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Maurizio Braucci e un paio di cose sulla no-fiction

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Tempo fa parlavo con uno scrittore che si chiama Maurizio Braucci del genere letterario no-fiction. Prima di quella discussione avevo letto qualche romanzo di quel genere.

Tempo fa parlavo con uno scrittore che si chiama Maurizio Braucci del genere letterario no-fiction. Prima di quella discussione avevo letto qualche romanzo di quel genere. Voglio dire il genere che si frappone tra descrizioni narrative e inchieste giornalistiche. I libri letti erano: Vite di Riserva di Sandro Onofri, I Gladiatori di Antonio Franchini e A Sangue Freddo di Capote. Da pochi mesi era anche uscito Saviano con Gomorra. Ma non l’avevo ancora letto. Di Maurizio invece avevo letto un solo racconto.
Così finito di pranzare ci siamo messi a parlare di questa benedetta no-fiction che pareva stesse dilagando in Italia come l’unico esempio di letteratura seria e impersonale. Inoltre mi sembrava un tipo di letteratura che a Napoli avesse trovato il suo centro di propulsione. Insomma io feci quella chiacchierata pensando che fosse l’unica letteratura da fare in questo periodo.
– Ma in fondo cos’è tutta questa sete di realtà?
– Già cos’è…
– Ma tanto è tutta una bufala si è sempre scritto così.- Maurizio ne era convinto. Era una definizione poco accettabile quella di no-fiction, ogni forma narrativa secondo lui era nata nello stesso modo in cui nascevano quei romanzi detti no-fiction.
Effettivamente il termine venne fuori in America e da uno scrittore che aveva ben letto quegli scrittori americani che facevano della propria biografia il punto fermo di ogni trascrizione narrativa.
Hemingway prima di scrivere Fiesta aveva vissuto tutta quella serie di esperienze che la Stein definì della generazione perduta.
– Si parte da un’effettiva ricerca sul campo. Poi la si riporta su carta… allora lì entra in ballo la fantasia che deve rendere abbozzi di vita verosimili. Saviano ha scritto molte parti del suo libro usando la fantasia eppure…
– Per me la fantasia è sempre stata la capacità di intrecciare il reale. Quello che vedi e che ti capita. Ma non parlo di plot, ma di struttura o tensione da dare a un racconto.
– Esatto e il racconto no-fiction si scrive in questi termini. Ci si guarda in giro e poi ognuno sistema il materiale a modo suo. E solo in quel modo, Perché gli sembrerebbe stupido scrivere in qualche altro modo.
Dopo di che il caffè venne su. Eravamo tutti e due a casa di un nostro amico che era andato a riposare e ci aveva detto di svegliarlo per il caffè. Dopo il caffè comunque continuammo, sempre davanti a una finestra aperta, ma iniziava a farsi scuro malgrado fosse solo primo pomeriggio.
– Qual è il racconto di London che ti piace di più?
– Non li ho letti tutti, ma quello che mi avevi consigliato è una bomba.
Farsi un Fuoco…ecco in quel racconto c’è tutto per poterlo classificare no-fiction; eppure è un racconto che non viene considerato tale.
Non è che mi convincesse tanto però in fin dei conti era vero. Anche Manzoni quando scrisse I promessi sposi fece un’operazione di ricerca identica a quella che poteva aver compiuto un Sandro Onofri andandosene in America nei primi anni novanta.
– Ma sai qual è il fatto… è che soprattutto la letteratura è un lavoro di pazienza. Ce ne vuole davvero tanta. Oggi come oggi invece con queste cavolo di etichette sono convinti di aver finito il lavoro.
Rimasi zitto e lui andò ad accendere la luce da un interruttore che aveva appena riparato. Si era fatto buio, però ci vedevamo lo stesso.
– Ricerca sul campo capisci… si va lì, si vede, si prendono appunti e poi si rielabora. Ma con pazienza… questa insomma per me non è no-fiction, ma scrivere!
Prima di andarcene via mi disse:
– Legare in un racconto per bene parti di vita, questo oggi si crede per no-fiction, ma in realtà è semplicemente scrivere… e nemmeno in un modo particolare.

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