Robert Lepage

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Ricevo una telefonata da Romaeuropafestival: una giornalista di El Pais sarà a Roma per incontrare Robert Lepage all’Auditorium dove, venerdì sera, andrà in scena l’Andersen Project. Che proseguirà poi...

Ricevo una telefonata da Romaeuropafestival: una giornalista di El Pais sarà a Roma per incontrare Robert Lepage all’Auditorium dove, venerdì sera, andrà in scena l’Andersen Project. Che proseguirà poi per Madrid nell’ambito del Festival de Otono.
Mi chiedo perché allora l’intervista non si faccia direttamente in Spagna, ma, da lettrice appassionata di El Pais, sono felice di incontrare uno dei suoi giornalisti accomunati, sembra, dalla stessa lucida follia ispanica, cupa e leggerissima, con cui tratteggiano gesta di eroi nelle cronache di ogni giorno.
Non so nulla di Robert Lepage che, invece, è un genio acclamato e indiscusso, scopro. E originalissimo. Canadese regista di teatro, di cinema, attore e direttore artistico di Ex Machina centro delle arti con sede in una ex caserma dei pompieri del Quebec dove si fa ricerca e si sperimenta su tutto: musica, opera, teatro, danza, marionette.

La sera prima dell’intervista squilla il mio cellulare e la voce di Rosana Torres risuona vigorosa e potente da una stanza d’albergo di via Veneto, immune al tumulto del traffico romano che mi circonda. Con le persone per cui lavoro il contatto avviene in genere attraverso gli addetti stampa. Rosana, invece, mi informa di avere appena lasciato un messaggio nella mia segreteria di casa. “Volevo rassicurarti: Robert Lepage è un tipo a modo.” dice “Non credo che voglia venire ubriaco all’intervista… A meno che… la lettura di Andersen non l’abbia depresso” Dall’altro capo del telefono arriva una risata fragorosa. “La scorsa settimana sì che ci siamo divertiti” riprende la voce allegra. Intanto io ho spento il motorino e mi sono levata il casco. “Eravamo a Berlino e il regista ” pronuncia un nome incomprensibile “si presenta ubriaco fradicio, diceva cose impossibili e l’interprete era così mortificato… Ma io gli ho detto di non preoccuparsi perché se neanche il suo agente lo capiva come poteva capirlo l’interprete? Certo… poi l’articolo ho dovuto inventarlo. …Ma Lepage, dico io, alle due e mezzo, non sarà mica ubriaco ”

A casa trovo il suo messaggio in segreteria. Stesso tono spensierato. Seguo la sua voce mentre sfoglia i depliant e i foglietti della stanza da letto per potermi lasciare il numero dell’albergo dove richiamarla. Non lo trova. Mi legge qua e là ciò che le capita sotto gli occhi. Ogni tanto si lascia prendere dalla lettura. Alla fine la sua voce nel messaggio mi dice di non preoccuparmi: che troverà lei il modo di richiamarmi.

La conferenza stampa, che era prevista, è stata cancellata, mi informano il giorno dopo appena arrivata all’Auditorium: Lepage incontra i giornalisti individualmente nelle pause delle prove. El Pais è l’ultima intervista della giornata
Il sole quasi estivo filtra dalle vetrate e inonda i corridoi deserti. Sembra strano che sia lo stesso luogo, e sia passata solo una settimana dalla Festa del Cinema, dal giorno in cui pioveva a dirotto e le luci dei riflettori intersecavano la pioggia che cadeva sui tetti d’argento. Nel bar affollatissimo era difficile trovare un posto a sedere in quei giorni. Solo accanto ad un uomo si formava un alone di vuoto, uno spazio silenzioso. Lo vedevi subito con la sua giacca di panno verde acceso con un papillon rosso, nel taschino un fascio di matite colorate. Disegnava senza sosta nel frastuono della gente che andava e veniva. Con dita rapidissime infilava la punta delle matite in un grosso temperino giallo limone. Scuoteva la testa e il suo cranio pelato, dalla pelle bianchissima, rifulgeva sotto le luci del bar. Ma oggi l’uomo degli schizzi non c’è, il bar è vuoto, i camerieri parlano tra loro.
Poi, oltre i vetri, appaiono due occhi che brillano divertiti, un viso tondo che sorride. Rosana Torres è un donnone all’altezza della sua voce. Ha l’aspetto di una soprano e i modi svagati di una fata di cenerentola, al tocco della sua bacchetta si aprono le porte, si rovesciano le sedie.
Ci sediamo al sole sui gradini della cavea.
Dalla sua borsa escono fogli, carte e un registratore.
Lancia un’occhiata ai testi dei due racconti che ho con me. (L’ombra e La Driade a cui si ispira lo spettacolo.) “Perché avrà scelto di lavorare proprio su L’ombra?” mormora “…un testo cupo sulla volgarità del potere che disprezza l’arte. È questo che lo interessava?” Chiede rivolta alla cavea vuota.
“Ma Lepage non ha niente a che fare con Andersen…” riprende d’un tratto agitando in aria le sue braccia da soprano. “Sono anni e anni che lo incontro… che lo rincorro. È un uomo stupendo Lepage, un genio. Ha superato ogni confine, ogni regola, sempre al di là. Eclettico. Inafferrabile. Ma cosa diavolo c’entra Andersen?…” E la cavea si riempie della sua risata.
Rosana parla e racconta, e a tratti torna a gettare un’occhiata inquieta ai fogli delle favole sulle mie ginocchia. Come se lì si nascondesse un mistero, un enigma che non riesce a sciogliere.
“Vedremo, vedremo” sospira offrendo il suo grande viso tondo al sole. Sembra ritemprare le forze, prepararsi ad un combattimento di cui già conosca l’esito. Mi chiede i testi delle favole e in silenzio inizia a leggerli. Lancia occhiate verso il punto immaginario dove qualcun altro sta intervistando Lepage. Dietro la sua irruenza di soprano si avverte un’irrequietezza, come un vago timore.

La responsabile stampa ci viene a chiamare. L’intervista precedente è finita: Lepage ci aspetta. E Rosana salta su preoccupata, sollecita, chiede se non sia il caso di dargli tempo di mangiare. Se non vi dispiace mangerà durante l’intervista, ci viene detto.
Entriamo nella sala stampa. Immensa e vuota come un teatro dopo lo spettacolo. Lepage si sta accomiatando dalla giornalista precedente. Non ha nulla di notevole all’apparenza: capelli come peluria di topo, occhi piccoli e infossati, abito grigio, non troppo alto, non troppo magro. Ma dai suoi gesti traspare energia, potenza: un buco nero che risucchia la vita attorno. Appena scorge Rosana che, stretta a me, si è trasformata in una soprano senza voce, in una scolaretta grossa e intimidita, il suo viso topesco si illumina tutto, i suoi occhietti dardeggiano felicissimi come un bambino che abbia ritrovato un suo amatissimo compagno di gioco e già assapori gli scherzi, il diletto e le magnifiche avventure in cui si lanceranno. Rosana, estasiata, rinfrancata, vola tra le braccia di Robert che l’accolgono. Tra loro è tutto un ridere, un cinguettare, un raccontarsi, un interrompersi, un riprendere, uno spiegare. Francese, spagnolo, inglese. Robert dall’ultima volta ha imparato un po’ di spagnolo. Rosana sgrana gli occhi. E Robert è un bambino felicissimo del suo giocattolo nuovo, della sua lingua da poco appresa. E anche l’inglese adesso lo parla benissimo. È stato il primo canadese a portare Shakespeare a Londra. A qualcosa sarà pur servito.

Dal nulla si materializza tra noi un piatto di caprese e una ciotola di Ferrero Rocher. Robert ci offre i Rocher e lui si butta con passione sulla caprese. RL è calmissimo ma il suo corpo emana una sensazione di moto fluido e perenne: mangia e parla e pensa e sembra fare insieme mille altre cose. A tratti ho l’impressione che possa volatilizzarsi e riapparire in un altro punto della sala, al centro di un fascio di luce.
Confessa ridendo che ha in mente una fuga segreta: finita l’intervista abbandona le prove e va a Firenze a vedere lo spettacolo di un regista inglese. Tornerà in nottata. “È straordinario. Lavorerò con lui a Newcastle. Devi venire a vederci Rosana” E Rosana deliziata promette che andrà. Parlano fitto, fitto di conoscenti comuni: artisti, critici. Però ora che l’intervista inizia, Rosana, che pure se la cava benissimo in francese, d’un tratto torna ad intimidirsi. (Chiede a Lepage di parlare inglese ed io inciderò la versione spagnola sul registratore.)
Rosana, che si sporge in continuazione a controllare che il nastro scorra, formula le sue domande con esitazione, con timore, ma appena Lepage comincia a parlare, e io a tradurre, lei ci guarda ammirata e ci strizza l’occhio sbarazzina. È un intervista diversa la loro, all’inizio non so dire dove sia la differenza, assomiglia al minuetto, alla scaramuccia, un susseguirsi di accostamenti e fughe.
“Non avrei mai immaginato che Andersen potesse interessarla” dice Rosana, Lepage le lancia un’occhiata sorniona e lei sogghigna coprendosi la bocca con la mano per non interferire con le voci nel registratore.
Lepage intinge una fetta di pane nel sugo della caprese. “Beh Andersen è un lavoro su incarico, i danesi, per i duecento anni della sua nascita, hanno convocato tanti registi, e ad ognuno hanno assegnato un racconto. A me almeno il racconto l’hanno risparmiato. Volevano che parlassi dell’uomo Andersen. L’idea non mi piaceva molto, poi ho letto i suoi diari e ho fatto scoperte interessanti: ad esempio che odiava i bambini…” Ride rivolto al registratore.
Rosana si muove sulla sedia a disagio. Sembra aver perso il filo, come se l’ apparente confessione di Lepage lo avesse allontanato da lei, facendolo arretrare di qualche passo nella zona in ombra del palco.

Rosana riparte: “Le sue sono sempre opere corali, gli unici due spettacoli dove è apparso solo sulla scena coincidevano con l’elaborazione di una perdita: prima la morte di suo padre, poi di sua madre. Questa volta si tratta forse dei cinquant’anni che arrivano?
Lepage la guarda e le fa una smorfia, una boccaccia silenziosa. Rosana sorride sbarazzina. Nel suo sorriso c’è la felicità del gioco, della complicità di Lepage che le fa le smorfie, l’irrisione per quel genere di domande che al pubblico tanto piace. E dietro, occulta come se volesse nasconderla anche a se stessa, la consapevolezza che il mondo di Lepage è là dove le sue domande non possono arrivare.
Lepage ride allarga le braccia. Dei cinquant’anni non parla. Con fervore torna a parlare di Andersen e della sua fiducia nella tecnica.
Rosana lo osserva mentre lui risponde, ne studia i gesti con ammirazione infinita e allo stesso tempo sembra misurarlo, cerca il punto debole, la chiave d’accesso, la domanda che farà cadere il velo. E Lepage è consapevole del suo sguardo, restituisce le battute scherzose, ride, ammicca, e innalza le sue barriere: più si offre con le sue discettazioni, le sue interpretazioni dell’uomo Andersen, più si nega. Più sono esplicite le sue opinioni, più cortesi i suoi riferimenti a conoscenti comuni più il suo animo si cela. Seduta accanto a lui mi sembra di sentirla la sua anima in ritirata, riavvolgersi in mille spire come un serpente nel suo cesto. E capisco che è questo il gioco che si ripete tra loro da sempre.
D’un tratto, come partisse per un affondo Rosana dice “Con la storia del brutto anatroccolo avrà trovato di certo delle affinità” Mi aspetto che Lepage di fronte ad una domanda così sfrontata risponda nel più indiretto dei modi. (Ho letto che a cinque anni gli è stata diagnosticata una rara forma di alopecia, che ha determinato la perdita di peli in tutto il corpo. Che da adolescente ha lottato contro la depressione) Ed invece lui rimane un istante in silenzio come sorpreso, folgorato dalle potenzialità della domanda, annuisce: “Sì certo. Da bambino mi sono sempre sentito respinto per via dell’alopecia” Mostra le braccia, i sopraccigli glabri. “Mi hanno sempre fatto sentire un diverso” Rosana è presa un istante in contropiede lo guarda a bocca aperta. Sorpresa da quell’ammissione diretta, da quell’improvvisa caduta del velo. Finché Robert dice ridendo “E poi sono diventato un magnifico cigno”
Ridono entrambi e tutto ritorna come prima: il velo è ancora sul volto di Lepage che seduto in poltrona dedito ad una delle attività più domestiche: mangiare una caprese con veloci accenni di scarpetta, aspetta immobile, paziente la prossima domanda. Rosana lo ha visto avvicinarsi, ha sentito di averlo così da presso da poterlo sfiorare con le dita, di vedere la sua anima nuda, ma quando ha allungato la mano ha trovato solo aria, e luce, un gioco dei riflettori. Lepage è l’ombra nel buio nascosta poco più in là, che il riflettore insegue senza riuscire a catturarla, ad inchiodarla al suolo.
Perché la domanda del cigno a ben guardare a cosa è servita? A nulla. Ciò che si cela dietro il cigno chi può dirlo? Forse lui stesso non vuole, non sa, non può. “Prova a fare altre domande” sembra dire il suo sguardo sornione. Perché, lo senti, che il suo corpo sfuggente ha bisogno di essere inseguito per sfuggire di nuovo.

Rosana lo accontenta e fa domande su Ex Machina, il gruppo di ricerca, e Robert si lancia a rispondere con foga. Per un istante l’impeto delle parole supplisce al bisogno di movimento. “L’era tecnologica non è stata l’era di favole e prodigi come Andersen credeva. Andersen era un ingenuo. Invece con le macchine l’arte ha perso la capacità di suggerire. La commistione delle arti non deve servire a spiegare, ma ad aumentare la capacità di suggestione, la capacità dell’uomo di generare cose dal suo interno. Di generare il mistero. Adesso la musica spiega, le immagini spiegano, le parole spiegano. Io non spiego nulla”
Rosana lo ascolta immobile, accasciata in poltrona. Non reggendo più la tensione del gioco, sentendo che si avvicina la fine con voce incerta gli chiede “ Robert dimmi sinceramente… pensi che ti abbia chiesto tutto ciò che dovevo chiederti? Pensi che abbia tralasciato qualcosa di essenziale?” Poi vedendo lo sguardo assorto di Lepage incalza allarmata “Forse c’erano altri aspetti del mondo di Andersen che andavano analizzati?” “No è perfetto così, è stato detto tutto ciò che occorreva dire” ci strizza l’occhio, come a intendere il poco che possono dire le parole, e sembra a me che ora abbandonerà la scena con un balzo da funambolo. Forse anche Rosana lo avverte e in un ultimo tentativo di fermarlo, mentre già si aprono le porte e le responsabili dell’ufficio stampa fanno capolino sorridendo, dice “ allora formula tu la domanda, la domanda che nessuno mai ti ha fatto, l’unica a cui vorresti rispondere.” È la sua ultima carta, il suo ultimo tentativo di fata maldestra di svelare l’uomo dietro la maschera dell’elfo dalle mille sembianze. Tutte glabre. Ma lui è già in piedi, una delle ragazze gli sussurra all’orecchio che la macchina per Firenze è fuori che lo aspetta. Il suo viso si illumina tutto. “La prossima volta” promette riferendosi alla domanda che nessuno ancora gli ha fatto. Prende Rosana tra le braccia, l’aspetta a Madrid, dice, e poi a Newcastle.

Rosana lo guarda andare via, le sue braccia di soprano abbandonate lungo i fianchi. Impossibile anche stavolta trovare la chiave di accesso che sveli il suo idolo, lo dissezioni. La chiave, se esiste, è disseminata in frammenti della sua opera, e una volta assemblata tornerà a scomporsi. In mano rimarranno frammenti che non aprono nulla. Limatura di ferro.

“È stato proprio un bel lavoro” mi dice quando usciamo “Proprio un bel lavoro” ripete e si accascia su una panchina di marmo davanti alla biglietteria. Mi siedo anch’io. Mi dispiace lasciarla lì in quello stato. Sembra che il loro gioco, quell’inseguimento inutile e assurdo, l’abbia ridotta allo stremo. Fissa pensierosa nel vuoto poi si volta e mi chiede, come parlando a se stessa: “Sai quanti devono avergli chiesto del brutto anatroccolo? Mille? No…non bastano…” mormora tra sé avvilita “un milione di volte glielo avranno chiesto… ” E scoppia a ridere. Mi afferra il braccio. “Però hai sentito? Non l’aveva mai detta prima questa storia dell’alopecia. …Certo io lo sapevo, ma da lui non l’avevo mai sentita”
Se ne sta un po’ in silenzio pensierosa. Poi di nuovo si affligge. “Quanti fili in sospeso… Tutto lo spettacolo pare sia visto dagli occhi di un cane. E qualcosa vorrà dire… glielo ho chiesto, ma lui non ha voluto dirlo. Potrei chiederglielo a Madrid, ora quando viene, oppure in Inghilterra…”
E come rinfrancata da queste possibilità, torna ad accorgersi di me e del cielo azzurro e luminoso di Roma oltre i vetri. “Bravissima” mi dice mentre ci incamminiamo verso l’uscita a chiedere un taxi per lei. Le dico che sono una grande ammiratrice di El Pais e lei si infervora tutta. “Le pagine degli esteri sono fantastiche, io glielo dico sempre ai ragazzi: siete degli inviati stupendi, divini.” Ha le lacrime agli occhi come se parlasse di figli suoi. “Se la vuoi leggere l’ intervista uscirà nel weekend, glielo ho detto al direttore “dammi un’uscita importante Lepage se la merita”. Invece con il tedesco ubriacone ho chiesto di uscire di lunedì, così non lo leggeva nessuno ” Scoppia a ridere. E i pochi avventori all’auditorium si voltano a guardarla. Immensa, possente, allarga le braccia quasi volesse abbracciare Roma, il sole, inondarli del suo canto di soprano. Mi dice che ora ha un invito al Cervantes. Una sua amica di infanzia è diventata la direttrice dell’istituto di cultura spagnolo a Roma e l’ha invitata al cocktail di benvenuto. “Da giovani abbiamo avuto lo stesso fidanzato. Sono cose che uniscono.” Dice strizzandomi l’occhio. “Ora purtroppo non siamo più in età per queste cose, ma l’amicizia è rimasta.”
Quando le chiedo come mai non si fermi per vedere lo spettacolo di Lepage, lei mi guarda stupita: “perché altrimenti non faccio in tempo a tornare per vederlo a Madrid” e di fronte al mio sguardo perplesso spiega con pazienza: “Sono venuta in nave e torno in nave. Un viaggio stupendo, da Barcellona. In alto mare il cellulare non prende e così non mi secca nessuno.” Io dico che anche sull’aereo nessuno ti può chiamare. “L’aereo…” esclama e sbarra gli occhi “io ho il terrore dell’aereo, vado solo in nave, o in treno, a fare le interviste. E il direttore lo sa. Non è uno che ha fretta.”
Le dico che anche io ho il terrore dell’aereo. E lei mi guarda estasiata, ammirata. Però aggiungo che io lo prendo e ci bevo su un po’ di vino.
Lei si fa tutta seria. “Certo… le rarissime volte che al direttore viene fretta, anche io bevo, ma solo champagne. Oppure da provare ci sarebbero anche delle pasticchette, dice un nome bizzarro, le conosci? Comunque il treno è la cosa migliore.” E lì mentre aspettiamo il suo taxi mi snocciola orari e tempi di percorrenza di tutte le principali tratte europee. “Puoi andare ovunque” Mi guarda mi batte una mano sulla spalla “Oh… ne ho uno divino per te, nuovissimo… una cosa romantica. Dei nuovi vagoni da Parigi a Venezia con letto matrimoniale. Letto matrimoniale capisci…” Guarda lontano “È incredibile quante possibilità ti offrano le ferrovie adesso, ai miei tempi non c’erano.”
Poi d’un tratto si fa seria. “Come si chiamava quel posto di Lepage? Newcastle? Chissà come ci si arriva… La traversata in nave e poi proseguo in treno. Perché sotto La Manica… no… tutti quei chilometri sotto il mare non li faccio, neanche per te caro Robert.” Dice rivolta all’Auditorium vuoto.
Si infila nel taxi, abbassa il finestrino “Neanche per fargli la domanda che nessuno gli ha ancora fatto” mi strizza l’occhio ridendo. L’eco della sua risata riverbera nell’auditorium vuoto, si insinua tra i raggi di sole, in cerca dell’ombra dove Lepage l’aspetta sornione.

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