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La grotta dell’Eco

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Quello che sapevamo dell’Orecchio di Dionisio non era altro che la sintesi delle leggende che ci raccontavano a scuola e il ricordo di una visita al Parco Archeologico persa nella notte della nostra infanzia, e precisamente:

Quello che sapevamo dell’Orecchio di Dionisio non era altro che la sintesi delle leggende che ci raccontavano a scuola e il ricordo di una visita al Parco Archeologico persa nella notte della nostra infanzia, e precisamente: un antro buio – simile alla grotta di un gigantesco Polifemo – abitato da centinaia di schiavi aggrovigliati dentro catene lunghissime, privati persino della libertà di dare sfogo con le parole all’odio verso il tiranno, perché ogni sussurro veniva convogliato dentro una specie di condotto acustico fornendo a colui che stava a spiare il pretesto per arrostire il reo sulle graticole dei suoi festini. Ecco, questo era quanto compariva nel video della nostra mente ogni volta che qualcuno cliccava: “Orecchio di Dionisio”. Le incongruenze, naturalmente, erano tante e assolute: il tiranno in vesti da scià di Persia sdraiato su cuscini multicolori e sventagliato da fanciulle superbe, l’attenzione morbosa ai sussurri dei prigionieri, l’idea stessa del condotto acustico simile alla trombetta dei nonni sordi nelle storie del signor Bonaventura. Fantasie di bambini che negli anni si sono scolorite, circonfuse di quell’aura d’inconsistenza che si riserva ai miti. Del resto, quando in una città ci vivi, ci studi, ti ci annoi trascorrendovi normalissime giornate, difficilmente la guardi con gli occhi del visitatore, il quale, guida alla mano, l’attraversa invece puntiglioso, ammirandone le straordinarie opere d’arte che i tuoi occhi, abituati costantemente a vederle, evadono come accessori paesaggistici. Perciò, quando abbiamo deciso di tornare al Parco Archeologico di Siracusa per rivedere i luoghi che stanno appena oltre il campo sportivo in cui ci allenavamo da studenti, ci siamo lasciati pervadere da una sorta di derisione nei confronti di noi stessi, come se, smettendo i panni dei siracusani e calandoci in quelli del turista, ci improvvisassimo forestieri in casa nostra.
Abbiamo parcheggiato, attraversato lo stradone e imboccato la via affollata di bancarelle colme di souvenir: vulcani in eruzione, fichidindia, coppole e lupare, madonnine lacrimanti, oggetti in pietra lavica, collane di corallo e magliette sponsorizzanti la Trinacria.
Oltrepassato un cancello, la città è sparita, sono rimasti però i suoi suoni, le sirene delle ambulanze verso il vicino ospedale, i clacson, i rombi dei motorini: un sottofondo stizzoso, tanto più irritante quanto più in contrasto con la plateale immobilità delle pietre che abbiamo davanti.
Una guida turistica illustra a un gruppo di lombardi i pregi del luogo indicando con la mano gli olivastri che crescono sui costoni di roccia. E intanto dice che prima questa Latomia del Paradiso (che comprende l’area del teatro greco e dell’Orecchio di Dionisio) era una cava completamente inglobata nella montagna e solo a seguito di un terremoto, e dello sconvolgimento che ne seguì, si è trasformata nel “meraviglioso giardino a cielo aperto che potete ammirare”. Fu anche una prigione, dentro la quale, secondo il racconto di Tucidide, languirono dopo la disfatta di Nicia settemila ateniesi “torturati – precisa de Maupassant nel suo Viaggio in Sicilia – dalla fame, dalla sete, dall’orribile calore di questa conca, e dal fango brulicante in cui agonizzavano”. E’ stato Michelangelo da Caravaggio, nel 1586, a dare alla grotta – prima semplicemente detta “dell’eco” – il nome che attualmente la distingue, e ciò sia per la forma dell’imbocco, che assomiglia al padiglione di un orecchio, sia per riferimento al tiranno Dionisio e al suo straordinario canale d’informazione. Pare invece che non sia una favola quella che ritiene l’antro una cassa di risonanza per l’attiguo teatro “cui prestava l’eco della sua prodigiosa sonorità” (de Maupassant).
Gruppi di turisti vengono fuori dalla cavità oscura. Entriamo precedendo di poco i visitatori addestrati dalla guida. I ricordi di quando eravamo bambini si polverizzano: siamo in una caverna che ci sembra altissima – è alta ventitré metri e profonda sessanta – con la parete di destra concava e quella di sinistra convessa. Abbiamo l’impressione di stare sotto un quarto dell’ombrello di un fungo, un segmento di cerchio che penetra nella roccia in una specie di abbraccio e ci fa sentire come schiacciati dall’altezza, dallo slancio delle pareti verso il nero soffitto bombato. Ci pervade un sentimento di rispetto. E restiamo assorti – il naso per aria – nel tentativo di far combaciare ricordi e leggende, quello che abbiamo appena udito con quanto ci raccontavano nonne e maestre narrandoci i luoghi favolosi di Siracusa. Ed è a questo punto che la comitiva lombarda irrompe nell’anfratto e imperiosamente, maldestramente, si accinge a verificare se davvero questa è “la Grotta dell’Eco”. Da più parti, infatti, cominciano a levarsi grida, fischi, saluti, richiami e risate; un tale prende a sgolarsi: “O soleee mioooo” aspettando forse che la montagna si esibisca in eguali prodezze vocali. Ma chi risponde, invece, è una del gruppo (che non è composto dunque solo di lombardi ma anche di campani): una signora grassa, vestita d’un abito a fiori bianchi e celesti, otto anelli alle dita, capelli neri corti permanentati, boccuccia vermiglia, la quale perentoria: “Eh no! Questa tocca a me” dice, e gli altri subito con un applauso le danno ragione spingendola a esibirsi. Tossetta breve, respiro profondo: “Che bella cosaaaa…” attacca, e con voce nasale sussiegosamente prosegue: “è ‘na jurnata ‘e soleeee l’aria sserena doppo la tempestaaaaa”. Le parole si gonfiano nell’aria e s’inanellano in volute tortuose mentre la donna s’inerpica su per la melodia fino a racimolare l’ultimo dei fiati per un acuto rauco che la tramortisce. La grotta è tutta un echeggiare di “Brava, brava”, di risate e applausi mentre la napoletana s’inchina a mietere l’inaspettato trionfo.
Restiamo annichiliti. Chissà perché pensiamo che la montagna abbia diritto a un rispetto che invece le viene sistematicamente negato.
Usciamo. Un nuovo gruppo si appresta a entrare e i bambini avvertiti dalle madri: “Provate l’eco” già si schiariscono la voce.
Ci avviciniamo alla Grotta dei Cordari, il cui accesso è impedito da una transenna e da un cartello che informa: “Lavori di consolidamento”. Restiamo a guardarne l’imbocco che ci assomiglia al sipario di un teatro.
“Quand’ ero piccola quaggiù ci lavoravano ancora i cordari” dice una donna a un ragazzino. E immaginiamo la grotta intrisa d’umidità, le corde legate al pilone di roccia che come un pilastro sorregge la volta e i cordari che intrecciano le canape camminando all’indietro come i gamberi.
Un morbido tappeto erboso si inoltra verso le stanze che non ci è dato di vedere: “Prima qui si stava coi piedi dentro l’acqua” dice ancora la donna. E ci sembra di vederli i cordari: il torso nudo, il corpo bianco di chi non si espone mai al sole, la pelle escoriata dalle corde e le braccia scarne, un’espressione esausta sul viso che non si rassegna del tutto all’oscurità, i piedi che guazzano nella fanghiglia, le gambe doloranti per i crampi e i reumatismi. E la loro immagine viene a confondersi con quella degli schiavi aggrovigliati alle catene di Dionisio: catene e corde che incappiano ugualmente la libertà e la sottomettono al giogo delle necessità o del capriccio altrui.
Torniamo indietro, ripassiamo davanti alla grotta dell’eco. E’ miracolosamente vuota. Silenziosissima. A un tratto un colombo imbocca l’ingresso e vola radente la volta. E quello sbattere d’ali subito si amplifica, diventa schiocco, panno sbattuto da una lavandaia che fende l’aria col botto di una tavola che si spacca. E subito si alzano pigolii che pare vengano da polli giganti, come se dal nido si levassero le pretese di una covata fuori misura. Sonorità così decise da potersi dire tranquillamente frastuono.
Ecco, basta questo per provare la veridicità della leggenda, non quella del tiranno cattivo che spia gli schiavi per arrostirli nel fuoco, no, piuttosto quella della montagna che risponde spontanea a chi le sa parlare.
Poi il colombo torna a volare verso la luce e il pigolio cessa. Ci immergiamo ancora per qualche istante nel perfetto silenzio, quindi guadagniamo rapidi l’uscita, prima che un’orda di nuovi urlatori venga a profanare l’antro.

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