diresti perché noi saremmo felici.. Ma tu -ora che ci penso-tu ti guarderesti attorno senza capire e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza,mi chiederesti un’altra sigaretta,impaziente di fare ritorno. E non diresti “Che bello!”Perchè purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici…Ed io sarei solo. ..Ma almeno vorrei rivederti.. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare-ti prometto-gli scricchiolii misteriosi del tetto,né guarderò le nubi,né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili,che pure io amo…Ma tu-adesso che ci penso- sei troppo lontana…dentro a una vita che ignoro e gli altri uomini ti sono accanto…ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me…Io sono ormai uscito da te,confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te,e mi piace dirti queste cose.”

I testi citati sono tratti da Il deserto dei Tartari, I racconti: I sette messaggeri, Una lettera d’amore, Il colombre, Sette piani, Inviti superflui, In quel preciso momento. Articoli e interviste dal “Corriere della sera”.

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