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A casa di Garrone

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-Allora Garrone ci può ricevere questo martedì. Ha detto solo per un’ora che sta lavorando-. Stefano Petti è alle strette: deve consegnare la sua tesi su Matteo Garrone e si laurea lunedì 27.

-Allora Garrone ci può ricevere questo martedì. Ha detto solo per un’ora che sta lavorando-. Stefano Petti è alle strette: deve consegnare la sua tesi su Matteo Garrone e si laurea lunedì 27. Petti (d’ora in poi lo chiamerò solo così) è uno studente di cinema alla Sapienza che ho conosciuto durante un esame di etnomusicologia. Quando mi ha detto l’argomento della sua tesi, l’ho pregato di fargli d’assistente in una ultima intervista al regista. Garrone, forse il regista più importante attualmente in Italia, già autore di cinque lungometraggi, sta lavorando alla sceneggiatura del suo sesto film. Ecco la sua filmografia: Terra di Mezzo (1997), Ospiti (1998), Estate Romana (2000), L’imbalsamatore (2002), Primo Amore (2004).
Martedì, io e Petti, ci incontriamo davanti alla “porta magica” di Piazza Vittorio. Garrone abita in uno dei palazzoni piemontesi che si affacciano sulla piazza, con un portone gigante dove hanno ritagliato una porta più piccola, con il vestibolo e con un atrio profondo. Saliamo le strette scale costruite lungo il perimetro dell’atrio che ci portano al terzo piano. Già al secondo piano si soffre di vertigine. La casa di Garrone è anche la sede dell’“Archimede”, la sua casa di produzione, nonché il set del suo terzo film Estate Romana. Infatti sopra l’ingresso è appeso un enorme mappamondo di gesso, oggetto nel film di una piccola odissea. La casa avrà i soffitti alti almeno 4 metri. E’ arredata con tappeti e mobili antichi. Sui muri si intravedono nella penombra due quadri del regista, le locandine dei suoi film e alcune stampe. La casa è avvolta dalle ombre. Garrone, da buon regista, ha lasciato solo un paio di lampade accese che sono puntate sui muri. In un angolo c’è una grande lampada di plexiglas dipinta quasi interamente di nero: anche questa si vedeva in Estate Romana. Garrone è giovane (ha solo 38 anni), è romano e ha la faccia da tipico romano con la pelle olivastra e il sorriso ironico: si direbbe un “pischello” da queste parti. Ci sediamo a un tavolone di cipresso bitorzoluto che potrebbe stare benissimo in un convento di benedettini. Garrone, a capo tavola, ha dietro uno dei suoi quadri, un enorme quadrittico che raffigura tre personaggi. Il regista ha infatti una formazione artistica e un passato da pittore. Dall’intervista si capisce che il film a cui è legato maggiormente è il già citato Estate Romana, perché la protagonista, Rossella Or, è una attrice del teatro off anni ’70, una stagione underground molto sottovalutata sulla quale il padre di Garrone ha girato un documentario intitolato L’altro teatro. Scopriamo che Garrone non va mai al cinema, ma solo a teatro. Durante l’intervista il suo atteggiamento è anti-intellettuale e anti-autoriale. Garrone, come dice Petti, è un regista inadeguato nel senso che a alcune domande non sa proprio rispondere o risponde fischi per fiaschi. Proprio per la sua inconsapevolezza, si capisce che ha un atteggiamento artistico verso il suo lavoro. Dice di aver conosciuto Monicelli e aspirerebbe come lui a essere considerato solo come un artigiano del cinema. Dice di non leggere mai quello che scrivono su di lui per difendersi, per non contaminarsi. Non va mai al cinema per evitare la corruzione delle immagini. Insomma questa è la cosa più interessante dell’intervista: “parlare di arte è morte. Fare arte è vita”. Alla fine si spazientisce pure e dice che gli fa male parlare di queste cose e che per due settimane dovrà disintossicarsi. Prima di andare via ci fa vedere lo studio di lavoro dove sta scrivendo la nuova sceneggiatura insieme ad altri. Ci raccomanda di tenere tutto top-secret: noi ci sentiamo dei privilegiati. Ci fa entrare nello studio un po’ più illuminato delle altre stanze. C’è un tavolo al centro su cui sbirciamo i fogli della sceneggiatura (super top-secret) scritta all’americana in Courier New e con i dialoghi centrati. Sul muro c’è una tavola di compensato, che Garrone chiama tavolozza, su cui sono infilati in tasche trasparenti dei cartoncini colorati con degli appunti: sono le linee narrative del film. A Garrone, il regista-pittore, interessano le immagini, la resa formale del film: ci dice, alla fine, che lui si sente anche un po’ un truffatore nella costruzione di queste immagini. Con questa ultima cosa ci salutiamo. Il suo prossimo film, per la cronaca, uscirà tra più di un anno.

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