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La prigione di libri e d’arte

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Credo che prima o poi càpiti. Ci si trova sommersi da libri. Hai voglia a piazzare mensole e librerie ma inevitabilmente la casa inizia a essere un circuito ad ostacoli, gli spazi sgombri si rarefanno sempre più. Il catalogo Ikea sembra soccorrere la necessità di risistemare gli spazi con librerie strette e alte, scaffali, ma il solo pensiero di passare un pomeriggio nella ressa porta alla resa. E allora inizia il lavoro di impilamento. Un libro sull’altro in costruzioni instabili che cadranno al primo passaggio meno attento. La cosa buona è che nella caduta si scopriranno testi dimenticati e si ricomincerà a sfogliare, a leggere, ormai incuranti di quanto poco spazio ci sia attorno. E in fondo le pile di libri sono molto più belle delle librerie precisine. C’è un artista, Matej Krén, di origine slovacca, che vive e lavora a Praga (e qui ci sta l’inciso che è dall’est Europa che arrivano le idee più interessanti), che ha utilizzato i libri per la sua ultima installazione in mostra in uno dei luoghi più sorprendenti di Lisbona, il Museo Gulbenkian.

Questo museo si trova nella zona nord della città, in un quartiere arioso e circondato di centri commerciali. È dunque una sorpresa, in una zona così anonima, entrare in un ampio parco e scoprirvi in mezzo una struttura che pare di architettura moderna giapponese. Calouste Gulbenkian è uno dei collezionisti più raffinati che abbia mai visto. Di origine armena e di famiglia ricchissima ovviamente, ha studiato nelle migliori scuole europee e in tutta la sua vita acquistava solo ciò che era il massimo nell’arte, che appartenesse a qualsiasi periodo storico, a condizione di avere il meglio del meglio. Dopo aver girato il mondo, ha deciso di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un buen retiro, scegliendo l’accogliente Lisbona, nella quale ha voluto che fosse costruito un museo in cui sono esposte tutte le opere della sua sterminata collezione, visibili in un percorso cronologico che spazia dall’arte egizia, passando per la greca, l’arte orientale, cinese, giapponese, araba, fino a quella europea, dove l’arte fiamminga, rinascimentale, barocca, del settecento, ottocento, fino ai primi del novecento, crea nel visitatore un’inevitabile sensazione euforica e di stordimento. La ricchezza dei pezzi esposti è impressionante. Basti pensare che le incredibili statue di Rodin (a proposito, fare un salto a Londra sarebbe il caso, visto che c’è una meravigliosa mostra sullo scultore insuperato) fanno da spartiacque da un periodo all’altro. E già loro tolgono il fiato. Ma non è finita. Uscendo dall’area del museo dedicata all’arte moderna, si può andare a visitare l’area dell’arte contemporanea. Ovviamente questa zona è nata dopo la morte di Gulbenkian, e raccoglie opere di artisti contemporanei portoghesi, concettuali e surrealisti, ma anche una interessante sezione con disegni umoristici degli anni venti.

Prima di addentrarsi nella visione dell’arte dei nostri tempi, inevitabilmente cupa e critica, dove lo strazio della condizione umana è ben visibile, all’ingresso c’è appunto l’installazione di Matej Krén, Book Cell, in mostra fino al 31 dicembre. È una costruzione fatta interamente di libri, una sorta di casetta, coi libri al posto dei mattoni. Già dall’esterno sorprende. Ma attraverso un ingresso stretto, ci si può entrare ed è qui che c’è la sensazione più forte. Se si soffre di vertigine, meglio non addentrarsi. Infatti, come se si fosse su un piccolo ponte, si guarda in basso e, grazie a un gioco di specchi, i libri non hanno fine, il punto di fuga si perde all’infinito, come a dire che si può sprofondare in un abisso di lettura. Poi, alzando lo sguardo – cosa che spontaneamente si fa sempre solo dopo averlo abbassato – lo stesso effetto di infinito si ha verso l’alto. Ci si sente un po’ come i bambini, non si riesce a uscire da lì, imprigionati nella meraviglia. È come giocare con la consapevolezza che, un libro sull’altro, si costruisce qualcosa che dall’esterno appare finita, mentre dentro porta a mondi sterminati, siano abissi o illuminate altezze, poco importa, visto che convivono.
E al diavolo gli scaffali.

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