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Laura Mollica: “La vuci mia”

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Ha una voce fine gentile mentre parla, sì durante le prove, quando presenta i brani.

Ha una voce fine gentile mentre parla, sì durante le prove, quando presenta i brani. Elegante minuta fasciata di nero gli orecchini vistosi magari un profumo intenso, pensiamo, chissà perché, per quell’aura aristocratica che emana che qui in Sicilia solo certi palermitani possiedono. Un cagnolino sul palco si aggira sicuro, pare avvezzo alle tournèe, è il suo, lei lo accarezza. Chissà quanti di noi, forse nessuno, sprofondati nelle poltrone di quel cinema in quel paesino etneo, immaginavano quale potenza avrebbe raggiunto la voce quasi flebile senza inflessione di Laura Mollica; ma non c’è tempo per lo stupore,i commenti bisbigliati al vicino, siamo già dentro, rapiti dalla forza eccezionale dell’interpretazione. ”La vuci mia” è strazio del carcerato alla Vicaria, pena dell’amante abbandonato, sdegno dell’orgoglio ferito, odio di chi possiede un coltello ntussicatu pronto a vendicare un cuore tradito.

La vuci mia
Vinutu sugnu vinutu
di nta la Vicaria.
Vinni pi fariti sentiri,
chista è la vuci mia.

Tu ti sbagli sul passato.
Io ho dato il cuore ad un altro bel giovane.
Se lo avessi saputo
avrei preferito morire e non amare te
M’accuntintava moriri
dintra la Vicaria.

Laura Mollica è considerata l’erede spirituale di Rosa Balistreri, la cantante folk siciliana morta nel ‘90 a Palermo.

Signora Mollica lei viene considerata l’erede spirituale di Rosa Balistreri.Non sarebbe meglio dire che entrambe attingete al medesimo patrimonio di tradizioni con esiti diversi, più sperimentali nel suo caso? E mi riferisco alla musica, al recupero del repertorio musicale tradizionale in chiave etno-cameristica e alle esperienze eclettiche di Giuseppe Greco che l’accompagna, nel jazz, nella musica contemporanea. E mi riferisco alla sua voce, non certo “il canto strozzato… che pareva venisse dalla terra arsa di Sicilia” seppur drammatico o angosciato come lo sentiva Ignazio Buttitta riferendosi a Rosa.
Rosa attingeva principalmente al Corpus di melodie popolari raccolte da Alberto Favara, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900. Non conoscendo la musica, si faceva condurre da etnomusicologi, innamorati del suo canto intenso e graffiante. Nel cd “La vuci mia” io e Giuseppe Greco abbiamo inserito alcuni canti tratti dal Favara, già interpretati da Rosa. Mi riferisco, in particolare, ad alcune vicariote. Naturalmente, gli esiti sono stati molto diversi. Questo è dovuto al fatto che, a circa trent’anni di distanza, una diversa sensibilità musicale, coniugata ad una realtà sociale e culturale, che non è certo più quella degli anni ’70, crea l’esigenza di percorrere altre strade, sul piano della “riproposta”. Nonostante questo, credo che il nostro lavoro, consapevole ed appassionato, esprima sempre il grande rispetto per la tradizione, anche quando, accanto a strumenti di estrazione popolare, se ne possono affiancare altri di matrice cosiddetta “colta”.
Alberto Favara dedicò l’intera sua esistenza alla musica popolare. Girò in lungo e in largo l’intera Sicilia alla ricerca di storie ninne nanne canti di mare, canti religiosi canzoni a ballo, musiche strumentali. Ne raccolse più di mille.
Rosa Balistreri povera orgogliosa emigrante si è fatta viva interprete di un passato e di un dolore sempre presente: quello della sua isola.

“Il tesoro di Rosa non era tanto la voce, originalissima dal timbro forte e penetrante, quanto la proiezione nella sua memoria di tutte le canzoni che aveva ascoltato in Sicilia, in assolate campagne o in riva al mare d’Africa che corrode col vento e la salsedine la costa di Agrigento. L’Isola cantava in Lei. Una voce affondata in radici di un canto senza tempo, vivo di immagini e di commozioni nella persistente attualità dei pochi temi che hanno sempre alimentato il dolore e l’amore della Sicilia” (centro studi storico sociali siciliani Catania)
Scrive di lei Ignazio Buttitta: “Ho avuto l’impressione di averla conosciuta sempre, di averla vista nascere e sentita per tutta la vita: bambina, scalza, povera, donna, madre, perchè Rosa Balistreri è un personaggio favoloso, direi un dramma, un romanzo, un film senza volto. Rosa Balistreri è un personaggio che cammina sopra un filo che ha un cuore per tutti, che ama tutti; un cuore giovane per la Sicilia di Vittorini e di Quasimodo, un cuore giovane per la Sicilia di Guttuso e di Leonardo Sciascia.”

Mi votu e mi rivotu

Mi votu e mi rivotu suspirannu
passu li notti nteri senza sonnu.
E li biddizzi tò iu cuntimplannu
li passu di la notti nsinu a jornu.
Pi tia nun pozzu ora cchiù durmiri
paci nun havi cchiù st’afflittu cori.
Lu sai quannu ca iu t’haiu a lassari
quannu la vita mia finisci e mori.

Ieri è venuto un uomo bellissimo sopra un cavallo d’oro al galoppo. Si è fermato sotto i miei balconi con un fazzoletto in mano e lacrimava. Anche il re e la regina si sono affacciati per incoronarmi,ma io che son giovane non cambio parola:voglio quell’altro e non voglio corona. “A curuna”

Son venuto a cantare all’ariu scuvertu dove è stato concluso il nostro patto. Se mi dici sì cent’anni aspetto,se mi dici no rompiamo il patto. Piglio un coltello e mi squarcio il petto: dentro ci troverai il tuo ritratto.”Vinni a cantari all’ariu scuvertu”

 

Molti considerano Rosa Balistreri l’Amalia Rodriguez siciliana, e Laura Mollica potremmo paragonarla a Dulce Pontes?
Ho avuto il grande privilegio di incontrare e lavorare insieme ai grandi testimoni della musica e della poesia popolare siciliana del 900. Mi riferisco a Ignazio Buttitta, Ciccio Busacca, Giacomo Giardina e Rosa Balistreri. Io e Rosa, oltre che nelle piazze della Sicilia, abbiamo anche lavorato al Teatro Biondo Stabile di Palerno, in tournèe, per i teatri stabili d’Italia. Ero molto giovane e tutte le sere, dietro le quinte, cercavo di carpire i segreti del suo canto. Ma Rosa non aveva segreti. Semplicemente, quando cantava, si donava completamente. E questo avveniva sul palcoscenico, come al ristorante, dopo cena, tra amici. Rosa era generosa, cantava con ogni lembo della sua pelle e tutto il suo corpo vibrava come animato da una forza soprannaturale. Era questo che, insieme al suo particolarissimo timbro di voce, dava straordinarie emozioni al pubblico
Ci piace lavorare sul filo rosso delle emozioni, che certamente sono di diversa intensità, nei concerti dal vivo. Spesso, i canti sono solo frammenti. In questo caso, si procede secondo due possibili strade: o una totale rarefazione, che vede il canto sostenuto, ad esempio, esclusivamente da un tamburo, o uno sviluppo di tipo orchestrale, in cui la linea melodica fa da contrappunto ad un corsivo musicale cameristico, di dicitura contemporanea. Anche quando canto sostenuta dalla chitarra, quest’ultima, non “accompagna” la mia voce, ma è essa stessa protagonista e dialoga con essa.

Così Laura Mollica con un tamburo in mano si fa “quadararu” della Vucciria, venditore di pignate cazzalore quarare, che a gran voce va decantando la sua merce. Ci fa entrare in quel cortile che dice lei dove c’è una rosa che nessuno può toccare, quella più amata. Si fa parola là dove la parola basta ed è già eco:
O voi che avete un cuore nato per sempre amare o voi che già provaste che cosa è sospirare, s’amaste una perfida, pietà vi mova un misero abbandonato amante. Amai una che stretta mi stava al collo, pazza era d’amore. Ora di me si tedia se a lei sto davanti. Pietà vi muova un misero abbandonato amante.”O vui chi un cori”

Diventa pescatore, marinaio, uno di quelli arruolati sulle flotte inglesi, uno che si esprimeva in uno strano gergo anglo-siculo: Vittoria vittoria! Sciaviravirà bombò, oh! Ai bini vollidei. Urrà! Rancicò!
E ancora carcerato come lo fu e ancor più Rosa:
Buttana di to mà, ngalera sugnu!

Ci sembra di intuire un rapporto conflittuale tra Rosa Balistreri e la sua terra, terra che abbandonerà presto: ”Terra ca nun senti”, “La Sicilia avi un patruni”. Cosa ne pensa?
Rosa amava la sua terra, ma la Sicilia, forse, non l’ha amata abbastanza. Del resto, la Sicilia ha mai amato i suoi figli? Al suo funerale eravamo in sei. Insieme a me, l’autrice Marilena Monti, l’amico poeta Felice Liotti con la moglie Lia ed un’altra coppia di amici di famiglia. Che triste commiato dal mondo… una voce conosciuta in tutto il mondo!

Terra ca nun senti

Malidittu ddu momentu
ca grapivu l’occhi nterra
nta stu nfernu.

Terra ca nun senti
ca nun voi capiri
ca nun dici nenti
vidennumi muriri!
Terra ca nun teni
cu voli partiri
e nenti cci duni
pi falli turnari

La Sicilia havi un patruni

La Sicilia havi un patruni
un patruni sempri uguali
ca la teni misa ncruci
e cci canta u funerali
….
La Sicilia è addummisciuta
dormi u sonnu di li morti
ed aspetta mentre dormi
chi canciassi la so sorti.
Ma la sorti nun è ostia
un è grazia di li santi
si conquista cu la forza
nta li chiazzi e si va avanti.

Un’ultima domanda: lei alla fine del concerto ha cantato la canzone testamento di Rosa: “Nun mi cantati missa…” e poi come continuava? le dispiace….

Ecco le parole di “Quannu moru”

Quannu moru nun mi diciti missa
ma ricurdativi di la vostra amica
quannu moru purtatimillu un ciuri
un ciuri granni è russu, comu lu sangu sparsu

Quannu moru faciti ca nun moru
diciti a tutti chiddu ca vi dissi.
Quannu moru nun vi sintiti suli
ca suli nun vi lassu mancu dintra lu fossu.

quannu moru cantati li me canti.
nun li scurdati, cantatili pi l’autri.
quannu moru pinsatimi ogni tantu
ca pi sta terra ‘ncruci io muru senza vuci.

Ho cantato il testamento di Rosa poche sere fa al teatro Metropolitan di Palermo, in occasione di una menifestazione dedicata a lei, dal titolo “cunti e canti”. In quella serata, molti artisti siciliani hanno fatto un tributo all’artista, eseguendo, ognuno, un brano del suo repertorio. Ho concluso la serata con “Quannu moru”. È stato un momento emozionante. Oltre la morte di Rosa Balistreri, Il canto siciliano non deve morire e cantare i canti di Rosa significa, non soltanto ricordare la cantante, ma anche sentire ed esprimere la necessità di identificarsi fortemente con la propria terra e la propria cultura siciliana.

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